Lino Banfi, novant’anni senza paura: il romanzo tenero e irresistibile di un uomo che ha fatto ridere l’Italia

In “90, non mi fai paura!”, Lino Banfi racconta vita, amore, fede, fame, teatro e famiglia: un libro commovente, pieno di grazia e verità
Di Francesco Vergovich
Lino Banfi

Lino Banfi non è soltanto un attore. È una presenza familiare, una voce entrata nelle case degli italiani con la naturalezza delle persone che non hanno mai avuto bisogno di imporsi. Per generazioni diverse è stato il volto della comicità popolare, il corpo generoso di un cinema capace di parlare al pubblico senza filtri, il protagonista di battute diventate patrimonio comune, il nonno televisivo più amato, il compagno di serate leggere e di momenti domestici in cui la televisione riusciva ancora a riunire tutti davanti allo stesso racconto.

Banfi è stato comico, caratterista, mattatore, show man, attore di avanspettacolo, interprete cinematografico e televisivo. Ha attraversato linguaggi, epoche, gusti, mode, riuscendo in una cosa rarissima: rimanere riconoscibile senza diventare mai prigioniero di se stesso.

La sua grandezza nasce proprio da qui. Lino Banfi ha saputo trasformare una maschera in una persona, e poi una persona in un pezzo di memoria collettiva. Il suo dialetto, le sue smorfie, i suoi tempi comici, quella capacità di stare dentro una scena come se fosse sempre sul punto di improvvisare qualcosa di imprevedibile, hanno creato un rapporto diretto con il pubblico. Con lui non si ride dall’alto, si ride insieme.

E forse per questo l’Italia gli ha voluto bene in modo così duraturo: perché dietro il comico scatenato, dietro l’equivoco, dietro l’invenzione linguistica, si è sempre intravista una malinconia buona, una fame antica, una tenerezza che non cercava applausi facili.

90, non mi fai paura!, pubblicato da HarperCollins, è il libro in cui Banfi decide di guardare in faccia il numero che per molti significa bilancio, soglia, resa dei conti. Lui lo affronta a modo suo: con ironia, con scaramanzia, con un sorriso che non cancella le ferite e con una memoria ancora piena di voci, stanze, paesi, palchi, persone amate.

Nel prologo l’immagine è teatrale e perfetta: Banfi si immagina dietro il sipario, mentre sbircia la sala della propria vita e cerca di capire che sapore abbia questo traguardo dei novant’anni. Da lì parte un racconto che torna ai film, all’avanspettacolo, a L’allenatore nel pallone, a Vieni avanti cretino, a Nonno Libero, ma soprattutto alle persone che hanno abitato la sua esistenza: Lucia, i genitori, i figli Rosanna e Walter, i nipoti, la bisnipotina Matilde, papa Francesco, Totò, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e tanti amici che non ci sono più.

Il libro funziona perché non prova a monumentalizzare Lino Banfi. Non costruisce una statua, non lucida una carriera fino a renderla distante. Al contrario, riporta tutto a terra, nel luogo più vero della sua storia: la fame, la guerra, la paura delle bombe, le notti difficili, la gavetta, gli incontri salvifici, la fede perduta e ritrovata, l’amore coniugale vissuto come destino quotidiano. Banfi racconta di aver conosciuto la fame da bambino e poi di averla incontrata di nuovo quando partì per inseguire il sogno di diventare attore, dormendo in stazione a Milano, per strada a Napoli, in galleria a Roma, fino all’arrivo di quegli “angeli custodi” che nella sua autobiografia hanno il valore di una provvidenza concreta.

Il primo grande merito del libro è il tono. La pagina conserva la voce di Banfi, il suo modo di procedere per ricordi, battute, deviazioni, improvvisi abbassamenti comici e altrettanto improvvisi affondi emotivi. È una scrittura che sembra parlare al lettore seduto accanto, quasi fosse una lunga confidenza fatta a tavola, dopo pranzo, quando le storie di famiglia cominciano con una risata e finiscono con gli occhi lucidi.

Nel racconto dell’infanzia ad Andria e Canosa, la guerra non è mai un fondale generico. È sirena, rifugio, fame, paura, invenzione infantile. Il piccolo Pasqualino che costruisce un pupazzo di pane e creta per far ridere gli altri bambini nei momenti più bui è già, senza saperlo, il futuro Lino Banfi: un bambino che scopre il potere quasi terapeutico della comicità, la possibilità di strappare un sorriso anche dove la realtà sembra aver lasciato poco spazio alla leggerezza.

La recensione più sincera di questo libro potrebbe stare in una sola parola: gratitudine. Perché 90, non mi fai paura! non è solo l’autobiografia di un artista popolarissimo. È un romanzo di formazione italiano, meridionale, teatrale, cattolico, familiare, attraversato dalla povertà e dalla caparbietà. È la storia di un figlio che parte, di un padre che fatica a capire ma alla fine lascia andare, di una madre che resta dentro ogni gesto, di un ragazzo che scappa dal seminario e scopre che far ridere può essere una missione.

C’è un passaggio bellissimo nel quale il vescovo, dopo una marachella da adolescente, intuisce che quel ragazzo non è fatto per diventare prete, ma per portare alle persone una forma diversa di conforto: l’arte, la risata, la presenza scenica. È uno dei nuclei più profondi del libro: Banfi non racconta la comicità come mestiere leggero, ma come vocazione umana.

La parte più commovente, però, è quella legata a Lucia. La dedica iniziale è già una carezza: il libro è affidato a lei, “lassù”, con la preghiera di farlo leggere anche a papa Francesco. Lucia non è soltanto la moglie di una vita. È il centro morale del racconto, la casa, la radice, la persona davanti alla quale anche la maschera più amata d’Italia torna a essere semplicemente Pasquale.

Quando Banfi parla della sua morte, della partecipazione al funerale, della lettera di papa Francesco e della fatica di ritrovare un equilibrio familiare dopo quella ferita, il libro cambia passo. Non smette di essere tenero, ma diventa più nudo. Il comico non si difende più con la battuta: lascia vedere il dolore, lo smarrimento, la fede che prova a reggere, l’amore che continua in un’altra forma.

Eppure la malinconia non spegne mai la luce. Anche nelle pagine finali, quando Banfi parla del bisogno degli anziani di raccontare, di stare in compagnia, di lasciare qualcosa di buono, il libro conserva un’energia dolce e vitale. Il suo invito a prendersi cura dei genitori, dei nonni e dei bisnonni non suona come una predica, ma come il lascito di un uomo che conosce la fragilità e non vuole trasformarla in solitudine. Il novanta, alla fine, non è più un numero che fa paura. È un palcoscenico ancora acceso, una platea da salutare senza fretta, un modo per dire che si può invecchiare continuando a fare compagnia agli altri.

Il valore di 90, non mi fai paura! sta proprio in questa doppia natura: è un libro allegro e doloroso, popolare e intimo, pieno di aneddoti e insieme attraversato da un sentimento serio del tempo. Banfi non rinnega nulla: il cinema più scanzonato, la televisione familiare, le battute, i tormentoni, l’avanspettacolo, la gavetta, la fede, i lutti, le cadute, le rinascite. Tiene tutto insieme, come fanno gli artisti davvero popolari, quelli che non appartengono solo alla propria biografia ma anche alla memoria sentimentale di un Paese.

Leggerlo significa ritrovare un Lino Banfi più profondo di quanto molti abbiano forse immaginato, senza perdere il Lino Banfi che tutti amano. Il ragazzo di Canosa, il comico con la calza in testa, l’attore dei set romani, il nonno della fiction, l’uomo che parla con Lucia anche quando Lucia non è più visibile, il credente che si arrabbia con Dio e poi fa pace, il novantenne che guarda la morte e le chiede di ripassare più tardi.

È tutto qui, in un libro che fa sorridere spesso e commuove ancora di più. Un’autobiografia che non chiede indulgenza, ma vicinanza. E la ottiene, pagina dopo pagina, perché Lino Banfi resta una delle creature più amate dello spettacolo italiano: un uomo che ha fatto ridere milioni di persone e che, arrivato a novant’anni, riesce ancora a fare una cosa più rara della comicità stessa: farsi voler bene.

 
CATEGORIA

Cultura

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista