C’è un punto che il susseguirsi dei femminicidi rende ormai impossibile aggirare: il sistema costruito quasi esclusivamente sul controllo dell’uomo violento non è sufficiente. Non lo è quando il braccialetto elettronico manca, quando viene installato in ritardo, quando non funziona come dovrebbe o quando segnala un pericolo che si materializza prima dell’arrivo di un aiuto concreto. In questo vuoto drammatico si inserisce una domanda destinata a pesare sempre di più nel dibattito pubblico e nelle scelte istituzionali: se lo Stato non riesce sempre a fermare in tempo chi minaccia, perseguita o aggredisce, perché non mette ogni donna nelle condizioni di avere con sé uno strumento lecito, semplice, immediato, capace di aiutarla a salvarsi?
Violenza sulle donne, il fallimento non è teorico ma operativo
Il nodo non riguarda l’impianto normativo in senso astratto. Le misure esistono, le aggravanti pure, i provvedimenti cautelari sono stati rafforzati e il tema è stabilmente al centro dell’agenda politica. Eppure il passaggio decisivo resta quello dell’effettività. La donna denuncia, ottiene un divieto di avvicinamento, vede applicata o promessa una misura di controllo, ma continua a vivere con la percezione netta che quei dispositivi non bastino a garantire la sua incolumità nel momento in cui l’uomo decide di violare ogni limite. Il problema, allora, non è soltanto giuridico. È materiale, quotidiano, fatto di tempi, distanze, reazione immediata, possibilità concreta di sottrarsi a un’aggressione.
Braccialetti elettronici e allarmi, perché la protezione non può fermarsi qui
Le stesse istituzioni hanno dovuto prendere atto delle criticità. Nel 2025 il Ministero della Giustizia ha richiamato l’attenzione degli uffici giudiziari sulle difficoltà riscontrate nell’uso dei braccialetti elettronici, con segnalazioni relative anche alla disponibilità dei dispositivi e ai tempi tecnici di attivazione. È un passaggio che pesa molto, perché conferma che non si tratta di una polemica da talk show ma di una fragilità reale del sistema. Anche quando il dispositivo è attivo, poi, resta aperta la questione più scomoda: il braccialetto può avvisare, ma non sempre impedisce l’avvicinamento fisico e non sempre riesce a evitare che l’aggressione si compia in pochi minuti, a volte in pochi secondi.
Proteggere la vittima, non solo inseguire l’aggressore
È per questo che la discussione deve cambiare asse. Finora il ragionamento pubblico si è concentrato quasi tutto sull’uomo da monitorare: seguirne i movimenti, imporgli distanze, verificare il rispetto dei divieti. Tutto giusto, ma non sufficiente. Oggi serve un secondo pilastro, altrettanto forte: rendere la donna meno esposta, meno sola, più pronta a reagire. Non vuol dire scaricare su di lei il compito che spetta allo Stato. Vuol dire riconoscere che, nell’intervallo che separa l’allarme dall’intervento, la vittima deve avere una possibilità reale di guadagnare tempo, attirare attenzione, rompere l’assalto, sottrarsi al contatto diretto.
Strumenti di autodifesa, il tema che la politica non può più eludere
Qui entra in scena la questione degli strumenti di autodifesa. Lo spray al peperoncino, se conforme ai requisiti di legge, è già un mezzo consentito in Italia e può rappresentare una prima barriera di protezione personale. Non è la soluzione totale, non sostituisce l’azione delle forze dell’ordine, non elimina il rischio, ma può offrire quei secondi decisivi che in molte situazioni fanno la differenza. Più complesso il discorso sul taser a bassa letalità, evocato sempre più spesso come possibile risposta ulteriore. In Italia il suo impiego è disciplinato soprattutto in ambito di pubblica sicurezza e non può essere raccontato come un accessorio di libera disponibilità da mettere in borsa con leggerezza. Ma il fatto stesso che il tema emerga con forza dice molto sul livello di esasperazione raggiunto dal Paese.
Una nuova linea per politica, magistratura e forze dell’ordine
La vera svolta, allora, sta nel costruire una protezione a doppio livello. Da un lato il massimo controllo possibile sull’uomo che minaccia, con verifiche rapide, misure eseguibili subito, risposta operativa tempestiva e coordinamento costante fra magistratura e forze di polizia. Dall’altro lato la messa in sicurezza concreta della donna, con strumenti leciti di autodifesa, formazione pratica al loro uso, valutazioni del rischio più rigorose e protocolli che non la lascino sola dopo la denuncia. La vittima non può essere trattata come il punto fermo di un sistema che ruota attorno all’aggressore. Deve diventare il centro vero della strategia di protezione.
Femminicidi, il tempo degli annunci è finito
I dati ufficiali raccontano una diminuzione dei femminicidi nel 2025 rispetto all’anno precedente. È un segnale positivo, ma non sufficiente a cambiare il giudizio su ciò che ancora manca. Ogni donna uccisa nonostante denunce, ammonimenti, divieti e allarmi rimette tutto in discussione. Il punto non è decidere se sia più importante controllare l’uomo o rafforzare la difesa della donna. Il punto è capire che il primo obiettivo, da solo, non regge più. Il cambio di direzione richiesto dai fatti è netto: meno fiducia automatica nei dispositivi di controllo considerati salvifici, più attenzione alla protezione immediata della vittima. È lì che oggi si misura la serietà dello Stato. E anche la credibilità della politica.
