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24 Settembre 2021

Pubblicato il

Il seme che cresce da solo e il chicco di senape

di Redazione
di Il capocordata

Dopo le feste della Pentecoste, della SS.ma Trinità e del Corpus Domini riprendiamo le domeniche (undicesima) del Tempo Ordinario con la lettura del Vangelo di Marco (4, 26-34). Il capitolo quarto è dedicato dall’evangelista al racconto delle parabole del Regno. In questo brano vengono riportate due parabole: quella del seme che cresce da solo e del chicco di senape.

La semente che cresce da sola

“Il Regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra” (v. 26). In questa parabola l’attenzione è focalizzata sul periodo della crescita del grano. Ma più che allo sviluppo progressivo, l’interesse è legato al comportamento del seminatore. Dopo la semina, l’uomo riprende il ritmo ordinario della sua vita: “dorme, si desta, di notte, di giorno” (v. 27). Non è necessario che si occupi del grano, esso cresce in un modo che egli stesso ignora, senza bisogno del suo intervento. La terra compie il suo lavoro: essa produce da se stessa il frutto (v. 28). Ecco il punto su cui si insiste: nel periodo della crescita, il contadino può disinteressarsi del campo; non c’è bisogno di lui. Dopo il lungo periodo di inattività, il contadino interviene senza indugio quando giunge il momento della mietitura. L’attenzione rimane orientata sul contadino e sull’improvvisa trasformazione che si opera nel suo comportamento. Il tempo della messe di cui parla la conclusione della parabola si riferisce al giudizio universale, alla fine del mondo; l’intervento del contadino in quel momento deve far pensare all’intervento finale di Dio. Anche il comportamento del contadino nel tempo che precede la mietitura ci fa comprendere la condotta di Dio, quando Dio permette che le cose vadano a modo loro, disinteressandosi di ciò che avviene nel mondo.

Tutto fa pensare al comportamento misericordioso di Gesù che suscitava molto stupore nei farisei e anche in Giovanni Battista. Essi pensavano: se Dio ha veramente deciso di stabilire il suo Regno, come mai non si avverte ancora nulla del terribile giudizio che deve preparare il Regno? Gesù risponde con la parabola: Dio fa suo il comportamento del contadino che non interviene nel suo campo prima che sia giunta l’ora della mietitura. Ma che nessuno si inganni: il periodo del ministero di Gesù durante il quale Dio dà l’impressione di disinteressarsi dell’opera intrapresa, è il periodo che precede la mietitura finale. La sorte definitiva di ciascuno dipende dall’atteggiamento che i singoli assumono nei confronti della missione di Gesù.

Il chicco di senape

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“E’ come un chicco di senape…è il più piccolo di tutti i semi…e fa rami così grandi…” : la pianticella di senape può sembrare ben modesta per evocare la magnificenza del Regno di Dio. Gesù l’ha scelta perché voleva sottolineare l’estrema piccolezza degli inizi di questo Regno. Quando incomincia il processo che deve sfociare nella venuta gloriosa del Regno, si ha l’impressione che si tratti di un avvenimento insignificante, appena percettibile.

Non è difficile indovinare che questa impressione è probabilmente quella degli uditori della parabola. Essi non colgono il rapporto esistente tra la modestia del ministero di Gesù che si svolge sotto i loro occhi e il formidabile dispiegamento di forza a cui fa pensare l’inaugurazione del Regno di Dio. Il contrasto tra il minuscolo chicco di senape e l’albero a cui dà origine, corrisponde quindi al contrasto che oppone l’aspetto insignificante del ministero di Gesù agli sconvolgimenti spettacolari implicati dall’avvento del Regno di Dio. L’evidente sproporzione tra i due termini non impedisce che ciò che vi è di più grande debba scaturire da ciò che vi è di più piccolo. La missione di Gesù è veramente la prima tappa dell’intervento di Dio in vista dell’istaurazione del suo Regno sulla terra. Gli uditori della parabola non devono quindi cadere in inganno: Dio è attivamente presente nel ministero di Gesù, egli dà inizio all’intervento decisivo che sfocerà nella piena manifestazione del suo Regno. Scopo della parabola è dunque far comprendere ai suoi destinatari l’importanza decisiva del momento che stanno vivendo, in virtù della missione di cui Gesù è stato incaricato da Dio: missione con la quale Dio inizia il processo che deve condurre alla manifestazione gloriosa del suo Regno. E’ lo stesso insegnamento della parabola del seme che cresce da solo espressa in forma leggermente diversa.

L’opinione dell’evangelista Marco

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Le due parabole che abbiamo analizzato, seguono immediatamente la parabola del seminatore e la spiegazione particolareggiata che la illustra. A proposito dei cristiani che non hanno radice in se stessi, ma sono uomini incostanti che soccombono al primo soffio della tribolazione, Marco tiene a precisare: il primo soffio di “una persecuzione a causa della Parola”. Egli si preoccupa vivamente del pericolo rappresentato dalla persecuzione per la perseveranza dei cristiani. Questi indizi ci permettono di supporre che Marco legga le parabole pensando alla situazione della chiesa nel momento in cui scrive il suo vangelo. Il seme identificato con la Parola è opera più degli apostoli che di Gesù: si tratta della Parola che è oggetto della predicazione della chiesa; quella Parola che oggi molto difficilmente raggiunge il suo scopo a causa delle insufficienti disposizioni di coloro che la ricevono.

In questa prospettiva, è ovvio che il tempo della crescita del seme si identifichi con il tempo attuale della chiesa. Il seme gettato dal Cristo si sviluppa nonostante l’assenza del seminatore; questi ritornerà per la mietitura. E’ l’epoca in cui il minuscolo seme gettato dal Cristo si sviluppa in un albero magnifico, le cui proporzioni esprimono la forza del messaggio portato al mondo da Gesù. La Parola affidata agli apostoli non può non svilupparsi e non produrre frutti stupendi. Le parabole del seme che cresce da solo e del chicco di senape correggono la penosa impressione che avrebbe potuto lasciare la spiegazione della parabola del seminatore, in cui l’accento è posto sui risultati disastrosi. Essi non impediranno alla Parola di esprimere la sua irresistibile efficacia. Questa sicurezza sia un incoraggiamento per i predicatori della Parola: nella chiesa dei primi tempi come oggi, nelle nostre comunità parrocchiali, in un mondo divenuto indifferente ai valori religiosi.                                                                                                                

Bibliografia consultata: Dupont, 1971.

 
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