C’è un’immagine potente che racconta la serata del Corpus Domini a Labico: (Rm) quella di un Comandante dei Carabinieri che, in uniforme, prende la parola davanti a un’assemblea di fedeli all’interno della chiesa di Sant’Andrea. Non per celebrare un rito, ma per affrontare insieme una delle minacce più subdole e silenziose che colpisce le fasce più fragili della popolazione: le truffe, in particolare quelle rivolte agli anziani.
L’incontro, organizzato nell’ambito della campagna promossa dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma, è molto più di un momento informativo. È un gesto di vicinanza, un presidio morale prima ancora che istituzionale, in un luogo – la parrocchia – dove la fiducia non è un concetto astratto, ma una dimensione vissuta.
Non solo numeri di emergenza
L’idea, tanto semplice quanto potente, è quella di costruire una rete. Non un dispositivo tecnologico o un protocollo operativo, ma una rete umana, fatta di persone, legami e attenzione reciproca. È la “rete della prossimità”, che si articola su più livelli: quello familiare, innanzitutto – figli, nipoti, fratelli – poi quello dei vicini di casa, spesso i primi ad accorgersi se qualcosa non va, e infine i centri di aggregazione, come le parrocchie, i circoli e i centri anziani.
In questo senso, l’iniziativa dei Carabinieri assume un valore sociale profondo: da un lato informa, dall’altro ricuce. Ricuce il tessuto comunitario che, specie nei piccoli centri come Labico, rappresenta il miglior anticorpo contro l’isolamento e quindi contro la vulnerabilità.
Truffe che cambiano volto, ma non obiettivo
Il fenomeno delle truffe agli anziani non è nuovo, ma evolve con grande rapidità. Dalla classica “truffa del finto tecnico” a quella del “nipote in difficoltà”, fino agli inganni digitali o telefonici in cui la voce all’altro capo del filo simula urgenze drammatiche per estorcere denaro. Tutti raggiri che fanno leva sulla paura, sulla sorpresa, e spesso sul senso del dovere o dell’affetto.
È proprio su questo che hanno insistito i Carabinieri durante l’incontro: sull’importanza di rimanere freddi, di non fidarsi mai delle apparenze e di non cedere all’urgenza indotta. E soprattutto di fare una chiamata. Al 112, a un parente, a un vicino. Anche solo per un dubbio. Perché il primo passo per evitare una truffa è non sentirsi soli.
La chiesa come presidio civico
La presenza dei parroci Don Alessandro e Don Abramo, insieme al Sindaco e ai rappresentanti dell’Amministrazione comunale, non è solo simbolica. È la dimostrazione che sicurezza, cura sociale e spiritualità possono intrecciarsi in un unico gesto di responsabilità collettiva.
In questo senso, la chiesa si conferma non solo luogo di fede, ma spazio civico dove si coltiva la fiducia – bene fragile ma fondamentale per contrastare l’insidia delle truffe, che spesso colpiscono proprio chi si sente abbandonato.
Una prevenzione che passa dalle parole semplici
Durante l’incontro, ai circa 70 cittadini presenti è stato consegnato un opuscolo, scritto in modo chiaro e diretto. Non una guida tecnica, ma una raccolta di consigli pratici: non aprire la porta agli sconosciuti, non fidarsi delle apparenze, non rivelare dettagli personali al telefono o su internet. Piccoli accorgimenti che, se condivisi e interiorizzati, possono fare la differenza.
E poi l’appello finale, reiterato con forza ma senza allarmismi: segnalare sempre, anche solo un sospetto. Perché ogni segnalazione è una possibilità in più di evitare un danno, economico ma anche psicologico. Le vittime di truffa spesso non parlano, per vergogna o per paura di non essere credute. Per questo la prevenzione non può limitarsi a campagne informative: ha bisogno di volti, di voci, di presenza.
