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Il caso del comune con una lista islamica alle elezioni amministrative. Si può fare?

Il Comune dove il voto parla arabo, bengalese e rumeno: il laboratorio politico e identitario che l’Italia non aveva previsto
Di Alessandra Monti
Referendum
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A Monfalcone (Gorizia) il futuro è già arrivato, ma nessuno ha ancora deciso se riconoscerlo o combatterlo. È arrivato a piedi, in treno, in autobus, attraverso le vie della Balkan Route e con i contratti interinali della Fincantieri. È arrivato in silenzio, parlando lingue che si sono fatte spazio nei condomini popolari, nelle file ai money transfer, nelle mense improvvisate dietro le fabbriche. E ora bussa alla porta della politica.

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Italia Plurale — un nome che sembra uscito da un documento dell’UNESCO, più che da un comitato elettorale — è il primo partito a composizione esplicitamente migrante a presentarsi alle elezioni in un comune italiano. Monfalcone non è Roma, non è Milano. Ma proprio per questo fa rumore. Qui, dove un terzo degli abitanti è nato fuori dai confini nazionali, una lista civica guidata da un ingegnere senegalese naturalizzato italiano, Bou Konate, tenta una sfida che va oltre i voti: la legittimazione politica di una nuova cittadinanza.

Le regole, la paura, il diritto

Il giorno in cui Sharif Islam ha provato a far votare sua moglie, velata, si è trovato davanti a una porta chiusa e a un cartello esplicito: “Vietato l’ingresso con il volto coperto”. Una regola di sicurezza, certo. Ma per Sharif, e per chi ha percorso migliaia di chilometri per entrare in un altro orizzonte di diritti, quella porta chiusa suonava come qualcosa di più: la fatica di essere riconosciuti anche quando si rispettano le regole.

Il dialogo col poliziotto è rimasto sospeso tra due logiche diverse. Da una parte, l’aderenza alla norma. Dall’altra, la percezione di un imbroglio, di un ostacolo calato dall’alto che impedisce a chi è formalmente cittadino di esercitare un diritto universale. Il voto, per molti nuovi italiani, è ancora un terreno minato. E spesso è l’unica occasione in cui lo Stato li guarda davvero in faccia.

Italia Plurale: un esperimento, un azzardo, una dichiarazione

La lista Italia Plurale non ha i mezzi né l’organizzazione dei partiti tradizionali. Ma ha qualcosa che loro non possono più improvvisare: la rabbia organizzata. Lo dice chiaramente Jahirul Islam, capolista, 55 anni, originario del Bangladesh: «Non ci pensavamo neanche, a fare politica. Ma dopo anni di discriminazioni, promesse mancate, chiusure forzate… è stato proprio l’odio a unirci. Ora non ci ferma più nessuno».

Hanno raccolto le firme, presentato 18 nomi, incluso sei donne, e sono riusciti a entrare nel dibattito. Se eleggeranno o meno un consigliere è quasi secondario: il messaggio è arrivato comunque. Non sono più solo operai nei cantieri, utenti dei servizi, destinatari di decreti. Sono soggetti politici, consapevoli, organizzati. Una novità assoluta per l’Italia, che finora ha visto i migranti come forza lavoro o come emergenza, ma raramente come interlocutori.

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La destra compatta, la sinistra esitante

Il centrodestra non ha perso tempo. La ex sindaca Anna Cisint — volto simbolo di una linea dura sull’immigrazione che ha attirato le attenzioni anche dell’Economist — ha costruito la sua narrazione proprio sul controllo dello “straniero”. Ha chiuso moschee non autorizzate, vietato il cricket nei parchi, imposto regole sugli abiti da bagno. Le sue ordinanze sono state lette, da molti, come misure di ordine. Da altri, come segnali ostili.

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Fratelli d’Italia e Lega si sono mobilitati: Gasparri, Salvini, e perfino Aboubakar Soumahoro — in una sorta di paradosso politico — sono passati da qui. Perché a Monfalcone non si gioca solo una partita locale, ma una proiezione simbolica di quello che sarà, o non sarà, il multiculturalismo italiano. La sinistra, invece, è apparsa cauta. Non ostile, ma titubante. Come se temesse di sporcarsi le mani con un’identità politica troppo connotata, troppo settoriale.

Una comunità che non è una sola

Eppure, neanche tra gli immigrati c’è un fronte unico. Lo dice bene Lotfi, capocantiere tunisino: «Io non li voto. Perché dovrei farmi rappresentare da un africano?». Al bar di corso Garibaldi, il proprietario delle Mauritius sorride amaro: «Qui ci sentiamo friulani. Amiamo il maiale, il Sauvignon. E questa lista non ci rappresenta». Anche questo è un dato. I migranti non sono un blocco omogeneo. Hanno origini, classi, gusti, religioni diverse. E una politica che parla “a nome degli immigrati” corre il rischio di semplificare un mondo molto più frammentato.

C’è poi il tema della rappresentanza femminile. Ufficialmente, Italia Plurale ha sei donne in lista. Ma contattare una di loro — Linda Khan, seconda in lista — richiede il permesso del partito. Una rigidità che lascia emergere contraddizioni interne. Se da un lato la candidatura femminile è esibita come segnale di apertura, dall’altro appare ancora mediata, controllata, subordinata.

Monfalcone come specchio (involontario) del Paese

Quello che sta accadendo in questo comune del Friuli Venezia Giulia racconta molto più di quanto appaia a prima vista. Racconta dell’incapacità del sistema politico tradizionale di dare ascolto a una parte crescente della popolazione. Racconta del fatto che l’integrazione non è una linea retta, ma una trattativa continua. Racconta anche delle fratture interne alle stesse comunità migranti, delle differenze tra chi si vuole integrare a tutti i costi e chi invece rivendica identità proprie, anche se in contrasto con i valori prevalenti.

A Monfalcone si sta sperimentando, nel bene e nel male, cosa accade quando il pluralismo non è più una teoria, ma un dato demografico. Quando le moschee, i money transfer e i kebab non sono un’eccezione nel tessuto urbano, ma parte stabile di un paesaggio che cambia. Quando i figli degli immigrati iniziano a chiedere non solo scuole e lavoro, ma anche potere.

 
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