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13 Giugno 2021

Pubblicato il

Le parabole di Gesù

di Redazione

Il seminatore uscì a seminare

Il racconto (Mt. 13, 1-23) parla di un seminatore, delle sementi da lui seminate, dei diversi terreni su cui cade questo seme e dei risultati ottenuti. Per primo entra in scena il seminatore: l’articolo determinativo ci fa capire che si tratta di qualsiasi seminatore. Dopo essere stato menzionato nell’introduzione, abbandona subito la scena e per sempre. Se avesse avuto una propria importanza, sarebbe stato facile mostrarlo presente al risultato del suo lavoro, o mentre ritornava per la mietitura. Si limita invece a gettare le sementi, dopo di che scompare. Da questo momento e sino alla fine tutta l’attenzione è destinata alle sementi. Si tratta di semi caduti “ai margini della strada” (v. 4), “in luogo roccioso” (v. 5), “sulle spine” (v. 7), e infine “sulla terra buona” (v. 8). Per ogni caso è indicato il risultato ottenuto. Ecco perché spesso si parla della parabola del “campo dai quattro terreni”. Inoltre, sembrerebbe che le differenze di rendimento (cfr. il versetto 8) non sono da attribuire alla qualità della terra, ma a quella dei semi stessi. Il racconto vuole dunque concentrare l’attenzione sulle sementi e sulla diversità di risultato che esse ottengono secondo il terreno su cui cadono.

A prima vista le cose sono semplici: la parabola si compone di quattro piccoli quadri che ci presentano la diversa sorte della semente caduta su quattro diversi terreni. La parabola del seminatore vuole, invece, sottolineare un contrasto: contrappone le tre categorie di sementi perdute (sulla strada, sui sassi, sulle spine) alle sementi che portano frutto (dove il 100, dove il 60, dove il 30). L’equilibrio in un certo senso è ristabilito, perché in quest’ultimo caso ci sono tre diversi rendimenti. Tutta la descrizione tende a contrapporre i tre casi di insuccesso narrati prima, ai tre successi sui quali si termina. Le quattro parti della parabola ci appaiono così come lo sviluppo letterario di un’antitesi fra le sementi non produttive e quelle che danno frutto.

Gesù ha rivolto questa parabola a persone catastrofiche, le quali non vedono che insuccessi, per le quali tutte le speranze vanno in fumo. Ad esse Gesù risponde: tutti questi insuccessi, incontestabili, non impediranno un successo finale che compenserà largamente tutte le perdite. Rivolte a persone sfiduciate, la parabola del seminatore diventa così la parabola della speranza. Certamente gli insuccessi fanno pensare a quelli del ministero di Gesù: non registra forse dappertutto abbandoni, defezioni, opposizioni? Non per questo, però, possiamo concludere che le sementi non daranno frutto. Gli insuccessi non mancano nemmeno oggi; non mancano neppure i cristiani che ne sono disorientati: per questo la parabola conserva tutta la sua attualità.

La spiegazione della parabola (vv. 18-23)

I quattro terreni rappresentano differenti categorie di uomini che ascoltano “la parola”. Gli uditori della parola si vedono identificati via via con la strada da dove il seme è ben presto portato via, con il suolo sassoso che non offre presa alle radici, con il suolo coperto di spine che soffocano il seme, con la terra buona che dà frutto. Questo finale è significativo: il frutto vi è attribuito, non più alla semente, come nella parabola, ma alla terra fertile. Lo spostamento di prospettiva è chiaro: ora l’attenzione si concentra sulle ragioni che spiegano gli insuccessi: intervento di satana, mancanza di perseveranza, presenza delle preoccupazioni del mondo e delle seduzioni della ricchezza.

Eccoci allora molto lontano dalla lezione di fiducia cui tendeva la parabola originale. La spiegazione si preoccupa di prevenire i cristiani contro i pericoli a cui li espongono quelle disposizioni d’animo che impedirebbero di dare il frutto che la Parola di Dio reclama da coloro che l’hanno ascoltata.

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Una di queste disposizioni d’animo che ostacolano la Parola, è la non comprensione: in questo caso l’insuccesso dipende da una deficienza personale dell’uditore, il quale ascolta la parola, ma non la comprende. Questa mancanza di intelligenza è la causa della sua disgrazia. Come, invece, la comprensione spiega il rendimento della terra fertile: essa rappresenta colui che ascolta la parola e la comprende. L’antitesi con il suolo improduttivo della strada è perfetta: l’assenza di frutto deriva dall’incomprensione, i frutti dalla comprensione.

Perché le parabole (vv. 10-17)

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“Perché parli loro in parabole?” (v. 10): i discepoli chiedono a Gesù perché usa le parabole quando si rivolge alla folla che si compone di persone manifestamente inadatte a coglierne il significato. Per degli uditori incapaci di comprenderle, le parabole non costituiscono un insegnamento: esse illuminano soltanto i discepoli che le comprendono. Allora, perché usarle con la folla? Se Dio riserva agli uni e rifiuta agli altri la conoscenza dei misteri del Regno, è perché i primi (discepoli) hanno già qualcosa  di cui gli altri (la folla) sono sprovvisti. Diversa è la situazione degli stessi interessati (i discepoli e la folla): la scelta divina non esclude affatto la responsabilità personale, ma costituisce un giudizio: favorevole per gli uni e di condanna per gli altri. Gesù parla alla gente in parabole, non con lo scopo di impedirle  di vedere e di comprendere, ma perché essa è incapace di vedere e di comprendere. Le parabole di Gesù sono la forma concreta del giudizio divino nei confronti di coloro che, incapaci di comprenderle, sono condannati come colpevoli della propria cecità.

Contrariamente alla folla che non capisce nulla, i discepoli hanno degli occhi capaci di vedere, degli orecchi capaci di sentire. Le parole sono le stesse ma il loro senso cambia: i discepoli sono beati in forza delle disposizioni d’animo che li rendono capaci di vedere e di sentire, cioè di comprendere. E’ per questo che si contrappongono alla folla: anch’essa, come loro, vede ciò che si compie, ma, in seguito alla sua cecità spirituale colpevole, si trova nell’impossibilità di riconoscervi la rivelazione dei misteri del Regno.

La parabola del seminatore dà a Matteo l’occasione di riflettere sulla responsabilità di coloro che ascoltano la Parola del Regno. I diversi risultati della semente si spiegano con le diverse intime disposizioni di ciascuno. E’ necessaria un’accettazione attiva, una comprensione della Parola per dare frutto. La comprensione si realizza solo nella conformità libera e responsabile di tutto l’essere alle esigenze di un messaggio di vita. Ma non possiamo dimenticare la lezione di fiducia e di speranza che sprigiona originariamente dalla parabola di Gesù, senza trascurare il suo invito ad un ascolto attivo della Parola di Dio che consiste nel dare frutto, nonostante gli insuccessi a cui può andare incontro.                  

Bibliografia consultata: Dupont,  1974.

 
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