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03 Dicembre 2021

Pubblicato il

Din Don Dan

Gesù Cristo, Re dell’universo

di Redazione
Il nostro brano si trova nel contesto dell’arresto e della condanna di Gesù, cioè della sua passione
il capocordata
Il Capocordata

La dinamica di un dialogo

Il nostro brano (Gv. 18, 33-37) si trova nel contesto dell’arresto e della condanna di Gesù, cioè della sua passione. La vicenda si svolge dalla sera dell’arresto alla sera della sepoltura del giorno successivo: lo scenario è la città di Gerusalemme. Il processo davanti a Pilato è ambientato all’interno del pretorio. Siccome per motivi religiosi i giudei si rifiutano di entrare nel pretorio, il procuratore romano Pilato deve uscire e rientrare per trattare con gli accusatori di Gesù.

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Situazione che crea due ambienti dell’intero dibattito processuale: uno è all’interno del pretorio, dove Pilato interroga Gesù, l’altro si trova all’esterno, dove stanno i Giudei. Si hanno complessivamente sette cambiamenti di scena, tre all’interno del pretorio, due scene all’esterno quando Pilato tratta direttamente con i Giudei, e due in cui tutti e tre i protagonisti si trovano insieme sulla scena.

Valenza cristologica dell’essere Re

Il significato cristologico del dialogo tra Gesù e Pilato va letta alla luce dell’iscrizione del “titulus” sulla croce voluto da Pilato: “Sei tu il re dei Giudei?” (v. 33). La nostra scena si svolge all’interno del pretorio dove Pilato fa condurre l’imputato Gesù per interrogarlo, secondo la prassi giudiziaria romana. Il confronto diretto offre all’evangelista l’occasione per presentare la “testimonianza” suprema resa da Gesù davanti al rappresentante del mondo non ebraico.

Nel dialogo si alternano gli interventi di Pilato e di Gesù, attorno a una questione fondamentale e decisiva, formulata nella prima domanda di Pilato (“Sei tu il Re dei Giudei?”). Su tale appellativo si scontrano per l’ultima volta il governatore romano e i Giudei ancora al momento della crocifissione di Gesù: è necessario perciò chiarirne il senso. La prima fase del dialogo Gesù-Pilato è una schermaglia che riecheggia quella precedente tra i Giudei e Pilato. Gesù infatti risponde alla domanda del procuratore con una contro-domanda e anche Pilato fa lo stesso: “Gesù rispose: dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?” Pilato disse: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?” (vv. 34-35).

Questo dialogo, nello stile di una botta e risposta, non è un gioco di parole per aggirare la questione. Si tratta invece di puntualizzare fin dall’inizio del processo a Gesù “quale” è il tenore dell’accusa e “chi” se ne fa carico. La questione è ambivalente. Infatti, Gesù ha rifiutato di essere acclamato re dei Giudei, mentre ha accolto il titolo “re d’Israele”. Nella prospettiva del governatore romano il titolo “re dei Giudei” ha una valenza politica sospetta, e fa ricadere sui Giudei la responsabilità di accusatori. Questi ultimi infatti per bocca dei capi hanno deciso di eliminare Gesù per salvare “la nazione”. Alla fine Pilato domanda a Gesù: “Che cosa hai fatto?” (v. 35).

Il regno e la verità

Gesù risponde: “Il mio regno non è di questo mondo…” (v. 36). Gesù non parla di “re”, ma di “regno” in termini assoluti. Dunque davanti a Pilato Gesù dichiara che il suo Regno non deriva dal sistema mondano. La sua funzione regale non riceve legittimità da una investitura umana o terrena, né obbedisce a criteri mondani.

Perciò egli non si affida, come fa questo mondo, all’uso della forza. Pilato allora ripropone la domanda iniziale, senza alcun riferimento ai Giudei: “Dunque tu sei re?” (v. 37). Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità” (v. 37). Gesù presenta a Pilato la sua prospettiva regale, in quanto la regalità di Gesù è legata al suo statuto di figlio e inviato di Dio Padre per salvare l’umanità: in forza della sua nascita e della sua missione, Gesù è re.

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La sua missione consiste nel rendere “testimonianza alla verità”: Gesù si appella alla testimonianza “vera” e al suo lavoro di testimone veritiero. In quanto inviato del Padre o Figlio, Gesù è il testimone autorevole e può contare su una testimonianza valida e verace, perché coincide con la sua opera di rivelatore. Perciò la testimonianza di Gesù è la sua condizione di Figlio, inviato come rivelatore definitivo del Padre; lui “è la verità”, l’unica “via” per accedere al Padre e per scoprire la “vita” piena. “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (v. 37). Così la dichiarazione di Gesù, testimone della verità davanti a Pilato, è un appello implicito ai credenti, a quelli che “ascoltano la sua voce” a seguirlo, definendone anche lo statuto sotto un duplice profilo: “essere” dalla verità e “ascoltare” la sua voce.

Gesù dice di essere re proprio in un momento in cui sembra completamente privo di potere, di sostegno, e addirittura di diritti. Anche Pilato dimostra verso Gesù una certa curiosità mista a disprezzo. Per lui regnare vuol dire avere forza, imporsi e comandare con le legioni di Roma. Ma quest’uomo completamene nelle sue mani, quale potere può rivendicare? Anche noi siamo sconcertati assieme a Pilato. Per questo l’abbiamo rappresentato come un re di questo mondo: una corona, uno scettro, un manto regale, un trono. Perché era troppo duro ammettere che il suo è un altro potere, quello disarmante e disarmato dell’amore.

Oggi, se vogliamo essere fedeli a questa festa, dobbiamo proclamare questa realtà difficile da digerire: l’ultima parola sulla storia la dice proprio il Crocifisso, l’inchiodato al patibolo, il condannato dal potere civile e religioso. Ed è una vita donata, sono parole e gesti di amore che, soli, possono salvare e cambiare il mondo.

Il Capocordata

Bibliografia consultata: Mazzeo, 2021; Laurita, 2021.

 
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