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Latina, operaio muore dopo una settimana di agonia: la tragedia su un tetto d’amianto

Una settimana passata tra la vita e la morte in un letto del San Camillo di Roma, in terapia intensiva. Poi il decesso senza clamore
Di Simone Fabi
Ospedale San Camillo di Roma, ingresso principale
Ospedale San Camillo di Roma

Aveva 34 anni. Non si sa molto altro di lui, se non che veniva dall’India, che lavorava per una ditta esterna e che il 9 aprile scorso è caduto da un tetto mentre bonificava una copertura in eternit in un’azienda vinicola di Borgo Santa Maria, alle porte di Latina. La volta ha ceduto all’improvviso. Nessun rumore prima. Solo un vuoto sotto i piedi e un volo di oltre cinque metri, seguito dal silenzio.

La caduta, il silenzio, la rabbia, le domande senza risposta

Da allora, una settimana passata tra la vita e la morte in un letto del San Camillo di Roma, in terapia intensiva. Poi il decesso. Senza clamore, senza che il suo nome finisse nei titoli principali, ma lasciando aperta una lunga lista di interrogativi.

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Di questa storia colpisce tutto. Il contesto, il tipo di lavoro, l’età, la dinamica. Non è solo un caso di cronaca nera: è il riflesso di un sistema che troppo spesso lascia sole le persone nei momenti più pericolosi del loro mestiere. Bonificare amianto significa intervenire su strutture vecchie, instabili, tossiche. Significa muoversi su coperture che possono cedere da un momento all’altro. È un’attività a rischio elevato, che dovrebbe essere gestita con competenze specifiche, strumenti adatti, protocolli rigidi. Ogni passaggio va fatto in sicurezza. Ogni lavoratore dovrebbe sapere che la sua vita è protetta da un’imbracatura ben fissata.

Eppure, ancora una volta, qualcuno è precipitato.

Dove erano i dispositivi di sicurezza?

È la domanda che i sindacati stanno ripetendo da giorni. La Cgil, la Fillea e la Flai del Lazio, insieme alla Cgil Frosinone-Latina, hanno chiesto trasparenza su quanto accaduto: c’erano i dispositivi anticaduta? Venivano usati correttamente? Erano presenti altri operai sul tetto? C’era un coordinatore per la sicurezza? E, soprattutto, il cantiere rispettava le normative per la rimozione dell’amianto?

La bonifica dell’eternit non è un’attività ordinaria. La legge impone passaggi rigorosi, dalla messa in sicurezza alla comunicazione preventiva all’ASL, fino alla verifica delle condizioni ambientali. Basta una leggerezza, una dimenticanza, una corsa per rispettare i tempi, e il rischio si trasforma in tragedia.

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Un nome che forse non leggeremo mai

La storia di quest’uomo, come accade troppo spesso con i lavoratori stranieri impiegati in subappalto, rischia di rimanere anonima. Forse il suo nome non verrà reso noto, forse non ci sarà una fotografia, una biografia, un’intervista ai familiari. Eppure quella caduta non è stata meno violenta. È accaduta mentre svolgeva un lavoro faticoso e delicato, in uno dei settori più esposti agli incidenti mortali.

In provincia di Latina, solo negli ultimi tre anni, si sono verificati decine di incidenti gravi nei cantieri. Secondo i dati INAIL, il comparto dell’edilizia resta tra i più letali. Quando si incrociano la fragilità contrattuale, la pressione dei tempi e l’assenza di controlli adeguati, il margine per l’errore si riduce fino ad annullarsi.

Lavoratori invisibili, ferite reali

Lui lavorava per una ditta esterna. Non era assunto direttamente dall’azienda agricola. Un dettaglio burocratico? Non proprio. Perché il sistema del subappalto — pur legittimo — ha costruito negli anni una catena di responsabilità sfumate, dove a pagare le conseguenze è sempre l’ultimo anello. Spesso si tratta di migranti, impiegati tramite agenzie o cooperative, a volte senza piena formazione, senza controllo sindacale, senza voce.

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Sono lavoratori che entrano nei cantieri prima dell’alba e ne escono tardi, che non conoscono sempre i propri diritti, che accettano il rischio come parte del mestiere. Quando succede qualcosa, i riflettori si accendono tardi e si spengono presto.

La sicurezza non è un optional

Il caso di Borgo Santa Maria dovrebbe riportare al centro del dibattito un tema troppo spesso ridotto a slogan: la sicurezza sui luoghi di lavoro. Non si tratta solo di norme da rispettare, ma di una cultura da costruire. Significa formare, controllare, ispezionare. Significa che la vita di chi lavora non può valere meno della fretta di chi organizza, o del risparmio di chi appalta.

Nel frattempo, l’unico dato certo è che un uomo di 34 anni non tornerà più a casa. Di lui rimangono una data, un lavoro, una caduta. E una settimana di agonia che non può essere dimenticata in fretta.

 
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Cronaca

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