Fabbrica bellica ad Anagni, affondo delle associazioni: “Chi tace ne sarà complice”

La seconda Conferenza dei Servizi sull’autorizzazione dell’insediamento industriale si è svolta in una delle aree più delicate del Lazio, la Valle del Sacco
Di Fabio Vergovich
Flash mob ad Anagni
Flash mob ad Anagni

Ad Anagni (Fr), il progetto per un impianto destinato alla produzione di basi per nitroglicerina torna al centro del dibattito pubblico e politico. La seconda Conferenza dei Servizi sull’autorizzazione dell’insediamento industriale si è svolta in una delle aree più delicate del Lazio, la Valle del Sacco, già classificata come Sito di interesse nazionale per le bonifiche.

Attorno al tavolo autorizzativo si è concentrata di nuovo una forte pressione civile, con la presenza come uditori di associazioni, cittadini e rappresentanti del mondo ambientalista, decisi a ribadire la propria contrarietà a una riconversione produttiva in chiave bellica in un territorio che da anni convive con l’eredità pesante dell’inquinamento.

La Conferenza di Anagni riaccende il caso nitroglicerina

Il punto che rende la vicenda particolarmente delicata non è soltanto la natura dell’impianto proposto, ma anche il luogo scelto per realizzarlo.

La Valle del Sacco resta infatti uno dei territori simbolo della lunga emergenza ambientale del Centro Italia, con una storia segnata da contaminazioni, procedimenti di bonifica incompleti e allarmi sanitari che hanno alimentato negli anni un sentimento diffuso di sfiducia verso nuovi insediamenti industriali potenzialmente impattanti.

In questo quadro, l’ipotesi di una fabbrica legata alla filiera degli esplosivi viene letta da una parte consistente del territorio come un cambio di rotta incompatibile con la richiesta, avanzata da tempo, di risanamento ambientale e rilancio fondato su attività diverse.

Valle del Sacco, il peso di un territorio ancora ferito

La mobilitazione vista ad Anagni non nasce in poche ore. Solo il 15 aprile scorso la zona era stata tappa nazionale della campagna interassociativa “Ecogiustizia Subito”, iniziativa che aveva acceso i riflettori sul ritardo delle bonifiche nel bacino del fiume Sacco e sulla necessità di evitare nuove scelte industriali considerate incoerenti con la fragilità ambientale dell’area.

In quella occasione, come anche nella seduta odierna, si sono ritrovati soggetti diversi ma uniti da una stessa impostazione: prima il risanamento, poi il futuro produttivo del territorio. È in questo clima che la Conferenza dei Servizi ha assunto un valore che va oltre l’aspetto tecnico-amministrativo, perché viene percepita come un passaggio destinato a incidere sull’identità stessa della Valle del Sacco nei prossimi anni.

Associazioni e cittadini in aula: il no alla riconversione bellica

Alla Conferenza hanno preso parte come uditori numerose associazioni e cittadini, compresi i promotori della mobilitazione dei giorni scorsi. La presenza di Legambiente, Arci, Libera, ReTuVaSa e di altri gruppi di cittadinanza attiva ha dato il segno di una partecipazione organizzata e non episodica.

L’obiettivo, più che testimoniare genericamente un dissenso, è far pesare nel percorso autorizzativo una richiesta precisa: fermare un progetto che viene giudicato incompatibile con una valle già segnata da troppi costi ambientali e sociali.

La contrarietà, in questa fase, non si limita a un rifiuto ideologico dell’industria bellica, ma si lega alla convinzione che un’area ancora in attesa di piena bonifica non possa caricarsi di ulteriori elementi di rischio o di ulteriore pressione industriale.

La denuncia di Legambiente Lazio e il nodo delle istituzioni assenti

Il passaggio più duro è arrivato dalle parole del presidente di Legambiente Lazio, Roberto Scacchi, presente alla seduta. Il dirigente ambientalista ha definito l’opposizione all’industria bellica nella Valle del Sacco un “obbligo morale”, denunciando nello stesso tempo quella che ha descritto come un’assenza totale delle amministrazioni locali convocate dalla Regione.

È un rilievo politico molto pesante, perché sposta il confronto dal solo piano tecnico a quello della responsabilità pubblica. Nella lettura degli ambientalisti, il silenzio o la mancata presa di posizione di enti chiamati a rappresentare il territorio rischia di trasformarsi in un vuoto difficile da giustificare davanti a una questione che riguarda salute, pianificazione industriale e modello di sviluppo.

Comune di Anagni e Provincia sotto pressione in vista del prossimo passaggio

Lo snodo successivo sarà la terza seduta, indicata entro il prossimo mese e mezzo come momento conclusivo del procedimento. Proprio in vista di quell’appuntamento, le associazioni chiedono al Comune di Anagni e alla Provincia di Frosinone di produrre atti formali di opposizione.

La posta in gioco, dal loro punto di vista, è chiara: arrivare alla fase decisiva senza un pronunciamento netto degli enti territoriali significherebbe lasciare il campo libero all’avanzamento dell’iter.

Per questo la polemica di oggi non guarda solo al passato recente, ma punta a forzare una presa di posizione pubblica nei tempi stretti che restano. Il messaggio lanciato dal fronte del no è che non bastano più prudenza verbale o attese interlocutorie: serve un’assunzione di responsabilità esplicita.

Industria bellica ad Anagni, cosa c’è davvero in gioco

In questa vicenda si incrociano almeno tre livelli. C’è il piano industriale, con la proposta di un impianto destinato alla produzione di basi per nitroglicerina. C’è il piano ambientale, che richiama la condizione di un’area inserita nel perimetro del Sin del Bacino del Fiume Sacco. E c’è infine il piano politico e simbolico, perché la discussione riguarda il tipo di futuro che si immagina per un territorio da anni associato a bonifiche lente, crisi ambientali e richieste di rilancio.

È proprio questo intreccio a rendere il caso Anagni molto più ampio di una normale pratica autorizzativa: qualunque decisione finale finirà per essere letta come un segnale sul rapporto fra sviluppo, tutela della salute e priorità pubbliche.

Un passaggio destinato a pesare sul futuro della valle

La seduta di questa mattina lascia quindi in eredità un quadro netto. Da un lato c’è una società civile che ha mostrato capacità di mobilitazione, continuità e una linea argomentativa ormai definita. Dall’altro c’è una procedura amministrativa che si avvicina al suo tratto decisivo, con la richiesta pressante di interventi formali da parte degli enti locali.

Il tema, ormai, non riguarda solo la sorte di un impianto. Riguarda l’idea stessa di rilancio della Valle del Sacco: se affidarla ancora a produzioni ad alto impatto e ad alta conflittualità oppure legarla finalmente a bonifica, prevenzione e uso diverso del territorio. Ad Anagni la partita resta aperta, ma la Conferenza dei Servizi di oggi ha già reso evidente che il dissenso non intende arretrare.

 
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