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28 Settembre 2020

Pubblicato il

La fine dei politici ormai ridotti a portavoce

di Redazione

L'eclissi dell’autonomia dei politici, ormai ridotti a “portavoce” e succubi dell’elettorato

Ma la politica a chi (e a cosa) deve rendere conto? Il cittadino che “fa politica”, chi in altre parole entra in campo nell’agorà, chi si pone come titolare della schmittiana “decisione” politica, sarebbe davvero necessitato – come una retorica oggi troppo diffusa sembrerebbe aver imposto – a limitarsi a un ruolo di “portavoce” di istanze e umori diffusi, oppure di “rappresentante” di bisogni, desideri e interessi, di volta in volta della coalizione, del partito, dei cittadini, dell’elettorato, del territorio… Riferimenti che, ormai sovrabbondanti nel linguaggio dei politici, appaiono quasi come dogmatici totem e tabù, alibi e giustificazioni indiscutibili dell’agire pubblico.

Quante volte abbiamo d’altronde sentito Berlusconi e quelli del Pdl fare appello al primato del proprio elettorato di riferimento, ai milioni di cittadini che hanno votato per loro, come elemento fondativo (e giustificativo) della loro azione? Quante volte ha risuonato il mantra degli esponenti del M5S che ripete all’infinito il loro ruolo di “portavoce” della cittadinanza? Quante volte abbiamo ascoltato i leghisti ripetere che loro si limiterebbero a eseguire e tradurre nelle istituzioni e nelle assemblee elettive quanto il territorio richiede ed esige? Quante volte, infine, il centrosinistra ha ricorso alla retorica delle “primarie”, e quindi alla presunta volontà di milioni di cittadini, per delineare un elemento decisivo di linea politica e di strategia da perseguire?

Noi, a nostro modo eredi di una pensiero politico formatosi sulla lettura meditata di Simone Weil e Hannah Arendt, di Ignazio Silone e Adriano Olivetti, pensiamo che tutto questo sia in realtà solo l’ultimo imbroglio retorico della eterna prassi partitocratica. Una cosa sono infatti la cittadinanza attiva e la democrazia partecipata che ci paiono l’ideale regolativo cui aspirare ai fini di una società libera e fondata sull’equo legame sociale, altra il confondere la necessità della legittimazione di qualsiasi mandato elettivo con un legame obbligato e vincolato (a un apparato o a un partito, al territorio o, anche, alla presunta volontà popolare).

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Perché, infatti, non prospettare – come insegna la democrazia greca delle origini – forme diverse di legittimazione, come ad esempio il sorteggio tra tutti i cittadini per mandati a tempo e mai a vita? Non si può infatti confondere il diritto/dovere alla partecipazione (e alla decisione) di ogni cittadino con la gabbia della rappresentanza, con quella sorta di vincolo che costringerebbe a vivere il mandato come la traduzione di quello che un’entità imporrebbe, sia essa il partito, l’astratta volontà del popolo o anche il territorio. La rappresentanza non può mai incatenare, non può essere una gabbia, non se ne può (e non se ne deve) mai diventare ostaggi. Tanto più nel momento in cui una certa retorica fa addirittura appello alla cosiddetta “pancia” dell’elettorato, a quella irrazionale e indistinta volontà popolare di cui il politico dovrebbe essere soltanto “portavoce” passivo.

E allora ripartiamo dalla stessa genealogia della politica. Se c’è infatti un dato che definisce l’autonomia della politica – e l’autonomia del politico – quale dato costitutivo dell’agire pubblico così come s’è storicamente posto in Occidente esso è, costitutivamente, la libertà della decisione politica dal territorio (e da qualsiasi suo richiamo o obbligo) e contemporaneamente dalla indeterminata e astratta volontà popolare (o folla, o massa, o popolo, o insieme organico e omogeneo dei cittadini, o anche elettorato che dir si voglia). La messa in atto e in forma di prassi politica non è insomma condizionata o condizionabile da altri fattori, di cui mai e poi mai potrà essere ostaggio.

È stata Hannah Arendt a riprendere e riformulare nel Novecento questo aspetto già compiutamente tematizzato da Machiavelli, sottolineando nuovamente il fatto che la differenza con l’antichità fu – nel momento stesso in cui si procedeva alla invenzione della politica moderna – la percezione della distinzione capitale tra la politica (la vita activa, il regno della libertà) e il territorio e i bisogni domestici (il regno della necessità e della quotidianità, la dimensione dei dinamismi biologici e naturali). È proprio con questo salto culturale che la politica acquisisce in Occidente la sua autonomia e la sua dignità più propria, definendo la differenza tra la dimensione della polis (la partecipazione dei cittadini al regno della libertà) e la dimensione domestica, lo spazio dei bisogni e degli interessi immediati, naturalistici e parziali.

Di contro, tanta, tantissima retorica del dibattito politico-elettorale italiano dell’ultimo ventennio è invece giocata quasi interamente sul riferimento ossessivo e ricorrente allo spasimo al territorio quando non, addirittura, con un’espressione davvero bruttissima, ai territori declinati al plurale. Quasi che fare politica debba significare tradurre senza mediazioni in parlamento o nelle sedi delle decisioni istituzionali direttamente i bisogni, le aspettative, le pulsioni, gli stati d’animo, i desiderata del territorio. A questo corrisponde anche il termine, reso popolare dai grillini, di “portavoce”, di soggetto che si limita a rappresentare.

D’altronde, quante volte abbiamo sentito ripetere a parlamentari e politici, a cominciare dal leghisti (che sono i primi ad aver costruito e imposto questa egemonia concettuale), il fatto che dopo il lavoro in Parlamento a Roma debbono poi tornare – il fine settimana, poi – “sui territori” per rassicurare gli elettori di aver risposto alle loro domande e quindi intercettare nuove istanze della presunta volontà popolare.

Ricominciamo allora a mettere i puntini sulle “i” e a introdurre una necessaria bonifica semantica. È da definizione di educazione civica sui banchi di scuola il fatto che una entità politica consti oggettivamente di tre elementi: una popolazione, ovvero una moltitudine di cittadini; la presenza di questa popolazione su un determinato territorio; e il vincolo (e la garanzia) per i cittadini che vivono su quel territorio di una precisa e determinata sovranità. Il territorio, tanto per fare l’esempio dell’elemento oggi più abusato, è solo la delimitazione di confini che definiscono lo spazio pubblico sul quale viene esercitata la sovranità politica per quei cittadini. È in fondo soltanto l’elemento primordiale, preliminare, naturale, ma – come sottolineano Arendt e prima di lei Machiavelli – proprio per questo è l’elemento che va superato, integrato e reso “politico” dalle due dimensioni complementari e parallele della cittadinanza e della sovranità.

Non è un caso che da quando esiste una concezione parlamentare e istituzionale della rappresentanza politica il singolo parlamentare non ha e non ha mai avuto alcun vincolo di mandato né territoriale né di schieramento: egli, in quanto politico, è rappresentante della nazione, ovvero di tutti i cittadini nel loro complesso, e nessun obbligo naturalistico può costringere o forzare la sua libertà di decisione politica. È un fatto originario e costitutivo questo che al di là e oltre qualsiasi sistema elettorale rende il parlamentare libero e vincolato solo dalla sua coscienza e dalla volontà di scegliere per il bene della nazione, ovvero di tutti i cittadini.

Ovvio quindi che in nessuna democrazia del mondo l’uomo politico ritiene di rappresentare esclusivamente le ragioni del territorio di elezione: egli non è (quando, pure, questo aspetto amministrativo si pone) un sindaco o un consigliere comunale, non è solo un eletto di consessi territoriali, non è e non può essere infine un rappresentante di interessi determinati e circoscrivibili. Ricordarlo servirebbe molto a bonificare il linguaggio retorico della politica italiana dall’ultima delle trappole lessicali che rivela, in realtà, solo la recente deriva settoriale, propagandistica e frammentaria del nostro dibattito pubblico. Oltre tutti gli imbrogli semantici della destra, del centro e della sinistra, dei grillini e dei “nuovisti” democratici, dei leghisti e dei berlusconiani.

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