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05 Dicembre 2020

Pubblicato il

L’ascensione di Gesù al cielo

di Redazione

Assenza fisica ma presenza spirituale

Dopo la lettura dei brani biblici tratti dal Vangelo di Giovanni nelle sei domeniche consecutive dalla Pasqua di Risurrezione, ritorniamo a leggere il Vangelo di Luca, il quale non ci lascerà più fino alla fine di Novembre, cioè fino al termine di questo anno liturgico contrassegnato dalla lettera C. Ascolteremo domenica prossima il racconto dell’Ascensione di Gesù che ritorna al Padre nella duplice versione che l’evangelista Luca ci ha tramandato sia nel suo Vangelo come nel libro degli Atti degli Apostoli, scritto sempre da Luca. Praticamente, sia la prima lettura che il Vangelo ci narrano lo stesso episodio dell’Ascensione, verificatosi quaranta giorni dopo la Pasqua.

Leggiamo nel Vangelo di Luca (24, 50-51): “Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo”. Mentre nel libro degli Atti degli Apostoli (1, 9) leggiamo: ”Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”.
Appare subito evidente la differenza di tempo nel raccontare l’episodio dell’Ascensione: nel Vangelo essa si verifica nel giorno di Pasqua (forse a giorno inoltrato o nel giorno seguente alla Pasqua), mentre negli Atti degli Apostoli essa avviene quaranta giorni più tardi. Nel primo racconto essa avviene nella massima discrezione, nel secondo essa suppone uno scenario maestoso, con la presenza anche di due uomini in bianche vesti.

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Secondo alcuni, Luca, depositario di due tradizioni, si sarebbe rifiutato di amalgamarle e le avrebbe semplicemente giustapposte per correttezza storiografica. Secondo altri, non è questo il modo normale di procedere di Luca: nelle due versioni dell’Ascensione occorre vedere una duplice interpretazione della glorificazione di Cristo Risorto. Nel Vangelo, l’Ascensione completa la vita di Gesù attraverso l’esaltazione celeste del Messia: il Risorto entra nelle sua Gloria con un corpo “spirituale”, che sfugge ai sensi umani di quaggiù e davanti al quale non si può che prostrarsi in adorazione. Negli Atti, la glorificazione di Cristo vuole inaugurare il tempo della Chiesa e della sua missione: Cristo è apparso molte altre volte ai suoi apostoli per rassicurarli e conferir loro il mandato della missione. In breve, prima si trattava di chiudere un racconto evangelico, e ora di iniziare una storia della Chiesa apostolica: la prospettiva non è la stessa!

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C’è chi ha inteso accostare, nel Vangelo di Luca, la trasfigurazione e l’ascensione. L’evangelista ha distribuito tutte le apparizioni del Risorto entro un quadro cronologico di 24 ore e sembra dunque collocare l’ascensione nella notte seguente alla sua risurrezione. Ora, Luca è l’unico evangelista che pone di notte la scena della trasfigurazione: segnala il sonno degli apostoli e il fatto che ridiscesero dalla montagna soltanto il giorno seguente. Nella trasfigurazione Gesù era entrato nella gloria divina per uscirne di nuovo, nell’ ora della glorificazione pasquale e dell’ ascensione, vi è invece entrato definitivamente. Analizziamo ora il testo che si riferisce al momento dell’ascensione (Lc. 24, 50-51), tralasciando tutto il resto del Vangelo che sarà proclamato nella domenica 12 Maggio 2013.

“Li condusse fuori”: è l’azione di Dio quando liberò il suo popolo. Il compimento dell’esodo di Gesù (Morte e Risurrezione) segna l’inizio del nostro esodo: mentre ascende al cielo, conduce fuori anche i suoi discepoli dai sepolcri delle loro paure per farli rivivere del suo Spirito.

“verso Betania”: Betania è il luogo dove comincia e termina il suo soggiorno a Gerusalemme. Posta a oriente della città di Gerusalemme, presso il monte degli Ulivi, da lì si attende il ritorno della Gloria (Ez. 43, 2).

“alzate le mani, li benedisse”: le mani di Gesù, ormai per sempre alzate al Padre, sono stese per sempre su di noi; è l’ultima immagine di sé che ci lascia ed è garanzia del nostro futuro. Quando era con noi passò facendo del bene, ora, glorificato, rimane benedicendo.

“si staccò da loro”: la sua distanza non è assenza, perché crea in noi quel vuoto e quel desiderio che lui riempirà e compirà con il suo Spirito. Con Gesù abbiamo imparato a conoscere Dio: ora la sua mancanza ce lo fa desiderare. L’uomo desidera ciò che gli manca, e diventa ciò che desidera. Da questa distanza assoluta Gesù può ormai abbracciare tutto il mondo e la sua storia. Ma la sua presenza non sarà più fisica, limitata nello spazio e nel tempo; sarà spirituale, illimitata, ovunque e sempre. La sua distanza assoluta è in realtà una vicinanza assoluta!

“e veniva portato su, in cielo”: raggiunto il cuore del Padre, Gesù è vicino ad ogni fratello, perché possa compiere il suo stesso cammino.

“adoratolo”: per la prima volta i discepoli adorano il Signore Gesù, hanno riconosciuto il Signore. Adorare significa “portare la mano alla bocca e mandare reverente bacio”: è un amore pieno di riverenza, una riverenza colma di amore.

“tornarono a Gerusalemme con grande gioia”: non c’è la nostalgia di un distacco, ma la certezza di un dono. Questa gioia, che a Pentecoste esploderà all’esterno su tutta la terra, è l’inizio della Chiesa, è ciò che la muove nel suo cammino.

L’ascensione di Gesù al cielo è certezza di benedizione per ogni uomo. Dopo un lungo travaglio è nato il capo: ma dove è il capo, sarà tutto il corpo. In Gesù che ascende al cielo conosciamo compiutamente il mistero dell’uomo e del suo corpo. Sappiamo da dove viene perché vediamo dove va: viene dal Padre della luce, e a lui ritorna. La nostra vita non è più sospesa nel nulla: ha trovato il suo principio e il suo fine.

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Gesù non ci lascia orfani e senza patria: proprio con il suo distacco ci indica il Padre e la sua casa, dove lui ci ha preceduto. La glorificazione di Gesù con il suo corpo è la realizzazione della brama più profonda che il Dio della vita ha messo nell’uomo: diventare come lui, vincendo la morte. Non è un sogno proibito, ma il dono che lui ci vuol fare. Il Signore Risorto e Asceso al cielo ha distrutto la schiavitù (il peccato) che ci separa dalla patria del desiderio (la felicità del paradiso), vincendo la nostra morte e dando se stesso come senso della nostra vita. Ora siamo liberi, simili a lui, e vediamo in lui chi siamo noi: figli nel Figlio!

Bibliografia consultata: Ridouard-Coune, 1970; Fausti, 2011.

 
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