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Il delitto di Ilaria Sula, la madre di Mark Samson: “Ho sentito dei rumori e sono entrata in camera”

La madre di Mark Samson si è presentata spontaneamente in questura, con una calma impressionante. L’interrogatorio è durato quattro ore
a cura di Lina Gelsi
Mark Antony Samson, l'omicida di Ilaria Sula
Mark Antony Samson, l'omicida di Ilaria Sula

Il seminterrato di via Homs, quartiere residenziale di Roma nord, era solo uno dei tanti anonimi appartamenti familiari in cui si mescolano le lingue del mondo, le regole del decoro e le abitudini importate da lontano. Finché, il 26 marzo, non si è trasformato nel teatro di un omicidio brutale. Ilaria Sula, 24 anni, è morta lì. Per mano — o meglio, per coltello — di Mark Antony Samson, il suo ex fidanzato. Lui ha confessato. Lei non ha avuto il tempo di difendersi.

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Una casa, un figlio, una madre: la scena prima del silenzio

C’è qualcosa, però, che rende questo omicidio diverso da molti altri. Non è solo la giovane età della vittima, né la relazione pregressa tra i due. È il ruolo della madre di lui, Nors Manlapaz. Una madre che, secondo le indagini, non ha chiamato aiuto, non ha preso le distanze, non ha nemmeno avuto un momento di rottura o panico. Ha preso uno straccio. E ha aiutato suo figlio a pulire il sangue.

Il racconto che cambia tutto

Nors si è presentata spontaneamente in questura, con una calma che ha lasciato un’impressione più duratura delle sue parole. L’interrogatorio è durato quattro ore. Una parte, perché c’era bisogno di un interprete; un’altra, perché i dettagli contavano. Aveva chiesto lei stessa di parlare, consapevole che le prove raccolte contro di lei avevano cominciato a stringerle addosso come una seconda pelle.

“Ho sentito dei rumori e sono entrata in camera di Mark”, ha detto. E non ha lasciato molte altre zone d’ombra: sì, era presente dopo il delitto. Sì, ha partecipato alle operazioni di pulizia. Sì, sapeva che il corpo era stato nascosto. Il pubblico ministero Maria Perna ha formalizzato l’accusa: concorso in occultamento di cadavere. Un’accusa che, nella sua gravità, racconta una parte solo parziale di ciò che forse è successo davvero.

Una confessione e due verità

Quando la Squadra Mobile ha arrestato Mark, lui aveva già chiamato in causa la madre. “Era con me, mi ha aiutato a lavare tutto”, aveva detto. Parole poi ritrattate, forse per strategia legale, forse per un tentativo — tardivo — di proteggerla. Ma non è bastato. Le celle telefoniche, le macchie di sangue in zone diverse della casa, le incongruenze nei racconti. Tutto concorre a suggerire che Nors fosse coinvolta non solo dopo, ma anche emotivamente, in quel momento.

La donna aveva mostrato apertamente di non gradire Ilaria. La giudicava inadatta, distante dai codici tradizionali della cultura filippina, “non giusta” per suo figlio. La ragazza, però, non era un’estranea: aveva dormito in quella casa più volte. Eppure, davanti agli inquirenti, la madre aveva finto quasi di non conoscerla. Un dettaglio che, col senno di poi, pesa.

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Il tempo che non torna

Gli investigatori lavorano ancora per chiarire la sequenza temporale degli eventi. Mark sostiene che l’omicidio sia avvenuto la mattina del 26 marzo. Ma i dati raccolti sulle celle telefoniche della vittima raccontano altro: movimenti anomali, attività incompatibili con quella versione dei fatti. Il telefono di Ilaria è rimasto acceso e nelle mani dell’assassino per giorni, come un’eco digitale che disturbava la verità.

C’è il sospetto fondato che qualcun altro abbia aiutato Mark nel trasporto del corpo. Un corpo infilato in un sacco nero, poi in un trolley, poi buttato in una discarica a 40 chilometri da Roma. Un viaggio macabro, forse condiviso. E intorno, il silenzio dei vicini, degli amici, dei parenti.

Il padre di Mark, Rik, risulta assente dalle indagini. Non era presente al momento del delitto. E la sua successiva complicità — che si ridurrebbe a bugie raccontate per coprire il figlio — non è perseguibile, in quanto parente diretto. Ma il sospetto resta: davvero nessun altro ha visto, intuito, percepito qualcosa?

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Una messinscena traballante e un dolore collettivo

Mark ha detto di aver ucciso Ilaria per gelosia. Un messaggio sul telefono di lei, la rabbia, la colazione portata a letto, il coltello. Una sequenza che suona più come una storia costruita per sembrare impulsiva che una verità emotiva. Anche gli inquirenti, nella loro ordinanza, parlano di «freddezza» e di «distacco emotivo». Un comportamento che stride con la descrizione di un raptus.

Ilaria, invece, era andata da lui con tutt’altro spirito. Era arrabbiata, sì. Voleva riprendersi il suo computer, che lui aveva cercato di sottrarle approfittando della sua assenza. Era andata a chiudere un conto, forse. Non a morire. E ancora meno a farlo in un luogo che conosceva, dove pensava di essere al sicuro.

A Terni, ieri, tremila persone si sono strette intorno alla sua famiglia. La madre ha avuto un malore. Il padre ha parlato davanti a tutti: «Chi ha fatto questo deve marcire in carcere». La città ha osservato il lutto. Il dolore ha attraversato le strade, le scuole, i corridoi delle istituzioni locali. È il genere di dolore che non si limita a una cerimonia: resta, si insinua, si trasmette.

Protezione e complicità

Non è raro che un genitore copra un figlio. È umano. Ma cosa succede quando quella protezione diventa attiva complicità? Quando l’amore per il sangue del tuo sangue ti trascina, quasi senza accorgertene, a spalare via quello di un’altra persona? Le azioni di Nors Manlapaz hanno una valenza legale, certo. Ma pongono anche domande che nessun codice penale riesce a codificare del tutto.

Si può essere madre e carnefice nello stesso momento? Si può cercare di salvare un figlio, sapendo che il prezzo è il corpo — e la memoria — di qualcun altro? E quanto siamo disposti a chiudere gli occhi, quando l’orrore bussa alla nostra porta con il volto familiare?

Domande che restano sospese, come il profilo sottile di Ilaria nella foto del manifesto funebre. Con un sorriso che ora vive solo nei ricordi di chi l’amava davvero.

 
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Cronaca

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