Succede qualcosa di importante, e per certi versi inatteso, tra le pieghe della città invisibile. A Roma, all’interno delle tensostrutture per l’accoglienza dei senza fissa dimora, stanno prendendo forma piccoli ambulatori. Non si tratta solo di un servizio in più: qui, la sanità pubblica incontra la fragilità in modo diretto, concreto, senza filtri. È un progetto semplice nella forma, ma denso di significato.
Un ambulatorio che diventa una porta d’accesso alla dignità
A promuoverlo è l’assessorato alle Politiche sociali e alla Salute di Roma Capitale insieme alla Asl Roma 1. Il risultato è un modello che prova a unire accoglienza e cura in modo coerente, partendo dall’ascolto delle persone.
Le prime visite mediche si sono svolte nelle tensostrutture di Ostiense, San Lorenzo e San Pietro. Ora si prepara l’ingresso anche a Tiburtina, un nodo cruciale della marginalità urbana, dove transitano quotidianamente storie interrotte e vite che cercano un nuovo inizio
Medici e infermieri in prima linea, ma con una delicatezza rara
Non si tratta di interventi d’emergenza né di visite occasionali. Gli ambulatori mobili all’interno delle strutture sono gestiti da personale della Asl Roma 1 in orario di servizio, con un’organizzazione che prevede uno screening iniziale e poi un percorso personalizzato per ciascun ospite. A fare la differenza, però, è anche il modo in cui tutto questo accade. Nessuna distanza formale, nessuna burocrazia invadente. Solo persone che si prendono cura di altre persone.
Elisa Gullino, direttrice del Distretto 1 della Asl Roma 1, sottolinea proprio questo: la volontà di non fermarsi alla visita, ma di costruire per ognuno un percorso possibile, ascoltando i bisogni che emergono. In fondo, la salute non è solo un dato clinico. È anche sentirsi visti, accolti, presi in carico da qualcuno che non ti guarda dall’alto.
La medicina come gesto quotidiano, non come evento straordinario
Nelle parole dell’assessora Barbara Funari si coglie un’idea precisa: che l’accoglienza non possa limitarsi a un letto o a un pasto, per quanto necessari. Il vero passaggio è quello che permette a chi è ai margini di rientrare in una rete di diritti, tra cui la salute è centrale. Le prime visite, svolte durante le mattinate nelle varie strutture, hanno avuto il tono di qualcosa che somiglia più a un incontro che a un intervento.
Un anziano ospite della tensostruttura di via delle Fornaci, identificato con le iniziali A.N., ha descritto la sua esperienza con parole semplici ma potenti: “È stata una festa più che una visita medica, grazie!”. In quella frase c’è molto più di un ringraziamento. C’è un bisogno antico di sentirsi parte, di non essere più “fuori”
Un nuovo modo di immaginare l’assistenza in città
Il progetto si inserisce all’interno delle azioni previste anche in vista del Giubileo del 2025, ma non ha nulla di episodico. L’intenzione è chiara: creare un modello stabile, replicabile, di medicina di prossimità che non aspetti il paziente in uno studio, ma lo raggiunga dove si trova. È un cambio di passo culturale, oltre che organizzativo. Il sindaco Roberto Gualtieri ha parlato di un “traguardo”, ma forse è più corretto chiamarlo inizio.
Garantire l’accesso alle cure a chi vive nelle tensostrutture — circa 250 persone secondo le ultime stime — è molto più che una risposta tecnica. È un messaggio. Dice che ogni percorso di reinserimento, per quanto difficile, può partire anche da qui: da una misurazione della pressione, da un colloquio, da una cartella clinica aperta senza pregiudizi
Piccoli gesti, grandi impatti
Non sono solo numeri. Dietro ogni cartella c’è una storia. Alcune parlano di dipendenze, altre di malattie mai curate, di abbandoni improvvisi, di fragilità croniche. Per molti, la visita medica non è qualcosa di ordinario. È la prima dopo anni. O la prima in assoluto.
Il personale medico si trova spesso a gestire più di una diagnosi: devono sciogliere anche la diffidenza, l’imbarazzo, la rassegnazione. Ma proprio per questo, il valore simbolico di questi interventi è enorme. Ogni controllo è un ponte. Ogni terapia iniziata è una possibilità in più di tornare a fidarsi del sistema, e di sé stessi.
Una città che si prende cura, partendo da chi ha di meno
L’idea di “accoglienza che cura” non è nuova, ma raramente viene implementata con questo grado di concretezza. E se oggi lo si sta facendo nelle tensostrutture, lo si deve a una collaborazione stretta tra chi amministra, chi cura e chi, ogni giorno, lavora a contatto con le fragilità.
Il vero valore di questo progetto non sta soltanto nel servizio reso, ma nel gesto: portare la medicina fuori dagli ospedali e dentro la vita reale. In fondo, la dignità non ha bisogno di proclami. A volte basta una visita ben fatta, una voce che chiama per nome, un referto spiegato con calma. Ed è lì, in quel momento preciso, che qualcosa cambia davvero.