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27 Ottobre 2020

Pubblicato il

L’attesa del Signore che viene

di Redazione

Tenersi pronti

Il brano del Vangelo (Lc. 12, 32-48) di domenica prossima, XIX del Tempo ordinario, riunisce parecchie parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli in cammino verso Gerusalemme. Esse consistono essenzialmente in tre parabole che invitano i credenti a tenersi pronti alla venuta del loro Maestro. Divideremo questo commento in due parti: nella prima studieremo il significato che l’evangelista Luca ci consegna attraverso di esse; nella seconda parte cercheremo di capire il significato che Gesù ha voluto dare a questi testi.

L’attesa di Luca

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Gesù assicura che il Padre ha deciso, con sovrana iniziativa della sua grazia, di dare il Regno ai suoi discepoli, chiamandoli “piccolo gregge” (v. 32), il popolo eletto, protetto, guidato da Dio che è la Chiesa, la quale dovrà restare sempre piccolo gregge, e non avrà mai la pretesa di diventare forte, perché tante pecore insieme non faranno mai un lupo! Il discepolo deve volgere il suo cuore verso il cielo perché il suo vero tesoro risiede nella grazia del Padre: egli non arricchisce per sé ma presso Dio attraverso l’elemosina. Il tesoro vero non è ciò che hai, ma ciò che dai, perché chi dà al povero, fa un prestito a Dio.

Le tre parabole che seguono hanno tutte il medesimo tema: l’attesa di colui che viene
a. I servi che attendono il padrone (vv. 35-38). I discepoli devono restare in tenuta da lavoro, con le falde del vestito rialzate e fermate dalla cintura e con le lucerne accese, come per un combattimento, come per un viaggio e come per il rito della Pasqua. Il padrone tornerà in un’ora imprevedibile e se i servi saranno pronti ad accoglierlo, il padrone stesso si metterà a servirli. Nel momento in cui Luca scrive il suo Vangelo, Gesù è scomparso nella gloria di Pasqua e i suoi discepoli attendono il suo ritorno. Debbono perciò restare sempre pronti ad accogliere il Figlio dell’Uomo e la sua grazia. L’uomo è ciò che attende: il cristiano attende il suo Signore, lo sposo che viene per formare con lui un’unica carne; non può ovviamente venire se non è atteso.
b. La venuta del ladro (vv. 39-40). Quando i ladri vengono a sfondare le sottili pareti delle case della Palestina, non preannunciano l’ora della loro venuta: chi vuole farvi fronte deve tenersi incessantemente all’erta. I discepoli debbono essere sempre preparati alla venuta imprevedibile del Figlio dell’Uomo alla fine dei tempi.
c. L’amministratore durante l’assenza del padrone (vv. 41-48). La parabola affida il ruolo centrale della scena ad un amministratore, che ha l’incarico di provvedere alla servitù durante la sua assenza. Luca sta pensando a coloro che dirigono la Chiesa, perché dà ad essi il titolo di “economi”, già applicato da Paolo per sé e ad Apollo. Ad essi, che conoscono la volontà del Signore e hanno ricevuto di più, Gesù ha promesso di renderli partecipi del suo potere e della sua gioia. Luca, dunque, pone questo invito per i responsabili della Chiesa perché assolvano fedelmente il loro compito. L’uomo non è possidente, è un economo che amministra beni non propri. Tutto ciò che è e ha non è suo: è dono di Dio! E deve restare tale per essere quello che è. I responsabili della Chiesa sappiano di essere servi e non padroni, servi del Pane e della Parola, sia dei fratelli che della loro fede.

Verso le parole di Gesù

E' noto come l’esperienza pasquale e la vita nella Chiesa hanno indotto i discepoli ad interpretare le parole del loro Maestro e a rappresentarsi il futuro in maniera più precisa. Adesso bisogna dunque che cerchiamo di arrivare a ciò che ha detto Gesù e a ciò che hanno capito i suoi discepoli.

“Non temere, piccolo gregge” (v. 32). Abbiamo buoni indizi per riconoscervi una Parola autentica di Gesù. Essi sono: gli aramaismi (le parole della lingua parlata da Gesù: l’aramaico) del suo linguaggio, l’immagine del gregge cara a Gesù, il regno di Dio, il piccolo numero di quelli che l’accolgono, il dono gratuito del Padre. Questo detto di Gesù vuole invitare i discepoli a riporre tutta la loro fiducia nel Padre celeste davanti alla tribolazione escatologica (finale) che essi cominciavano ad incontrare.

“Il tesoro nel cielo” (vv. 33-34). Questo detto ha buone possibilità di provenire da Gesù per il suo stile semitico (antico), per la priorità assoluta che accorda ai valori del cielo e per l’importanza data al cuore. Certamente corrisponde al pensiero di Gesù quello di applicarsi al tesoro del cielo, non tanto perché quelli terreni siano effimeri, quanto perché il cuore dell’uomo è fatto per Dio.

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“I servi che attendono” (vv. 35-38). Gli studiosi del Vangelo sono arrivati a ricostruire la parabola primitiva di Gesù, la quale presentava il caso di un portinaio a cui il padrone raccomandava di vigilare per accoglierlo al suo arrivo in qualsiasi ora della notte. Che cosa significava per Gesù la venuta del padrone? Egli pensava al suo ritorno alla fine della storia, perché ha parlato varie volte della venuta gloriosa del Figlio dell’Uomo. Egli vuole indurre il suo popolo ad accogliere la venuta di Dio, ad affrontare il suo giudizio. Per lui tale venuta si opera nella sua personale presenza e nella sua azione: il regno di Dio è vicino, comincia adesso la “crisi” (giudizio) finale. Bisogna esser pronti fin da ora alla venuta di Dio.

“Lo scassinatore” (vv. 39-40). Già la più antica epistola di Paolo ai Tessalonicesi allude al detto del ladro: ciò dimostra l’esistenza di un testimone antico della parola di Gesù antecedente sia a Paolo che agli evangelisti. Inoltre, la figura del ladro “scassinatore” è una creazione originale, perché assente tra le immagini rappresentative la fine del mondo del giudaismo. Per Gesù lo scassinatore significa un pericolo a cui bisogna far fronte: non rappresenta dunque il Figlio dell’Uomo. In questa parabola Gesù sembra voler annunciare la situazione minacciosa che avrebbe accompagnato la venuta del Regno di Dio, già presente con la sua persona, nella sua missione.

“L’amministratore fedele” (vv. 41-48). Con questa parabola Gesù ci presenta un servo messo alla testa degli altri servi della casa, di cui è responsabile. Quando il padrone ritorna, esamina come il servo ha adempiuto i suoi obblighi per ricompensarlo o punirlo. Gesù allude ai responsabili del giudaismo verso i quali Gesù ha annunciato vigorosamente il giudizio di Dio.
Le parabole dell’attesa hanno riferito anzitutto l’appello che Gesù rivolgeva ai suoi contemporanei perché accogliessero in lui la venuta di Dio, così come il giudizio, la salvezza e il Regno. Dobbiamo anche noi oggi vigilare, essere pronti ad accogliere il Maestro, per rendergli conto della missione che ci ha affidato.

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Bibliografia consultata: George, 1974; Fausti, 2011.

 
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