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Librerie di Roma, Pietro Abate: “Ne chiudono 10 l’anno, ma c’è chi resiste. Alcune si specializzano nei libri usati”

Secondo la Camera di Commercio di Roma, nel 2014 si contavano 492 librerie nella Città Metropolitana. A febbraio 2024 ne sono rimaste 394
Di Francesco Vergovich
Pietro Abate, Cam Commercio Roma
Pietro Abate, segretario generale Camera Commercio Roma

Succede lentamente, quasi in silenzio. Le librerie di Roma spariscono una dopo l’altra, senza clamore. Nessuno strillo, niente polveroni mediatici. Solo luci che si spengono dietro vetrine conosciute, serrande che calano definitivamente su angoli di città che erano diventati parte del paesaggio emotivo, oltre che urbano.

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Librerie a Roma: dieci chiusure l’anno, ogni anno

Secondo i dati InfoCamere elaborati dalla Camera di Commercio di Roma, nel 2014 si contavano 492 librerie nella Città Metropolitana. A febbraio di quest’anno ne sono rimaste 394. La matematica è semplice e impietosa: quasi 100 in meno in dieci anni, in media dieci chiusure ogni anno. È un trend che si è aggravato dal 2020 in poi, anno in cui la pandemia ha dato un colpo secco al settore. In quel momento le librerie erano ancora 469. Oggi sono 75 in meno. Non solo numeri, ma spazi che non ci sono più.

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Le librerie che non riaprono

Chi ci ha lavorato dentro racconta sempre la stessa dinamica. Il calo non è stato improvviso, ma graduale. Le vendite hanno cominciato a ridursi già prima del Covid, ma è con la pandemia che la distanza dai lettori è diventata concreta. Non bastavano più le presentazioni di libri, i gruppi di lettura, la buona volontà. La concorrenza dell’online, con consegne rapide e sconti che una piccola libreria non può permettersi, ha finito per assottigliare il margine di sopravvivenza.

E così, negozi storici e amatissimi hanno chiuso. Odradek, in via dei Banchi Vecchi, a pochi passi da Piazza Navona, ha smesso di accogliere lettori dopo 25 anni di attività. Era diventata un riferimento per chi cercava titoli fuori catalogo, saggistica indipendente, incontri con autori. Nel 2020 è toccato alla Feltrinelli International di via Vittorio Emanuele Orlando e alla sede di via Pierluigi da Palestrina. La Libreria del Viaggiatore aveva resistito per 30 anni in via del Pellegrino. Poi ha chiuso anche lei. La Anglo-American Book di via della Vite, invece, ha salutato nel settembre 2024, lasciando un vuoto particolare per chi cercava testi in lingua originale.

Sono chiusure che colpiscono soprattutto il centro storico, paradossalmente ancora la zona con la maggiore concentrazione di librerie. Ma proprio lì, dove si incontrano turismo e storia, la pressione commerciale è più alta e i costi sono diventati insostenibili per molte realtà indipendenti.

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Non è un problema di carta, ma di abitudini

Il punto non è che le persone non leggano più. Anzi, i dati mostrano che oltre il 90% dei lettori continua a preferire il libro cartaceo. E-book e audiolibri stanno crescendo, ma restano ancora marginali, con una quota di mercato complessiva attorno al 6%. Il vero cambiamento riguarda le modalità di acquisto: oggi il 40,7% dei libri viene acquistato online. È lì che le librerie tradizionali hanno perso terreno, anche se continuano a rappresentare ancora oltre metà del mercato.

Come spiega Pietro Abate, Segretario Generale della Camera di Commercio di Roma, le librerie non stanno morendo perché non si legge più, ma perché non si compra più nello stesso modo. “Le librerie sono parte integrante del tessuto culturale e sociale della città”, dice. “Difenderle significa proteggere un presidio di comunità, non solo un’attività commerciale”.

Quando resistere è un atto quotidiano

Eppure, qualcuno ancora resiste. A volte lo fa reinventandosi. Alcune librerie hanno scelto di specializzarsi nei libri usati, un mercato più elastico e meno soggetto alla concorrenza dell’online. Ma anche qui il quadro non è confortante: nel 2020 i negozi di seconda mano erano saliti a 56, oggi sono tornati a 44, praticamente gli stessi del 2014.

Altre librerie, invece, hanno scelto di trasformarsi in spazi multifunzionali. Luoghi dove si può leggere, ma anche partecipare a laboratori per bambini, mostre fotografiche, concerti intimi, incontri con gli autori. Un esempio è il progetto Libridine! – il festival diffuso delle librerie organizzato lo scorso novembre dalla Camera di Commercio. Un esperimento riuscito, che ha riportato per qualche giorno i riflettori su uno spazio che può ancora parlare a molti, se gli si dà modo.

Il messaggio che arriva da quella esperienza è chiaro: entrare in libreria non è solo comprare un libro, ma scegliere di stare in un luogo dove si costruiscono relazioni e memoria. Chi frequenta le librerie sa che non si va solo per cercare un titolo, ma anche per i consigli di chi sta dietro il bancone, per il tempo che ci si prende a sfogliare, per il profumo della carta.

Quando scompare una libreria, cambia un intero quartiere

Ogni chiusura è un pezzo di città che cambia pelle. Le librerie non si sostituiscono: al loro posto, quasi sempre, arriva un bar, un fast food, un negozio di abbigliamento. Nulla di male, se non fosse che la varietà dei luoghi parla anche della qualità della vita. In un quartiere dove ci sono librerie, c’è spesso più dialogo, più possibilità di incontro, più occasione di scoperta.

Il declino delle librerie non riguarda solo chi ama leggere, ma tutti coloro che vivono la città. Una libreria accesa, con le luci ancora accese la sera, è un segnale di vitalità, un punto fermo in cui si può ancora trovare qualcosa di non prevedibile. Un libro consigliato per caso, una conversazione imprevista, una poesia lasciata aperta su uno scaffale.

Per questo il problema non è soltanto economico. È anche culturale, urbanistico, sociale. Difendere le librerie significa chiedersi che città vogliamo, non solo che libri vogliamo leggere.

 
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