Il tempo come ferita, la memoria come prova. Con L’orologiaio di Brest Maurizio De Giovanni costruisce un noir “politico” nel senso più alto: non perché insegua lo slogan, ma perché scava dentro una stagione italiana in cui la storia privata e la storia pubblica si sono confuse fino a diventare indistinguibili. Il romanzo mette in moto due vite “in sospensione” e le costringe a tornare indietro, dove l’Italia ha ancora il suono secco degli ingranaggi: armi, esplosivi, clandestinità, segreti che non si sono mai davvero spenti.
La coppia protagonista è calibrata con intelligenza narrativa. Da una parte Vera Coen, giornalista di un quotidiano locale, precaria e cocciuta, che non si concede l’alibi della stanchezza: per lei la verità non è un tema, è un lavoro e insieme una vocazione. Dall’altra Andrea Malchiodi, professore quarantatreenne, colpito da uno scandalo che gli ha spezzato la carriera, con un matrimonio in frantumi, una distanza dolorosa dalla figlia e una madre malata che diventa, pagina dopo pagina, il cuore emotivo della storia. Quando Vera gli consegna una rivelazione che li lega a un fatto di sangue di quarant’anni prima, il romanzo cambia pressione: non è più soltanto una caccia al colpevole, è un’urgenza di identità.
Il punto di forza sta nel meccanismo del “ritorno”: De Giovanni fa scorrere il presente come se fosse un corridoio stretto e costringe personaggi e lettore ad aprire porte chiuse da decenni. La “notte della Repubblica” non è scenografia, è materia viva: l’indagine cerca un militante esperto di armi ed esplosivi, “uomo degli ingranaggi”, figura quasi mitologica che incarna il passaggio da una stagione ideologica a una stagione di rimozione. E qui l’autore mostra il suo mestiere migliore: lascia che siano i dettagli – una frase taciuta, una fotografia rimasta fuori dall’album, un nome, un silenzio – a fare paura più delle pistole.
Ma L’orologiaio di Brest non si regge solo sulla tensione. È un romanzo che lavora su contrasti morali: colpa e innocenza, verità e segreti, memoria e oblio. Soprattutto, mette sotto processo il legame più indecifrabile: quello padri-figli. Non nel modo melodrammatico, bensì come domanda fredda: cosa ereditiamo davvero? E quanto del nostro destino nasce da una scelta che non abbiamo mai compiuto?
Sul piano dello stile, De Giovanni mantiene un passo narrativo riconoscibile: capitoli che spingono, dialoghi che portano informazioni senza “spiegarle”, un senso del ritmo che fa leggere veloce anche quando il tema chiede lentezza. È un noir che “afferra” il lettore nuovo perché ha un motore classico (un segreto, una ricerca, una figura sfuggente) e allo stesso tempo parla a chi segue De Giovanni da anni, perché qui sembra voler scrivere – come dice la presentazione editoriale – “il romanzo che non aveva mai scritto”, quello in cui la cronaca del Paese diventa una faccenda di sangue domestico.
Un’indagine che si muove dentro gli anni del piombo e dentro le famiglie, con una domanda che resta addosso anche a fine pagina: chi decide dove si fermano le lancette? (Uscito per Feltrinelli il 21 ottobre 2025.)
