Ci sono storie giudiziarie che scorrono nei fascicoli come acqua tiepida. E poi ci sono storie che bruciano.
Che odorano di terra, di soldi, di potere, di solitudine. Storie che, se le leggi bene, ti accorgi che non parlano soltanto di diritto: parlano di uomini. E di donne. Di paura e di ostinazione. Questa è una di quelle. Il nome è quello di Gloria Battista, figlia del celebre Mago di Arcella. Una donna qualunque, direbbe qualcuno. Una donna che vive a Velletri, direbbe il registro anagrafico.
Ma nei corridoi della giustizia le donne qualunque non esistono mai davvero: diventano numeri di ruolo, diventano fascicoli, diventano controversie. Il fascicolo è sul tavolo di un magistrato: il giudice Maurizio Colangelo, al Tribunale di Velletri, in un’udienza del 23 marzo prossimo. Una causa civile. Apparentemente tecnica. Apparentemente fredda. Di quelle che parlano di trascrizioni immobiliari, registri, atti notarili, cancellazioni. Roba che sembra fatta per addormentare i profani e anche gli operatori del diritto.
Ma dietro le parole asciutte del diritto si nasconde sempre qualcosa di più umano. Più feroce. Perché quando si discute di proprietà, di terreni, di immobili, di eredità, non si discute mai solo di mattoni.
Si discute di potere. Di storia. Di chi può scrivere la realtà su un foglio notarile e di chi, invece, deve difenderla con le unghie. Così, mentre nei registri immobiliari qualcuno tenta di cancellare una trascrizione scomoda, nella vita reale si muovono personaggi che sembrano usciti da un romanzo.
Qui spicca la figura del Mago di Arcella.
Già. Il Mago di Arcella, la cui eredità è oggetto di dispute giudiziarie importanti, tra i figli di secondo letto e Gloria Battista, figlia della prima moglie del mago. In un Paese normale le questioni ereditarie si risolvono nel giro di qualche anno. In Italia, invece, la presenza simbolica del Mago di Arcella ha allungato un’ombra su questa vicenda che si trascina da decenni, tanto che riemergono superstizioni, influenze e si infittiscono racconti sussurrati nei bar, dove la realtà giuridica si mescola con la fantasia popolare.
È l’Italia profonda. Quella dove il diritto incontra la leggenda. E allora succede che una donna – Gloria Battista – si ritrovi al centro di una battaglia che, sulla carta, è solo una questione di registri immobiliari. Ma nella sostanza è una questione di dignità. Di resistenza. La sua eredità paterna sembra essersi volatilizzata, come per effetto di un artificio. A leggere gli atti, invece, si trovano cifre per milioni di euro, date, particelle catastali. Si trovano atti notarili, compravendite, trascrizioni ballerine, come a nascondere ciò che non si sarebbe potuto fare, se non in virtù di un artificio.
Chi guarda più a fondo vede, nella vicenda, qualcosa di diverso: vede la tensione silenziosa tra chi vuole cancellare un segno dalla storia di un immobile e chi invece sostiene che quel segno abbia un titolo, una ragione, una verità, come a dire che nessun immobile sia mai uscito dall’eredità del Mago, salvo per fuggire dalla nemesi del Dio Fisco. Ed è qui che entra in scena la giustizia. Non quella teatrale dei film americani. Quella lenta, paziente, quasi monastica dei tribunali italiani. Sulla scrivania del giudice Maurizio Colangelo non c’è soltanto un fascicolo.
C’è un pezzo di quella eterna commedia umana che si consuma ogni giorno nelle aule di giustizia: qualcuno che afferma, qualcuno che nega, qualcuno che deve decidere di chi è il bene, se è uscito dall’eredità del Mago di Arcella oppure no, in virtù di titoli costituiti non da rogiti notarili, ma di scritture private con firma autenticata – perché il notaio non se la sentiva di avallare l’atto con un suo rogito.
E il giudice dovrà decidere circa l’invalidità di trascrizioni in Conservatoria di immobili assenti sui titoli, o della legittimità di denunce di successioni ereditarie in cui è dichiarata l’aria fritta in quanto i beni non erano del morto, ma sempre del Mago e, quindi, oggi della figlia Gloria Battista, unica sua erede.
E mentre gli avvocati scrivono pagine fitte di diritto, mentre le memorie si accumulano come strati geologici di carta, rimane una domanda semplice. Chi ha ragione? Forse lo dirà una sentenza.
Avv. Carlo Affinito
