Nel Lazio la partita sulla spesa farmaceutica è diventata in poche ore un caso politico e sanitario. La Regione ha chiesto controlli più serrati sulle prescrizioni ritenute inappropriate, ma la reazione dei medici di medicina generale è stata immediata e durissima, fino allo stato di agitazione e al ritiro dai tavoli di confronto. A quel punto il presidente Francesco Rocca ha scelto di sospendere la circolare contestata, provando a disinnescare uno scontro che rischiava di allargarsi ben oltre il nodo dei farmaci.
Il confronto sulla spesa farmaceutica apre una frattura nella sanità regionale
Il punto è che la vicenda non nasce dal nulla. Da mesi il rapporto tra amministrazione regionale e medici di base vive su un equilibrio fragile, segnato da polemiche sull’appropriatezza prescrittiva, sulla tenuta dell’assistenza territoriale e sui compiti affidati ai professionisti sul territorio. La nuova disposizione inviata alle Asl ha fatto saltare quel poco che reggeva: alle commissioni competenti veniva chiesto di analizzare ogni mese il profilo prescrittivo di dieci medici, raccogliendo controdeduzioni sui casi ritenuti anomali e rendicontando poi esiti, risposte accolte, respinte ed eventuali recuperi economici. È stata questa impostazione, letta da molti camici bianchi come un’impostazione punitiva, a trasformare un atto tecnico in una rottura politica.
Perché la Regione insiste sul taglio degli sprechi sui medicinali
Dal punto di vista della Regione, però, il tema resta aperto. Rocca ha ribadito che la spesa considerata non corretta va ridotta e che l’obiettivo non cambia, anche se cambierà il metodo. Il presidente ha ricordato che quando si è insediato, limitandosi a quattordici molecole di farmaci generici, la spesa ritenuta inappropriata ammontava a 76 milioni di euro e che il dato sarebbe sceso a circa 40 milioni. Ha anche richiamato un confronto che pesa sul piano politico: nel Lazio la spesa farmaceutica pro capite indicata è di 398 euro l’anno, superiore a quella di Emilia-Romagna e Piemonte, pur restando sotto i livelli registrati in alcune regioni del Sud. Per la giunta, dunque, il problema esiste e non può essere aggirato.
La reazione dei medici di base e il timore di controlli vissuti come sanzioni
Dall’altra parte i medici contestano il principio con cui si è arrivati al provvedimento. La loro obiezione non riguarda solo il merito economico, ma anche il messaggio politico contenuto in questa impostazione: un medico di famiglia, chiamato ogni giorno a gestire pazienti anziani, pluripatologici e spesso fragili, teme di essere giudicato solo sul costo finale della ricetta e non sul quadro clinico reale. In questo clima si è inserita la decisione di proclamare lo stato di agitazione e di ritirare i rappresentanti da commissioni e tavoli regionali. La tensione, in realtà, si inserisce in un contenzioso che nel Lazio va avanti da tempo, come mostrano le polemiche già emerse nei mesi scorsi sul tema dei controlli prescrittivi e delle accuse rivolte ai medici di famiglia sulla spesa ritenuta eccessiva.
Cosa cambia adesso per Asl, pazienti e governance del sistema
La sospensione della circolare evita, almeno per ora, una collisione frontale. Ma non risolve il nodo vero. Le Asl continuano ad avere il compito di monitorare la spesa farmaceutica convenzionata e la Regione non intende rinunciare a un’azione di contenimento. Questo significa che il confronto ripartirà presto, con un’altra formula. E qui si capirà molto: se prevarrà una logica di collaborazione clinica, con indicatori più condivisi e meno automatici, la frattura potrà ricomporsi; se invece il dossier verrà affrontato soltanto come questione di risparmio, il rischio è di allargare il conflitto in un settore già sotto pressione.
Per i cittadini la questione conta più di quanto sembri. I medici di famiglia restano il primo presidio di accesso al sistema sanitario, quello che orienta cure, impegnative, continuità assistenziale e gestione delle terapie croniche. Ogni attrito forte su questo livello ha ricadute concrete: rallentamento dei tavoli, irrigidimento dei rapporti con le Asl, difficoltà operative su nuove procedure e minore disponibilità al lavoro condiviso su riforme territoriali che la Regione considera strategiche.
Il nodo politico si incrocia con quello delle Case di Comunità
Non è un dettaglio il fatto che la protesta sia arrivata anche mentre il Lazio continua a giocarsi la partita delle Case di Comunità. Sul piano numerico la Regione viene indicata sopra la media nazionale per strutture con almeno un servizio attivo, ma il quadro italiano resta ancora lontano dal pieno funzionamento previsto dal nuovo modello territoriale. A livello nazionale, secondo il monitoraggio Agenas sul secondo semestre 2025, solo il 45% delle Case di Comunità programmate ha almeno un servizio attivo e appena 66 strutture risultano pienamente operative; nel Lazio quelle complete sono sei. Questo significa che la riforma dell’assistenza territoriale è ancora in costruzione e che rompere con i medici di famiglia, proprio adesso, può diventare un costo politico molto alto.
Nel frattempo Rocca ha scelto la linea del passo indietro tattico: congelare la circolare, difendere la necessità di ridurre gli sprechi e riaprire la trattativa. È una mossa che abbassa la temperatura, ma lascia intatta la domanda di fondo. Come si correggono le prescrizioni inappropriate senza trasformare il controllo in un processo permanente ai medici di base? È su questa risposta che si misurerà, nelle prossime settimane, la tenuta dei rapporti dentro la sanità laziale.
