Lazio, uno studente su 10 non ha cittadinanza italiana. A Roma classi oltre il 30%: il tetto riapre il confronto

Nel Lazio quasi 85mila alunni non hanno cittadinanza italiana. A Roma alcune classi superano il 30%: numeri e problemi dietro il nuovo dibattito
Di Simone Fabi
Scuola elementare

Nel Lazio la presenza degli studenti senza cittadinanza italiana ha ormai dimensioni strutturali. Nell’anno scolastico 2023-2024, nelle scuole pubbliche regionali, erano quasi 85 mila su oltre 769 mila iscritti, circa l’11%. Nella provincia di Roma la percentuale saliva all’11,8%, con più di 67 mila studenti; Viterbo era all’11,7%, Rieti al 10,7%, Latina al 9,8% e Frosinone al 5,4%. Numeri che, tradotti nella vita quotidiana delle scuole, significano grosso modo uno studente ogni dieci.

Ma fermarsi alla parola “straniero” rischia di raccontare soltanto una parte della realtà. La statistica scolastica utilizza infatti principalmente il criterio della cittadinanza: un ragazzo senza cittadinanza italiana viene registrato come alunno straniero anche quando è nato in Italia, parla italiano dalla prima infanzia e ha frequentato nel nostro Paese tutto il proprio percorso scolastico.

Il dato nazionale più recente rende evidente questa distinzione. Nell’anno scolastico 2024-2025 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 931.323, l’11,6% della popolazione scolastica, e circa il 65% era nato in Italia.

Il 30% torna al centro del dibattito

La questione ha assunto nelle ultime ore anche una dimensione politica. Il 20 settembre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione del Governo di intervenire con un provvedimento sul limite del 30% di studenti stranieri per classe. I dettagli definitivi della nuova disciplina, al momento dell’annuncio, non erano ancora stati formalizzati.

Il principio, in realtà, non nasce oggi. Una circolare ministeriale del gennaio 2010 già indicava come criterio ordinario una soglia del 30% di alunni con cittadinanza non italiana nelle singole classi, con l’obiettivo di evitare concentrazioni considerate eccessive. La stessa circolare definiva però quel limite come un criterio organizzativo, riferito alla composizione delle classi e non come un divieto assoluto applicabile indistintamente a ogni situazione territoriale.

Ed è proprio l’applicazione concreta a rendere il problema molto più complicato di una percentuale scritta sulla carta.

Prendiamo una scuola elementare di un quartiere romano nel quale il 35 o il 40% dei bambini residenti non possiede la cittadinanza italiana. Se le iscrizioni seguono normalmente la vicinanza tra abitazione e istituto, come si rispetta un limite del 30%? Dove dovrebbero essere iscritti i bambini in eccesso? In una scuola più lontana? E fino a quale distanza?

Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha definito fondata la questione dell’equilibrio delle classi dal punto di vista didattico, sottolineando però la difficoltà tecnica di applicare rigidamente il tetto nei territori nei quali la popolazione scolastica riflette una forte presenza di famiglie straniere. Ha inoltre ricordato che la circolare del 2010 non ha forza di legge.

A Roma ci sono già classi sopra la soglia

Il caso dell’Istituto Di Donato-Manin all’Esquilino fotografa bene la situazione romana. La scuola conta circa 500 alunni tra infanzia, primaria e secondaria di primo grado e ha una lunga esperienza di convivenza tra studenti provenienti da famiglie di nazionalità differenti. La dirigente Floriana Vinci ha spiegato che in alcune classi il 30% viene già superato e che l’istituto cerca di formare gruppi il più possibile equilibrati con gli strumenti disponibili.

È un esempio importante anche perché mostra quanto il problema cambi da quartiere a quartiere. La media dell’11,8% nella provincia di Roma dice poco su ciò che accade dentro una singola scuola: in alcuni territori la presenza di studenti senza cittadinanza italiana può essere molto bassa, mentre in altri può concentrarsi in misura decisamente superiore.

Un limite uniforme dovrebbe quindi confrontarsi con una geografia scolastica tutt’altro che uniforme.

Cittadinanza e conoscenza dell’italiano non sono la stessa cosa

C’è poi una domanda destinata probabilmente a diventare centrale: chi dovrebbe essere conteggiato dentro quel 30%?

Nel dibattito si tende spesso a sovrapporre tre situazioni profondamente differenti: il bambino nato e cresciuto in Italia ma senza cittadinanza italiana, lo studente arrivato nel nostro Paese da alcuni anni e ormai pienamente inserito, e il ragazzo appena arrivato dall’estero che deve ancora imparare la lingua e conoscere il sistema scolastico.

Dal punto di vista amministrativo possono appartenere tutti alla categoria degli studenti con cittadinanza non italiana. Dal punto di vista didattico, invece, le esigenze possono essere completamente diverse.

Un’elaborazione sui dati nazionali 2022-2023 mostrava che il 7,6% delle classi superava il 30% considerando tutti gli studenti senza cittadinanza italiana. Escludendo dal calcolo i ragazzi nati in Italia e considerando soltanto gli alunni nati all’estero, la quota delle classi interessate scendeva allo 0,6%. È una simulazione, non una misura delle effettive competenze linguistiche di ogni studente, ma rende evidente quanto il criterio scelto possa cambiare la fotografia del fenomeno.

Il vero problema per le scuole del Lazio

La discussione, dunque, non può esaurirsi in una contrapposizione tra chi vuole il tetto e chi lo rifiuta. Dietro quel 30% ci sono questioni molto concrete: il numero degli insegnanti, la presenza di mediatori linguistici, la capacità delle scuole di accogliere i nuovi arrivati, la distribuzione delle famiglie sul territorio, i bacini di iscrizione e il rischio che alcuni istituti vengano progressivamente scelti o abbandonati proprio sulla base della loro composizione sociale.

Roma possiede già quartieri nei quali scuole distanti pochi chilometri presentano realtà profondamente differenti. Pensare di riequilibrarle significa anche stabilire chi debba eventualmente spostarsi e secondo quali criteri.

Poi rimane la domanda probabilmente più delicata, quella sulla quale famiglie, insegnanti e lettori difficilmente avranno tutti la stessa risposta.

Un bambino nato a Roma, che parla italiano come i suoi compagni e magari non ha mai vissuto nel Paese di origine dei genitori, deve essere considerato “straniero” quando si decide se una classe ha superato il 30%? Oppure il criterio dovrebbe essere legato soprattutto alla conoscenza della lingua e alle effettive necessità didattiche?

È su questa distinzione, molto più che sulla semplice percentuale, che il confronto sulla scuola potrebbe giocarsi davvero.

 
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