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12 Giugno 2021

Pubblicato il

La Trasfigurazione di Gesù

di Redazione

Una visione anticipata della gloria

La seconda domenica di Quaresima propone la proclamazione e la riflessione dell’episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor, nella versione del vangelo di Luca (9, 28-36) in questo anno liturgico contrassegnato dalla C, dedicato, appunto, alla lettura del terzo evangelista. L’episodio viene narrato da tutti e tre i vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), senza volere dimenticare le brevi allusioni al medesimo episodio che sono presenti nel Vangelo di Giovanni (12, 27-28) e all’altro accenno ben preciso alla trasfigurazione che si trova nella seconda lettera di San Pietro apostolo (2Pt. 1, 16-18). Ciascuno dei tre evangelisti sinottici ha il proprio modo specifico di contemplare e di sfumare l’avvenimento storico della trasfigurazione, aiutandoci in tal modo a penetrare nell’intelligenza del mistero di Gesù.
Diciamo subito che l’evangelista Luca introduce due elementi nuovi rispetto a Marco e Matteo: Gesù si trasfigura durante la sua preghiera; il colloquio con Mosè ed Elia ha per contenuto “il suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (v. 31), unendo chiaramente la trasfigurazione con la Passione di Gesù. Solo di passaggio, notiamo che anche l’episodio della trasfigurazione è legato nel tempo alla Passione di Gesù, perché avviene esattamente “otto giorni dopo” (v. 28) che Gesù aveva rivelato il cammino della croce sua e dei discepoli verso la gloria.

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Precisando che Gesù salì sul monte a pregare e che fu trasfigurato durante la preghiera (vv. 28-29), Luca mette la trasfigurazione in relazione alla vita interiore di Gesù, preoccupandosi di scoprire la crescita della sua umanità e i conflitti intimi che dovette attraversare per raggiungere nella Passione e nella Risurrezione la pienezza della volontà del Padre celeste, facendone consapevoli in qualche modo anche i suoi discepoli. La preghiera di Gesù diventa quasi lo spazio che contiene la trasfigurazione, come rivelazione del Padre e gloria del Figlio. La preghiera è il luogo in cui scopriamo Dio come Padre, nostra sorgente, e veniamo generati nella gloria del Figlio. Vediamo la trasfigurazione solo se teniamo aperti gli occhi sulla preghiera di Gesù, cioè sul suo amore per il Padre che diventa il suo stesso amore per noi.

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Il parallelismo con l’agonia di Gesù nell’orto degli Ulivi, e siamo al secondo elemento di novità, è considerevole. Nella gloria della trasfigurazione, Mosè ed Elia conversano con Gesù della dipartita che tra breve egli compirà a Gerusalemme, quando, triste e abbandonato dai suoi discepoli, chiederà al Padre l’allontanamento del calice della sofferenza, pur rimettendosi sempre alla sua volontà. In entrambi i casi, Gesù è in preghiera, circondato dai discepoli, i quali non resistono al sonno, per la fatica sul monte Tabor (“oppressi dal sonno” v. 32), per la tristezza nell’orto degli Ulivi (“dormivano per la tristezza” Lc. 22, 45). Inoltre, nella trasfigurazione Gesù brilla nella sua gloria divina (“il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” v. 29) e nel Getzemani ha il conforto dell’Angelo (“gli apparve un angelo dal cielo per confortarlo” Lc. 22, 43). Gesù è proclamato Figlio di Dio dalla voce della trasfigurazione (“Questi è il Figlio, l’eletto; ascoltatelo!” v. 35), e nella preghiera del Getzemani egli si rimette finalmente alla volontà del Padre come Figlio obbediente (“Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” Lc. 22, 42).

“Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (v. 29). Luca si ferma a contemplare il volto di Gesù che diventa “altro” rispetto al volto normale di chiunque. Luca è l’iconografo (pittore) del volto di Gesù: ce lo descrive perché lo possiamo contemplare e riflettere sul nostro. La luce del Tabor è una luminosità che viene dal di dentro eliminando ogni ombra: fa vedere sul volto di Gesù la realtà nascosta (la sua divinità), dà visibilità all’invisibile (la sua gloria). E’ la luce che non fa più ombra perché il sole è dentro, tipica delle icone (raffigurazioni del volto di Gesù) orientali. La sua veste è bianca ed emana folgori: se così è il vestito, che cosa sarà il corpo? Se il corpo è il vestito della persona, l’umanità di Gesù è il vestito della sua persona divina, da cui emana a pieno la potenza della gloria di Dio. La folgore è l’attributo della veste, e allora cosa sarà il suo volto di gloria?

“Mosè ed Elia, apparsi nella gloria” (v. 31): Mosè ed Elia solo accanto a Gesù sono visti “nella gloria”, perché diversamente o non sono visti, o non nella gloria. Infatti la gloria della legge (Mosè) e la gloria della profezia (Elia) è il Figlio obbediente, la Parola stessa, uditore perfetto del Padre. E’ la gloria del Dio della legge e della profezia, che adempie in Gesù la promessa e colma l’attesa. Mosè ed Elia parlano con Gesù “del suo esodo” (v. 31): il termine esodo è scelto appositamente per richiamare la salvezza di Israele dall’Egitto e caricare la morte di Gesù di tutto il significato della Pasqua.
“Maestro…facciamo tre tende” (v. 33): la tenda è simbolo della presenza di Dio. Nell’AT due furono le tende o le dimore di Dio: la legge e la profezia, il passato da ricordare e il futuro da aspettare. Ora questa dimora di Dio è presente in Gesù, ma non più come passato e futuro, bensì come realizzazione piena di ogni passato e pienezza di ogni futuro. Ma Pietro “non sapeva ciò che diceva” (v. 33), perché ormai la tenda è una sola: la tenda definitiva di Dio è il “Gesù solo” (v. 36) che va verso Gerusalemme per compiere l’esodo iniziato da Mosè.

“Questi è il Figlio mio, l’Eletto; ascoltatelo!” (v. 35): è il centro della trasfigurazione, dove si lega la visione all’ascolto. Nell’ascolto di Gesù, ascoltatore perfetto del Padre, noi diventiamo come lui. La carne di Gesù è la Parola definitiva, è il volto perfetto del Padre, Figlio obbediente, Parola compiuta piena d’amore. Il trasfigurato sul monte è lo sfigurato sul Calvario, e solo lui! Per questo San Paolo dice di non conoscere altro se non Gesù Cristo e questi crocifisso: la parola della croce è infatti sapienza e potenza di Dio salvatore.
“Essi tacquero” (v. 36): si spegne la voce del Padre, cessa la gloria di Gesù e tacciono i discepoli. Essi non raccontano a nessuno ciò che hanno visto: parleranno dopo il dono dello Spirito, per portare tutti all’obbedienza di Gesù. E’ questo il senso della vita di ognuno di noi: seguire Gesù che va verso la croce, per seguirlo poi nella sua Gloria di risorti, di trasfigurati.

Bibliografia consultata: Coune, 1973; Fausti, 2011.

 
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