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14 Aprile 2021

Pubblicato il

Din Don Dan

La Passione di Gesù: “Davvero questo uomo era figlio di Dio”

di Redazione

La passione di Gesù secondo Marco si suddivide in: gli ultimi momenti di Gesù con i discepoli; il processo del sinedrio e romano; la morte

spirito santo
Il Capocordata

La passione di Gesù secondo Marco (cc.14-15) può essere suddivisa in tre grandi parti: la prima concerne gli ultimi momenti di Gesù con i suoi discepoli; la seconda il processo del sinedrio e quello romano; la terza, infine, la morte.

Prima parte: tra profezia e cattura

Il racconto della passione inizia presentando la ferma decisione da parte dei capi religiosi di catturare Gesù. Questa cattura non deve aver luogo durante la festa di Pasqua per il timore che possa scatenare una sommossa popolare.

Nella prima parte sono fondamentali due scene commensali: la prima a Betania e la seconda a Gerusalemme. A casa di Simone il lebbroso una donna rompe un vaso di profumo di nardo puro e lo versa sul capo di Gesù. Dalla tavola parte la critica di alcuni commensali per il costo esorbitante dell’unguento: trecento denari, che corrispondono a un anno di lavoro di un salariato. A prima vista essi sembrano sulla stessa lunghezza d’onda di Gesù, ipotizzando che quella somma di denaro poteva sicuramente essere usata per aiutare i poveri. La critica non si ferma soltanto a qualche parola, ma si manifesta anche emotivamente con la loro rabbia nei confronti della donna.

La reazione di Gesù sorprende. Invece di condividere il loro parere critico, afferma la positività dell’azione della donna, invitando a riflettere sul fatto che i poveri ci saranno sempre, mentre lui no. Per Gesù l’azione della donna corrisponde a un gesto anticipato di una unzione del suo corpo per la sepoltura. Questo gesto colpisce nel segno al punto che, secondo Gesù, esso diventa parte integrante del Vangelo stesso, laddove verrà proclamato.

La donna con il suo gesto profetico, a differenza dei presenti, mostra di essere in perfetta sintonia con colui che si sta preparando a passare dall’esperienza terribile della morte. Per il suo valore così alto, l’atto riflette la dedizione, l’amore, l’affezione della donna nei confronti di Gesù, tutti stati d’animo che le rendono più facile capire ciò che Gesù si appresta a fare. In sintesi: è una donna e non degli uomini, né tanto meno dei discepoli, a penetrare il mistero del destino di Gesù.

La difficoltà che i capi religiosi incontrano per catturare Gesù durante la festa di Pasqua viene risolta da Giuda, un discepolo che faceva parte della stretta cerchia dei Dodici. E’ da questa cerchia più intima che esce il traditore. La letteratura e la teologia hanno scritto fiumi di inchiostro sulle motivazioni che avrebbero spinto Giuda a tradire Gesù. La sua scelta è facilmente spiegabile con il soprannome “Iscariota”, storpiatura del latino “sicarius”, uomo del pugnale. Egli fa parte di quel gruppo che voleva rovesciare il potere romano sulla Palestina.

Conoscendo Gesù, probabilmente si illude di aver finalmente incontrato il Messia, ma dopo una lunga frequentazione si rende conto altresì che i suoi discorsi sull’amore e sul perdono del nemico porteranno i giudei a una sottomissione sempre più forte nei confronti di Roma. Giuda si presta allora a facilitare la cattura di Gesù da parte dei capi religiosi: grazie al discepolo fedifrago, Gesù viene catturato in un luogo privato, senza la presenza della folla renitente.

Il donarsi di Gesù

La seconda grande scena della narrazione è quella della cena pasquale, che costituiva per ogni giudeo il memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù egiziana. L’azione di Gesù che prende il pane e il vino indica il dono della sua persona e della sua vita e interpreta in modo del tutto innovativo la dinamica del passaggio dalla schiavitù alla libertà con quella del suo transito dalla morte alla vita, in una logica di dedizione, offerta e donazione. La scena del Getsemani  è forse la più drammatica di tutto il vangelo, perché lo stato emotivo e psicologico di Gesù è molto provato. Egli inizia la preghiera chiedendo a Dio Padre di evitare quel destino terribile di morte. Ma è proprio nella preghiera che Gesù comprende che egli non deve compiere il suo volere, ma quello del Padre. La preghiera mostra così come da uno stato di emotività forte si possa arrivare a compiere scelte di fedeltà a Dio e agli uomini.

Il processo

Il processo si svolge in due momenti: di fronte al Sinedrio e al Procuratore di Roma, Ponzio Pilato. L’evangelista Marco presenta Gesù di fronte al tribunale religioso giudaico come il Figlio dell’Uomo, e di fronte a Pilato lo descrive il Giusto perseguitato e condannato che non si difende dalle incriminazioni rivoltegli. Il testo appare nella sua redazione finale come una pagina teologica in cui la disposizione e il comportamento di Gesù risultano al di fuori di ogni schema umano. In realtà, l’esitazione di Pilato lascia lo spazio alla folla per la decisione sulla condanna dell’imputato. Non è però l’intero Israele a determinare la morte di Gesù, ma solo uno sparuto gruppo di persone che si raduna nel cortile dove alloggiava il procuratore romano, molto probabilmente formato quasi esclusivamente da solo capi religiosi.

Il nuovo volto di Dio

Il racconto della crocifissione con la morte del condannato Gesù contiene la scena vertice di tutta la narrazione. L’introduzione è data da quel grido che solo in apparenza è sintomo del senso di abbandono da parte di Dio, ma che contiene parole che in un momento di angoscia e di disperazione riflettono l’attesa da parte dell’orante (Salmo 21) di un’azione divina di soccorso e di liberazione. Gesù non si sente né abbandonato, né disperato, ma palesa la forte convinzione che non tutto finirà con quell’esecuzione capitale, ma che Dio interverrà con un’azione divina. La figura del centurione che riconosce in Gesù morente il Figlio di Dio ci dice che d’ora in poi anche i pagani appartengono a pieno titolo al Regno di Dio, proprio essi che una volta ne erano esclusi.

La scena finale è incentrata sull’azione di sepoltura, che sembra mettere fine alla vicenda di Gesù di Nazaret. Ma la tomba non sarà la parola definitiva di questa vita, distrutta solo apparentemente in maniera prematura.                                                                                                             

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Bibliografia consultata: Grasso, 2021.

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