L’estate 2026 ha consegnato all’Italia un dato difficile da liquidare come una semplice anomalia meteorologica: è stata la più calda dal 1950, con una temperatura media nazionale di 24,3 °C. Agosto ha raggiunto una media di 25,6 °C, ben 5,2 gradi sopra il riferimento 1951-1980 e 3,5 gradi sopra quello 1991-2020. Numeri che danno un peso preciso alle parole di Mario Tozzi: «Ci avviamo verso l’anno più caldo registrato, ma ciò che preoccupa è il trend e la sua accelerazione nell’ultimo periodo. Preoccupano la globalità e l’anomalia del fenomeno. Ma più di tutti preoccupano coloro che negano e quelli che minimizzano». Le elaborazioni del CNR-Ibe indicano infatti che il 2026 potrebbe chiudersi come l’anno più caldo in Italia dal 1950.
Mario Tozzi e il caldo record: il problema è la velocità con cui sta cambiando il clima
Il punto indicato da Tozzi merita attenzione perché sposta il discorso dal singolo record alla successione dei record. Un’estate eccezionalmente calda può essere un episodio; quando le temperature più elevate iniziano invece a concentrarsi negli anni più recenti, le ondate di calore diventano più persistenti e le anomalie interessano porzioni sempre maggiori del territorio, emerge un andamento molto più difficile da attribuire alla normale variabilità del clima.
Il grafico che accompagna la riflessione del geologo lo rende immediatamente visibile. Le serie relative a Roma Fiumicino e Firenze mostrano come gli episodi di caldo, rappresentati anche nella loro durata, siano diventati particolarmente evidenti negli ultimi anni. Un altro pannello misura la percentuale del territorio italiano interessata ogni mese da temperature medie superiori di oltre uno, due o tre gradi rispetto alla climatologia 1991-2020: nella parte più recente della serie le barre crescono in frequenza e dimensione.
Non significa che ogni estate debba essere automaticamente più calda della precedente. Il clima non procede con una linea perfettamente crescente e continueranno a esserci mesi meno caldi, temporali intensi e periodi relativamente freschi. È proprio questo uno degli equivoci ricorrenti quando si parla di riscaldamento globale: un temporale, una settimana fredda o una nevicata non smentiscono un andamento climatico misurato su decenni.
Agosto 2026 a 25,6 gradi: superati anche i record del 2024 e del 2017
Il dato di agosto aiuta a capire la dimensione di quanto accaduto. La temperatura media italiana di 25,6 °C ha superato i 24,6 °C dell’agosto 2024 e i 24 °C del 2017. Il ricercatore del CNR-Ibe Lorenzo Arcidiaco ha inoltre evidenziato un elemento particolarmente significativo: per la prima volta luglio e agosto risultano consecutivamente i più caldi delle rispettive serie storiche considerate. Già la primavera 2026 aveva raggiunto una temperatura media record di 12,1 °C, eguagliando il valore del 2024.
Questo è il significato dell’“accelerazione” richiamata da Tozzi. Non interessa soltanto quanto sale una temperatura media, ma quanto rapidamente cambiano frequenza, durata e intensità delle condizioni estreme rispetto a quelle sulle quali abbiamo costruito città, abitazioni, reti elettriche, sistemi sanitari, agricoltura e disponibilità idrica.
Roma e il Lazio conoscono bene una parte di questi effetti. Ondate di calore prolungate significano temperature notturne elevate, maggiore difficoltà per anziani e persone fragili, edifici che accumulano calore, consumi elettrici più alti per il raffrescamento e vegetazione sottoposta a un maggiore stress idrico. Per l’agricoltura, poi, caldo e siccità possono sommarsi, con ripercussioni sulla produzione e sui costi.
Il vero nodo indicato da Tozzi: negare i dati fa perdere tempo
La parte più dura dell’intervento di Mario Tozzi riguarda però il dibattito pubblico. Quando afferma che a preoccuparlo «più di tutti» sono coloro che negano e quelli che minimizzano, il geologo pone una questione che non riguarda più soltanto la climatologia, ma il modo in cui una società reagisce davanti a dati ripetuti.
Il confronto scientifico sulle dimensioni dei singoli fenomeni, sulle proiezioni e sulle migliori politiche da adottare è legittimo e necessario. Diverso è considerare ogni record come un episodio isolato, ignorando la serie nella quale quel record si inserisce. Copernicus ha certificato che gli undici anni dal 2015 al 2025 sono stati gli undici più caldi mai registrati a livello globale e che il quinquennio 2021-2025 è risultato il più caldo della serie osservata. Il 2024 resta, per ora, l’anno globalmente più caldo registrato.
È importante anche distinguere il quadro italiano da quello mondiale. Quando oggi si parla della possibilità che il 2026 diventi l’anno più caldo, i dati diffusi dal CNR si riferiscono in particolare all’Italia e alla serie iniziata nel 1950. Sul piano globale sarà necessario attendere l’intero anno e le elaborazioni definitive dei principali centri climatici.
Non basta imparare a sopportare estati sempre più calde
C’è infine un rischio meno evidente: considerare normale ciò che pochi decenni fa sarebbe stato eccezionale. Condizionatori più potenti, case climatizzate, automobili raffrescate e ambienti di lavoro protetti possono rendere il caldo più sopportabile per una parte della popolazione, ma non eliminano gli effetti sulle città, sui terreni agricoli, sulle risorse idriche e sugli ecosistemi.
L’adattamento è ormai necessario: più alberi e superfici permeabili nelle città, edifici meno esposti al surriscaldamento, migliore gestione dell’acqua, protezione sanitaria durante le ondate di calore e infrastrutture progettate per condizioni climatiche diverse da quelle del passato. Ma adattarsi senza intervenire sulle cause significherebbe inseguire temperature progressivamente più elevate con costi economici e sociali sempre maggiori.
Per questo l’avvertimento di Mario Tozzi non riguarda semplicemente un possibile primato del 2026. Il record occupa un anno nelle statistiche; l’accelerazione modifica il futuro. Ed è su quella curva, molto più che sul singolo numero scritto accanto a questa estate, che dovrebbe concentrarsi il dibattito.
