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Guarcino, il caso dei bambini rinchiusi in casa famiglia. La reazione della gente: “Vergogna, nessuno li difende”

Si parla di "protezione", di "tutela", per i tre fratellini di Guarcino. Ma cosa c’è di tutelante in una detenzione forzata, lontani dagli affetti e da casa?
Di Francesco Vergovich
Mano adulto e mano bambino
Pexels, juanpphotoandvideo

La vicenda dei tre fratellini di Guarcino, trattenuti da oltre un anno in una casa famiglia a 100 km da casa contro la loro volontà e nonostante il riconoscimento della piena capacità genitoriale di entrambi i genitori, continua a suscitare indignazione. Un’indignazione crescente, che si allarga ben oltre i confini del piccolo comune del frusinate e che coinvolge chiunque abbia a cuore i diritti dei minori e il rispetto del principio fondamentale secondo cui l’interesse superiore del bambino deve sempre prevalere.

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Ma nel caso di Guarcino, dove è l’interesse superiore? Dov’è il rispetto per la volontà espressa, più volte e con estrema chiarezza, dai tre bambini che vogliono solo tornare a casa con il padre?

Un grido inascoltato: i bambini vogliono il papà

Dai racconti emersi, il caso assume contorni sempre più inquietanti. Fin dall’inizio della vicenda, i tre fratellini hanno detto e ripetuto, di fronte a giudici, consulenti tecnici d’ufficio (CTU), assistenti sociali e psicologi, di voler tornare a casa con il padre. Un desiderio espresso senza ambiguità, eppure completamente ignorato dalle istituzioni.

Eppure, il principio della bigenitorialità, sancito dalla Convenzione sui Diritti del Fanciullo e dalla normativa italiana, impone che i bambini abbiano diritto a crescere nella propria famiglia, salvo situazioni di grave rischio per la loro incolumità. Ma qui il pericolo dov’è? Se entrambi i genitori sono stati riconosciuti idonei e capaci di accudire i propri figli, su quale base si giustifica il prolungamento di questa separazione forzata?

Un anno di prigionia invisibile

Da oltre un anno, i tre bambini vivono in una struttura che, per quanto possa garantire assistenza, non sarà mai la loro casa. Non saranno mai le mura sicure di una famiglia, l’abbraccio quotidiano di un genitore, la libertà di scegliere cosa fare del proprio tempo.

Si parla di “protezione”, di “tutela”, ma cosa c’è di tutelante in una detenzione forzata, lontani dai loro affetti e dai loro riferimenti? I bambini non hanno bisogno di stanze asettiche e regole imposte da estranei: hanno bisogno di amore, stabilità, casa.

Questa non è protezione, è un carcere invisibile.

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Il peso dei soldi e il ruolo delle case famiglia

È inevitabile chiedersi: a chi giova tutto questo? Perché tre bambini, che potrebbero vivere con il padre, continuano a rimanere in una casa famiglia, con costi che ricadono sulla collettività?

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Il tema delle case famiglia è da anni al centro di polemiche e controversie. Strutture che dovrebbero essere un rifugio temporaneo per minori realmente in difficoltà, troppo spesso diventano la destinazione finale per bambini che avrebbero una famiglia pronta ad accoglierli. E ogni minore trattenuto in una casa famiglia ha un costo per lo Stato. Un costo che, come evidenziano molti cittadini indignati, potrebbe invece essere destinato alla famiglia (nel caso di Guarcino non c’è nemmeno questa necessità), per garantire un vero sostegno alla crescita dei minori.

L’indignazione dei cittadini: “Vergogna!”

Il nostro articolo di ieri ha scatenato una vera e propria ondata di indignazione.

Simona si chiede “Tutto questo per cosa? Per arrecare danni psicologici a queste creature e per soldi come sempre”, mentre Stefania grida alla vergogna per un sistema che sembra cieco di fronte alla sofferenza dei più piccoli.

Massimo, invece, invita a riflettere sulla trasparenza dell’operato dei Consulenti Tecnici d’Ufficio (CTU) e dei Servizi Sociali, chiedendosi se questi casi siano più diffusi di quanto si pensi. E Alberto sottolinea l’elemento economico: “Dateli alla famiglia i soldi, che hanno un padre e una madre, e non alla casa famiglia!”.

Se così tante persone si stanno chiedendo dove sia la giustizia in tutto questo, allora il problema è più grande di un singolo caso. È un sistema che va rivisto, perché quando si arriva al punto di tenere tre bambini lontani da casa senza una ragione concreta, qualcosa non sta funzionando.

Chi si prenderà la responsabilità?

Alla luce di tutto questo, c’è da chiedersi: chi si assumerà la responsabilità di questa ingiustizia?

Possibile che nessuno, tra giudici, assistenti sociali, istituzioni locali e nazionali, si senta chiamato a rispondere di questa vicenda? Possibile che, in un Paese che si dice attento ai diritti dell’infanzia, tre bambini debbano essere trattati come numeri in un sistema burocratico, privati della loro libertà e dei loro affetti?

Chi restituirà loro questo anno di sofferenza e lontananza forzata?

Ostinatamente, si continua a parlare di interesse del minore, ma il primo interesse di un bambino è vivere con chi ama e con chi lo ama. Eppure, questa verità semplice, che chiunque può comprendere, continua a essere ignorata da chi dovrebbe garantirla.

E allora sorge spontanea una domanda, che richiama un celebre racconto di Kafka: ci sarà un giudice a Frosinone? O forse, anche in questo caso, la giustizia per i più deboli è solo un’illusione?

 
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Cronaca

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