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18 Settembre 2021

Pubblicato il

Din Don Dan

La parabola dei talenti: portare frutto nel tempo dell’attesa

di Redazione
La parabola dei talenti parla del ritorno del Signore alla fine della storia e dei doni che Dio dà a ognuno di noi da far crescere
il capocordata
Il Capocordata

La parabola dei talenti (Mt. 25, 14-30) presenta un dramma in tre atti: un padrone affida i suoi beni a tre servi e parte; il comportamento dei servi durante l’assenza del padrone; il ritorno del padrone e resa dei conti. E’ una parabola che parla del ritorno del Signore alla fine della storia, e del periodo intermedio che la comunità, dopo la dipartita del suo Signore, deve utilizzare nel migliore dei modi. I “talenti” sono i doni che Dio dà a ognuno di noi e le occasioni che la vita offre, le responsabilità che siamo chiamati ad assumere, i compiti che ci vengono affidati.

L’attesa del ritorno finale (parusia)

Un padrone prima di partire affida i suoi beni a tre servi. A ciascuno viene dato secondo le sue capacità. I servi non devono limitarsi a custodire quanto viene loro affidato, devono invece darsi da fare e cercare di far fruttare il denaro loro assegnato. La seconda parte della parabola presenta il modo di agire dei servi. I primi due corrispondono alle attese e alla fiducia riposta in loro dal padrone, fanno fruttare il denaro sino a raddoppiarlo. L’ultimo servo, per paura del padrone, si limita a mettere al sicuro quanto ricevuto, e non trova soluzione migliore che sotterrarlo. Il padrone ritorna “dopo molto tempo” (v. 19): questa indicazione sottolinea la libertà di azione di cui hanno potuto godere i servi e il sufficiente intervallo di tempo concesso loro per darsi da fare.

Il giudizio finale del padrone

Nella resa dei conti, i primi due servi vengono lodati come abili e fedeli amministratori e perciò ricompensati. Facendo fruttare i talenti ricevuti, il padrone ha potuto verificare le loro capacità e la loro fedeltà, ora può affidar loro compiti ancora più importanti e impegnativi. I primi due servi hanno svolto in maniera egregia il loro dovere, non per questo però possono starsene con le mani in mano. Il Signore ha sempre qualche nuovo compito da assegnare. I due servi ricevono la stessa ricompensa, che non è legata alla misura della prestazione, ma all’impegno e alla fedeltà dimostrate, e alla fine sono invitati a “prendere parte alla gioia” del loro padrone (vv. 21.23).

Invece il padrone condanna duramente il comportamento passivo del terzo servo che non ha dato prova di responsabilità, ha rifiutato l’impegno, non ha voluto correre rischi. Il terzo servo non ha compreso la fiducia che il padrone aveva riposto in lui proprio per il fatto di non avere rischiato, di non aver tentato nulla, di essersi limitato a restituire quanto gli era stato affidato e per questo viene apostrofato come “malvagio e infingardo” (v. 26). Poiché non si è dato da fare, il padrone gli toglie tutto, lo lascia a mani vuote. La parabola si chiude presentando il rigetto del servo fannullone e la sua punizione: “gettatelo fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti” (v. 30). Il servo non ha fatto il suo dovere e proprio per questo non viene ammesso alla comunione con il suo Signore.

Un tempo donato per portare frutto

Il comportamento del terzo servo insegna che non basta “non fare nulla di male” per salvarsi; è troppo poco e decisamente insufficiente per vivere veramente il Vangelo, che colloca invece il credente in prima linea.

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Bisogna fare il bene! Ognuno di noi è chiamato a essere responsabilmente attivo nella costruzione del Regno di Dio. Il Signore ci ha dato intelligenza, volontà, cuore e fantasia perché facciano nascere qualcosa di nostro. Gli uomini e le donne non sono uguali come il prodotto di una catena di montaggio: essi sono come i tasti del pianoforte, posti uno vicino all’altro, all’apparenza tutti uguali, ma una volta toccati, rispondono diversamente, insieme fanno l’armonia. L’esempio dei primi due servi serve da stimolo, quello del terzo da monito.

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La parabola dei talenti esorta a usare bene il tempo; non si deve rimandare a domani quello che si può fare oggi. Il tempo dell’assenza del Signore è quello che determina tutto, è l’intervallo che decide l’esito del giudizio, è il tempo in cui ciascuno di noi deve dare prova di impegno e fedeltà. Se saremo saggi e fedeli, saremo ospiti al banchetto della gioia, ma se ci mostreremo cattivi e infedeli, ci sarà assegnato il luogo della tenebra. Nell’ignoranza del giorno e dell’ora si deve non solo essere prudenti, ma anche dinamici e produttivi, perché ognuno riceverà un premio proporzionato alla sua fedeltà e al suo impegno.

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La parabola ci spinge a riconoscere che noi apparteniamo a un tempo che non ci vede solo spettatori passivi bensì artefici della nostra storia. Con J.L. Borges mirabilmente affermiamo: “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; il tempo è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; il tempo è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”. Ognuno di noi, attraverso le scelte che compie nel presente e per il futuro, costruisce la propria storia, agendo in libertà e con responsabilità. “E’ vero che non sei responsabile di quello che sei, ma sei responsabile di quello che fai di ciò che sei” (J.P. Sartre).

Tutta la nostra vita è un’occasione preziosa, un dono, un’opportunità, che tuttavia ci interpella in prima persona per la sua realizzazione. Il tempo che ci è donato è un tempo da far fruttare. Il dono della vita è da far fruttificare, con responsabilità ma anche con coraggio, assumendosi anche il rischio della scommessa, dell’apertura, della prova, della trasformazione.

Ogni dono ricevuto è una grande fonte di gioia, ma apre anche un impegno, perché ci rende responsabili di ciò che abbiamo ricevuto. Cosa faccio con i talenti ricevuti? Se li accetto con responsabilità e gratitudine verso chi me li ha donati, non mi ripiego su di me ma li faccio crescere. Rispondo al dono con il dono, all’amore con l’amore. Diversamente non solo non faccio crescere i miei talenti, ma mortifico anche me stesso, mi ripiego su di me e non vivo in pienezza.

Il Capocordata.   

Bibliografia consultata: Boscolo, 2020, Amadini, 2020.   

 
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