Echi di guerra e schiaffi alla povertà: il buio della ragione nel Capodanno 2026

Nelle nostre frazioni e nei paesi limitrofi, la soglia del nuovo anno non è stata varcata con un brindisi di pace, ma con un bombardamento costante
Di Marco Bordon
Fuochi di artificio, pexels, cottonbro
Fuochi di artificio, pexels, cottonbro

Mentre il calendario ha segnato il passaggio al nuovo anno, il silenzio della notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1 gennaio 2026 è stato brutalmente interrotto. Nelle nostre frazioni e nei paesi limitrofi, la soglia del nuovo anno non è stata varcata con un brindisi di pace, ma con un bombardamento costante che, nonostante le ordinanze sindacali, è proseguito ininterrotto per oltre mezz’ora.

Il trauma del passato che ritorna

In questa prima alba del 2026, quello che per molti è solo un lampo colorato, per altri è un richiamo ancestrale al terrore. Traslare l’angoscia di oggi nel passato non è un esercizio di stile: per chi ha vissuto, o porta nel DNA familiare, il ricordo dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, lo scoppio improvviso evoca la corsa ai rifugi e l’incertezza della vita sotto le bombe.

Oggi, in questa notte di festa trasformata in guerriglia urbana, i nostri animali – cani, gatti, fauna selvatica – vivono quella stessa identica agonia: il cuore che batte all’impazzata e la ricerca disperata di un nascondiglio. Chi accende quella miccia sta, di fatto, riaprendo una ferita storica, calpestando la fragilità di anziani e creature indifese.

L’ipocrisia ambientale: fumi tossici vs limitazioni quotidiane

C’è poi un paradosso che grida vendetta e che rende vana ogni lezione di civismo: l’inquinamento. Non ci si venga a parlare, da domani, di transizione ecologica, di soglie di CO2 o di blocchi del traffico per i veicoli Euro 1, 2, 3 o 4. È il colmo dell’ipocrisia: si colpevolizza il cittadino che deve andare al lavoro con una vecchia auto, imponendo limiti severi in nome della salute pubblica, e poi si tollera che in pochi minuti di follia esplosiva vengano immesse nell’atmosfera tonnellate di polveri sottili e metalli pesanti. Se la tutela dell’ambiente è una priorità, non può andare “in vacanza” la notte di Capodanno, rendendo ridicoli i sacrifici richiesti agli automobilisti durante il resto dell’anno.

Lo schiaffo dello spreco

Ma l’elemento più amaro resta il costo di questo “spettacolo” abusivo. Mentre il cielo esplodeva illegalmente, ci sono famiglie a pochi metri di distanza che faticano a riempire il carrello della spesa o a vestire i propri figli.

Ogni euro “bruciato” in polvere da sparo tra il 31 dicembre e il 1 gennaio è stato uno schiaffo alla dignità di chi è in difficoltà. Quelle risorse potevano e dovevano trasformarsi in vestiti caldi, in pasti dignitosi o in generi alimentari per i bisognosi delle nostre comunità. Si è scelto di investire nel rumore, preferendo un minuto di egoistico piacere a un gesto di solidarietà che avrebbe dato a questo 2026 un significato ben più luminoso.

Un’ordinanza non dovrebbe essere necessaria se esistesse il buon senso. Continuare a sparare, ignorando le leggi e la sofferenza altrui, significa scegliere l’isolamento sociale sopra la convivenza. Le nostre comunità meritano di meglio: meritano un cielo pulito, il rispetto della legalità e, soprattutto, una popolazione capace di guardare chi ha bisogno invece di fissare, con indifferenza, una scia di fumo che svanisce nel buio di questa prima notte dell’anno.

 
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