Lucia Forgione e Vincenzo Piacentini: ricordi di chi ha contribuito a costruire l’identità di Valmontone

A Valmontone il ricordo di Lucia Forgione e Vincenzo Piacentini nelle parole del figlio Stefano: lavoro, bar, torrefazione, esempi
Di Francesco Vergovich
Vincenzo Piacentini, Lucia Forgione
Vincenzo Piacentini, Lucia Forgione

È un racconto che parte dal privato e finisce per diventare pubblico, perché in certi paesi la linea non si vede: quando se ne va una persona conosciuta, se ne accorge tutta la città. A Valmontone la scomparsa di Lucia Forgione, a metà gennaio 2026, ha riaperto un album di memorie che profuma di caffè tostato e di famiglia, di sacrifici ripetuti giorno dopo giorno, di volti incrociati dietro un bancone e di frasi dette a bassa voce, con quella semplicità che spesso vale più di ogni discorso solenne. A dare forma a questo saluto è stato il figlio maggiore, Stefano Piacentini, insieme ai fratelli Giorgio e Giovanni, affidando a parole dense di vita il ricordo della madre e del padre Vincenzo Piacentini, scomparso anni prima: due figure che, per molti valmontonesi, non sono state soltanto “residenti”, ma pezzi riconoscibili della storia cittadina.

Il ricordo di Lucia Forgione diventa un ritratto di Valmontone

Nelle parole di Stefano Piacentini, Lucia Forgione è “una di quelle mamme di un tempo”, capace di severità e tenerezza senza bisogno di spiegazioni. Una presenza costante, concreta, fatta di piccoli gesti e di una disponibilità che non faceva rumore: “per qualunque cosa c’era. Sempre”. Il racconto non idealizza: restituisce scene domestiche, battute in dialetto, immagini che molti riconoscono perché appartengono a un’epoca precisa. E poi la fotografia più nitida: Lucia alla cassa, su uno sgabello, “come la chioccia con i pulcini”, pronta a dare il cambio, pronta ad ascoltare, pronta a mettere una parola buona dove serviva.

È in questo punto che l’omaggio familiare si allarga: perché quel “bar” e quella “torrefazione” non sono citati come dettagli, ma come luoghi reali di incontro. Spazi dove intere generazioni, soprattutto negli anni Novanta, hanno imparato a conoscersi: si entrava da ragazzi, si usciva adulti, poi si tornava con i figli. E in mezzo c’era lei, Lucia, capace di far sentire chiunque a casa. Non a caso, racconta Stefano, qualcuno l’aveva persino soprannominata “la Signora Fletcher”, con affetto e ironia: un modo per dire che vedeva tutto, ma senza giudicare nessuno.

Vincenzo Piacentini, il lavoro e lo sport: risultati e disciplina

Accanto alla madre, il ritratto del padre Vincenzo Piacentini ha il passo di una vita piena. Nato negli anni Trenta, cresciuto nell’Italia ferita dalla guerra, avrebbe portato con sé una bussola fatta di lavoro, fede, sacrifici e onestà: valori indicati dal figlio come insegnamenti quotidiani, prima ancora che parole. In paese lo ricordano soprattutto per lo sport: la sua storia calcistica, come riportata nel ricordo familiare, parla di campionati vinti, di un Valmontone risollevato dai “bassifondi” fino alla Promozione, di una finalissima di Coppa Italia con il Cassino in Serie C, e di un riconoscimento come miglior allenatore del Lazio nel 1967 nelle categorie dilettantistiche.

Poi l’altra passione, la montagna, arrivata con forza anche dopo l’attività in panchina. L’immagine colpisce perché rovescia l’idea dell’età come freno: a 68 anni il Monte Rosa, a 70 il Monte Bianco, dopo tentativi fermati dal maltempo. E’ la prova di una tempra, di una disciplina che non faceva sconti.

Bar e torrefazione Piacentini: un presidio sociale oltre il commercio

La storia dei Piacentini, nel ricordo di Stefano, è anche una storia di impresa familiare nata senza scorciatoie. “Abbiamo iniziato da zero”, scrive, raccontando un padre “visionario” che compra un terreno, fa costruire un palazzo e avvia attività “senza una lira in tasca”, con debiti sulle spalle e anni passati a rimettere in ordine i conti. Lavoro in ACI, gestione del caffè, poi l’allargamento con la torrefazione e infine il bar: un percorso tipico di una provincia che si è fatta da sé, con rischio e ostinazione.

C’è anche un frammento che sembra una scena di cinema e invece è vita vissuta: quando Stefano nasce nel 1960 e viene ricoverato al Bambino Gesù, Vincenzo compra una Fiat 500 per andare a trovarlo. Non aveva la patente. È un dettaglio piccolo solo in apparenza: dice amore, istinto, testardaggine. E dice anche che certi genitori, nel bene e nel male, non aspettavano permessi emotivi per fare ciò che ritenevano necessario.

La “mamma del bar” e il valore degli esempi che restano

Nel racconto, Stefano preferisce ricordare la mamma Lucia non come “grande” in senso celebrativo, ma come “brava”: e amorevole”, scrive. È una scelta linguistica che porta l’attenzione su un’idea semplice: la grandezza, certe volte, sta nella bontà concreta, nell’educazione “d’altri tempi”, nella cortesia che non pretende nulla. E sta nel fatto che, anche da anziana, non si è mai fermata davvero: dalle copertine all’uncinetto regalate “a tutta l’Italia” alla curiosità per la tecnologia, con la richiesta del tablet e un uso disinvolto di social e messaggistica. Non un capriccio, ma un modo per restare in contatto, per cercare persone lontane, per riallacciare fili interrotti da decenni.

Le reazioni ricordate dal figlio — la chiesa piena, i messaggi di cordoglio che continuano ad arrivare — raccontano il peso di una presenza riconosciuta. E riportano Valmontone a una dimensione che molti rimpiangono: quella di un paese dove ci si conosceva davvero e dove il negozio, il bar, la stretta di mano, il consiglio detto al volo valevano come un patto non scritto.

Una città che cambia, una memoria che chiede spazio

Il saluto a Lucia Forgione e il ricordo di Vincenzo Piacentini diventano anche una domanda implicita: che cosa resta, oggi, di quel modo di stare insieme? Stefano la mette in una frase che sembra un nodo alla gola: “Adesso da chi andrò quando avrò un problema?”. È una domanda privata, sì, ma parla a molti, perché chi ha perso un punto fermo sa che non si perde soltanto una persona: si perde un rifugio, un’abitudine, una voce capace di rimettere in ordine il mondo con “due parole”.

E allora, dentro una storia familiare, affiora un pezzo di identità cittadina: il lavoro come dignità, l’impresa come rischio condiviso, lo sport come scuola di disciplina, il bar come luogo di crescita, la famiglia come esempio che continua. Non per nostalgia facile, ma per dire che certi modelli, quando ci sono stati, hanno lasciato tracce visibili. E che Valmontone, nel ricordare Lucia e Vincenzo, ricorda anche una parte di sé.

Weekend Roma e Lazio sabato 7 e domenica 8 febbraio 2026: sagre d’inverno, Carnevali e cultura

 
CATEGORIA

Cronaca

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista