Nel suo libro “Diritto e ermeneutica in Schleiermacher”, Elio Scagnetti prova a rimettere l’interpretazione al centro della vita pubblica: non come esercizio per specialisti, ma come condizione perché diritto e istituzioni restino umani, comprensibili, capaci di riconoscere l’altro. Lo abbiamo “intervistato” sui passaggi chiave del volume: dal valore della vita ai Monologhi, fino al nodo legalità/giustizia e all’asse Io–Tu.
Intervista su “Diritto e ermeneutica in Schleiermacher”: perché scrivere oggi di interpretazione e diritto
D. Il libro nasce come percorso di studio. Qual è stata la scintilla iniziale?
R. La scintilla è stata capire che la teoria dell’interpretazione non è una materia astratta: riguarda il modo in cui comprendiamo l’uomo e, di conseguenza, il modo in cui pensiamo il diritto e la convivenza. In introduzione racconto proprio questo passaggio, maturato nel contesto universitario e nel lavoro sulla teoria dell’ermeneutica.
D. Perché Schleiermacher può parlare al presente?
R. Perché mette al centro la parola, la comprensione, il rapporto fra Io e Tu. Se perdiamo questo, anche il diritto rischia di diventare puro meccanismo, e la norma smette di proteggere davvero la persona.
Il valore della vita in Schleiermacher: libertà, tempo e qualità dell’esistenza
D. Nel primo capitolo lei insiste sul “valore della vita”. Che cosa significa, in termini civili?
R. Significa che la vita non è solo quantità o tempo: è qualità di esperienza, è libertà, è capacità di riconoscere l’altro. Questo fonda anche il senso del diritto: essere rispettati allo stesso modo non è uno slogan, è la base della dignità.
D. Nel libro compaiono anche potere e disuguaglianze. Come entrano in questa riflessione?
R. Entrano perché quando prevale il potere come controllo, la relazione si spezza. E quando la relazione si spezza, anche il diritto rischia di diventare strumento di dominio invece che garanzia.
I “Monologhi”, il dono e il dialogo: la libertà non vive nella costrizione
D. Il secondo capitolo introduce il “sistema del dono”. Perché è centrale?
R. Perché il dono, così come viene presentato, è apertura: concedersi all’altro senza pregiudizi o paure, instaurando una connessione che diventa dialogo di senso. È una forma concreta di libertà.
D. Lei scrive che il dialogo è anche simbolo di libertà. In che senso?
R. Nel senso che il dialogo autentico nasce da condivisione del pensiero non basata sulla costrizione. Se c’è costrizione, la parola non libera: diventa imposizione, e l’altro non è più davvero interlocutore.
Stato e istituzioni: la qualità della relazione come criterio politico
D. Nel libro si legge una critica alle istituzioni “al servizio dell’utile”. Che cosa intende?
R. Intendo che quando istituzioni politiche e giuridiche si piegano solo a quantità e calcolo, oscurano la qualità relazionale. E proprio nelle istituzioni, invece, quella qualità dovrebbe trovare realizzazione, costruendo socialità libera, con limiti tradotti in senso giuridico.
D. Che ruolo attribuisce alla pubblica amministrazione?
R. Un ruolo di cura del territorio e dello stato sociale, con principi come proporzionalità e imparzialità che devono essere vissuti, non solo dichiarati. E soprattutto con una legge percepita come giusta, non come formalità che genera distanza.
Legalità e giustizia: quando la legge rischia di diventare “lettera”
D. Arriviamo al capitolo più sensibile: legalità e giustizia. Che cosa teme maggiormente?
R. Che si confonda il lecito con il non condannabile, finendo per chiamare “legale” ciò che è ingiusto. Se la volontà non è orientata al bene, la legalità può diventare maschera.
D. Nel libro compare anche il tema della “schiavitù della lettera”. È una provocazione attuale?
R. È attuale perché la lettera non deve complicare la vita né imprigionare l’uomo. La legge è strumento: se diventa schiavitù, tradisce la sua funzione e non aiuta più la connessione fra esseri umani.
Io e Tu: Jacobi e Feuerbach, l’alterità come fondamento del diritto
D. Perché chiudere con l’asse Io–Tu?
R. Perché l’alterità non è un dettaglio: è il luogo in cui si misura la verità della convivenza. In Feuerbach, ad esempio, la parola è ciò che porta l’io alla comunicazione con il tu, e la società nasce anche dalla pluralità di pensieri e vite. Se il diritto dimentica questo, perde la sua anima.
D. Se dovesse lasciare una “frase guida” ai lettori del Quotidiano del Lazio?
R. Che interpretare bene significa rispettare l’altro: e una legge che non tutela una libertà universalmente condivisa rischia di restare forma senza giustizia.
Dati editoriali: Elio Scagnetti, “Diritto e ermeneutica in Schleiermacher”, Edizioni Simple (Macerata), prima edizione febbraio 2024
