In Italia quasi quattro giovani su cinque fra 20 e 29 anni vivono ancora con mamma e papà: 79%, un valore superato solo dalla Corea del Sud (82%). Il dato emerge da un documento dell’Ocse depositato presso la commissione Casa del Parlamento europeo e ripreso dal Sole 24 Ore, e racconta un Paese dove l’uscita dalla famiglia d’origine resta, per molti, un traguardo rimandato.
Ocse e “giovani con i genitori”: l’Italia seconda solo alla Corea del Sud
Nel gruppo dei Paesi sviluppati in cui la quota supera il 70% ce ne sono sette: Corea del Sud, Italia, Spagna, Slovacchia, Grecia, Polonia e Slovenia. La media Ocse si colloca intorno al 50%, quella Ue al 55%. Il confronto mette in evidenza un divario netto con realtà in cui l’autonomia arriva presto: Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia oscillano dal 12% dei danesi al 22% di norvegesi e svedesi; anche Germania (33%) e Francia (44%) restano molto sotto i livelli italiani.
Il caro-casa come freno: affitti, mutui, offerta e paura del futuro
Il costo dell’abitazione è uno dei perni del problema. Nel documento Ocse, il 60% dei giovani italiani 18-24 anni dichiara timore di non riuscire a trovare un’abitazione adeguata nei prossimi due anni. Peggio fanno solo Grecia e Spagna, che superano il 70%, mentre la media Ocse resta poco sotto il 60%. Non è solo una questione di “prezzi alti”: pesano anche la disponibilità di alloggi, le garanzie richieste per i contratti, l’accesso al credito, la difficoltà di costruire una storia reddituale stabile per ottenere un mutuo.
Lavoro e redditi: occupazione in crescita, ma non per i 25-34enni
Il secondo pilastro riguarda l’occupazione. In Italia il tasso di occupazione ha raggiunto i livelli massimi degli ultimi vent’anni e, secondo Istat, si aggira intorno al 62%. Tuttavia, l’aumento degli occupati non ha premiato tutte le fasce in modo uniforme: a dicembre 2025 i 25-34enni risultano in calo, segnale che proprio l’età in cui si prova a “staccarsi” dalla casa dei genitori non beneficia sempre della spinta generale. Il tema non è soltanto “trovare un lavoro”, ma trovarne uno che regga affitto, bollette, trasporti e, per chi vuole, un progetto familiare.
Conseguenze sociali: natalità, mobilità, diseguaglianze e territori
Restare più a lungo in famiglia ridisegna molte dinamiche: rinvio della genitorialità, maggiore dipendenza economica dai genitori, mobilità geografica più bassa, diseguaglianze che si ampliano perché chi può contare su una famiglia con risparmi o immobili parte avvantaggiato. Anche i territori pagano un prezzo: l’emigrazione interna o verso l’estero diventa più “selettiva”, spesso legata a competenze alte o a reti già attive, lasciando in ombra chi resta senza strumenti. Nel Lazio, inoltre, l’effetto capitale attira opportunità ma concentra anche costi, con ricadute sui comuni dell’hinterland e sulle province.
Non solo soldi: il peso dei fattori culturali nelle scelte di autonomia
Il quadro, però, non si esaurisce con affitti e contratti. Lo stesso approfondimento richiama elementi culturali: anche chi avrebbe mezzi sufficienti può scegliere di restare più a lungo in famiglia, per abitudine, comodità, vicinanza affettiva o per un modello di welfare informale in cui la famiglia copre ciò che altrove è garantito da servizi e sostegni. È un tratto che in Italia si somma a un mercato abitativo rigido e a carriere spesso discontinue.
Cosa possono fare istituzioni e politica: leve su casa, lavoro e regole
Se il dato Ocse fotografa un fenomeno strutturale, la risposta passa da più leve: incremento dell’offerta abitativa a canone accessibile, strumenti per l’affitto che riducano il peso delle garanzie, incentivi mirati per chi esce di casa per studio o lavoro, politiche attive che rendano più lineari ingressi e progressioni nel mercato del lavoro. Sul tavolo europeo, la discussione sulla casa come tema sociale si intreccia con l’urgenza di rendere l’autonomia una possibilità reale, non un privilegio.
