Liceo in provincia di Roma, studenti in lacrime dopo la lezione: “Avevano paura di parlare”

In una scuola della Provincia di Roma, alcuni studenti avrebbero vissuto un episodio di forte tensione in aula. Genitori e ragazzi chiedono rispetto
Di Redazione
Università, studenti
Studenti, pexels rdne

C’è un liceo, in provincia di Roma, dove il 27 maggio scorso sarebbe accaduto qualcosa che non avrebbe dovuto accadere. Non una tragedia da prima pagina, né un fatto di sangue e neppure una di quelle catastrofi che occupano per qualche giorno il dibattito pubblico e poi scompaiono. Qualcosa di diverso, più sottile e per questo ancora più inquietante: ragazzi di sedici e diciassette anni che, da quanto riferito in modo concorde, sarebbero usciti da un’aula con la paura negli occhi e le lacrime.

La paura di parlare, di chiedere, di esistere davanti a chi, per ruolo e responsabilità, dovrebbe aiutarli a crescere.

La vicenda riguarda una classe di un liceo classico. Un luogo che, nell’immaginario, dovrebbe essere il santuario del pensiero, la palestra del dubbio, lo spazio in cui una domanda non è mai un fastidio ma l’inizio di un percorso. E invece, stando al racconto degli studenti, quell’ora di lezione si sarebbe trasformata in qualcosa di molto lontano da un momento educativo: un clima di pressione, parole percepite come umilianti, interventi davanti all’intera classe e una tensione tale da lasciare diversi ragazzi profondamente turbati.

Al centro del racconto ci sarebbero espressioni rivolte agli alunni in modo lesivo della loro serenità, l’annuncio di una verifica sull’intero programma annuale e, soprattutto, l’intenzione di rimettere mano a valutazioni già inserite, comunicate e archiviate sul registro elettronico. Un’intenzione che, nel corso della stessa giornata, sarebbe poi diventata concreta: i voti di diversi studenti sarebbero stati modificati in modo ritenuto capzioso e surrettizio. Come se la valutazione, anziché essere un atto trasparente, motivato e stabile, potesse diventare una leva di pressione.

È questo il punto più delicato. Perché un voto non è soltanto un numero ma un atto amministrativo, un passaggio formativo, un messaggio che la scuola consegna allo studente e alla sua famiglia. Deve essere chiaro, tempestivo, coerente. Deve poter essere compreso e, quando necessario, spiegato. Se invece viene percepito come uno strumento di ritorsione o di condizionamento, allora si rompe qualcosa di profondo: la fiducia.

Nel racconto degli studenti emergerebbe anche il timore di possibili ripercussioni nel caso in cui qualcuno avesse osato formulare un’osservazione, una domanda, un dubbio. Proprio ciò che la scuola dovrebbe insegnare a fare. Perché chiedere non è insubordinazione. Chiedere è esercizio di pensiero. È cittadinanza in forma elementare. È il primo gesto di chi impara a stare nel mondo senza piegare la testa davanti all’arbitrio.

I protagonisti di questa vicenda non hanno bisogno di essere nominati. Non è una questione di nomi e cognomi, né di esposizione pubblica. È una questione di principio. Riguarda il rapporto tra autorità e responsabilità, tra ruolo educativo e rispetto della persona, tra potere valutativo e dovere di imparzialità. Riguarda l’articolo 97 della Costituzione, che richiama il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione. Riguarda anche la scuola, chi la dirige, chi insegna, chi vi studia, chi la vive ogni giorno.

Riguarda il Patto educativo di corresponsabilità, che non può essere ridotto a un foglio firmato all’inizio dell’anno scolastico. Quel patto è una promessa reciproca. Chiede impegno agli studenti, attenzione alle famiglie, autorevolezza agli insegnanti. Ma l’autorevolezza non nasce dal timore. Nasce dalla credibilità, dall’equilibrio, dalla capacità di tenere insieme fermezza e rispetto.

I genitori hanno scritto. Lo hanno fatto con misura, senza invocare punizioni esemplari, senza chiedere teste, senza trasformare il caso in una gogna. Hanno chiesto un intervento di verifica al dirigente scolastico. Hanno chiesto che venga ripristinato un clima sereno. Hanno chiesto che siano rispettati l’obiettività della valutazione, la trasparenza degli atti e la dignità degli studenti.

È una scelta significativa. In tempi in cui tutto può diventare immediatamente esposizione, sfogo, processo digitale, quei genitori hanno scelto l’istituzione. Hanno scritto nelle sedi competenti. Hanno argomentato. Hanno richiamato norme, principi, responsabilità. È un gesto che merita attenzione, perché restituisce alla scuola il suo perimetro naturale: quello della regola, del confronto, della tutela.

Ai ragazzi di quella classe bisognerebbe dire che raccontare non è sbagliato. Che il silenzio, davanti a ciò che appare ingiusto, è spesso la prima rinuncia alla libertà. Si comincia a tacere in un’aula, magari per paura di un voto o di una reazione, e si finisce per considerare normale tacere anche altrove. Invece la scuola dovrebbe educare esattamente al contrario: a parlare con rispetto, a chiedere conto, a sostenere un dubbio, a riconoscere un errore e a pretendere che anche gli adulti sappiano farlo.

A chi insegna va riconosciuto un compito complesso, spesso faticoso, carico di responsabilità. La scuola italiana vive ogni giorno difficoltà enormi, tra classi numerose, carichi burocratici, tensioni sociali che entrano nelle aule e fragilità sempre più diffuse. Proprio per questo, però, ogni gesto compiuto dalla cattedra pesa. Una parola può incoraggiare o ferire. Una valutazione può orientare o schiacciare. Un atteggiamento può costruire fiducia o generare paura.

Ora la responsabilità passa al dirigente scolastico. Ci sono momenti in cui un’istituzione si misura non soltanto dai risultati, dai programmi conclusi, dalle percentuali di promossi o diplomati, ma da come tratta uno studente quando quello studente ha paura. La sensibilità istituzionale invocata dai genitori non è una formula di cortesia. È una richiesta precisa. È l’appello a verificare, comprendere, intervenire se necessario e restituire alla classe la serenità indispensabile per proseguire l’anno scolastico.

Resta una domanda, ed è la domanda che questa vicenda consegna agli adulti. Che scuola vogliamo? Una scuola in cui l’autorità della cattedra si confonde con l’arbitrio? Una scuola in cui un voto già assegnato può essere rimesso in discussione in modo opaco? Una scuola in cui un ragazzo, prima di chiedere spiegazioni, deve calcolare quale prezzo potrebbe pagare alla verifica successiva?

Oppure vogliamo una scuola in cui la domanda sia davvero il principio del sapere, l’errore una possibilità di crescita e l’autorevolezza un esercizio quotidiano di giustizia?

La risposta non riguarda soltanto una classe, un liceo, una provincia. Riguarda l’idea stessa di educazione. E adesso tocca agli adulti dimostrare da che parte stanno.

 
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