Libri, “L’orologiaio di Brest” di Maurizio De Giovanni: chi decide dove si fermano le lancette?

Un’indagine quella del romanzo di Maurizio De Giovanni, che si muove dentro gli anni del piombo e dentro le famiglie
Di Alessandra Monti
Maurizio De Giovanni
Maurizio De Giovanni

Il tempo come ferita, la memoria come prova. Con L’orologiaio di Brest Maurizio De Giovanni costruisce un noir “politico” nel senso più alto: non perché insegua lo slogan, ma perché scava dentro una stagione italiana in cui la storia privata e la storia pubblica si sono confuse fino a diventare indistinguibili. Il romanzo mette in moto due vite “in sospensione” e le costringe a tornare indietro, dove l’Italia ha ancora il suono secco degli ingranaggi: armi, esplosivi, clandestinità, segreti che non si sono mai davvero spenti.

La coppia protagonista è calibrata con intelligenza narrativa. Da una parte Vera Coen, giornalista di un quotidiano locale, precaria e cocciuta, che non si concede l’alibi della stanchezza: per lei la verità non è un tema, è un lavoro e insieme una vocazione. Dall’altra Andrea Malchiodi, professore quarantatreenne, colpito da uno scandalo che gli ha spezzato la carriera, con un matrimonio in frantumi, una distanza dolorosa dalla figlia e una madre malata che diventa, pagina dopo pagina, il cuore emotivo della storia. Quando Vera gli consegna una rivelazione che li lega a un fatto di sangue di quarant’anni prima, il romanzo cambia pressione: non è più soltanto una caccia al colpevole, è un’urgenza di identità.

Il punto di forza sta nel meccanismo del “ritorno”: De Giovanni fa scorrere il presente come se fosse un corridoio stretto e costringe personaggi e lettore ad aprire porte chiuse da decenni. La “notte della Repubblica” non è scenografia, è materia viva: l’indagine cerca un militante esperto di armi ed esplosivi, “uomo degli ingranaggi”, figura quasi mitologica che incarna il passaggio da una stagione ideologica a una stagione di rimozione. E qui l’autore mostra il suo mestiere migliore: lascia che siano i dettagli – una frase taciuta, una fotografia rimasta fuori dall’album, un nome, un silenzio – a fare paura più delle pistole.

Ma L’orologiaio di Brest non si regge solo sulla tensione. È un romanzo che lavora su contrasti morali: colpa e innocenza, verità e segreti, memoria e oblio. Soprattutto, mette sotto processo il legame più indecifrabile: quello padri-figli. Non nel modo melodrammatico, bensì come domanda fredda: cosa ereditiamo davvero? E quanto del nostro destino nasce da una scelta che non abbiamo mai compiuto?

Sul piano dello stile, De Giovanni mantiene un passo narrativo riconoscibile: capitoli che spingono, dialoghi che portano informazioni senza “spiegarle”, un senso del ritmo che fa leggere veloce anche quando il tema chiede lentezza. È un noir che “afferra” il lettore nuovo perché ha un motore classico (un segreto, una ricerca, una figura sfuggente) e allo stesso tempo parla a chi segue De Giovanni da anni, perché qui sembra voler scrivere – come dice la presentazione editoriale – “il romanzo che non aveva mai scritto”, quello in cui la cronaca del Paese diventa una faccenda di sangue domestico.

Un’indagine che si muove dentro gli anni del piombo e dentro le famiglie, con una domanda che resta addosso anche a fine pagina: chi decide dove si fermano le lancette? (Uscito per Feltrinelli il 21 ottobre 2025.)

 
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Cultura

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