«Ci avviamo verso l’anno più caldo registrato, ma ciò che preoccupa è il trend e la sua accelerazione nell’ultimo periodo. Preoccupano la globalità e l’anomalia del fenomeno. Ma più di tutti preoccupano coloro che negano e quelli che minimizzano».
Mario Tozzi torna sul cambiamento climatico e concentra l’attenzione su un aspetto che considera particolarmente grave: la persistenza del negazionismo e della minimizzazione nonostante l’aumento delle temperature e la continuità delle anomalie registrate negli ultimi anni.
Il geologo e divulgatore scientifico non si limita quindi a richiamare il rischio di un nuovo record annuale. Il punto centrale delle sue parole riguarda la tendenza generale e la velocità con cui il riscaldamento globale sta procedendo.
Il dato che conta è la continuità del fenomeno
Il cambiamento climatico non si misura attraverso una singola giornata calda, un’estate particolarmente torrida o un record locale.
Il dato significativo emerge dall’andamento complessivo delle temperature e dalla successione degli anni più caldi mai registrati.
È questo il significato del riferimento di Tozzi al «trend» e alla sua «accelerazione».
Gli ultimi anni hanno mostrato temperature medie globali molto elevate, insieme a valori anomali negli oceani e in vaste aree continentali. Le oscillazioni naturali continuano naturalmente a incidere sul clima, ma non modificano la direzione generale indicata dalle serie storiche.
Per questo ridurre ogni nuovo record a un episodio isolato rischia di impedire una lettura corretta del fenomeno.
Negare e minimizzare sono due atteggiamenti diversi
Tozzi distingue implicitamente due posizioni.
La prima è quella di chi nega il cambiamento climatico o ne contesta il carattere prevalentemente legato alle attività umane.
La seconda è quella di chi riconosce l’aumento delle temperature, ma tende a ridurne l’importanza, sostenendo che il clima sia sempre cambiato o che gli effetti siano meno rilevanti di quanto indicano gli studi scientifici.
La differenza è importante perché il negazionismo climatico oggi non si manifesta soltanto attraverso la contestazione diretta dei dati.
Può assumere anche la forma della minimizzazione.
Si riconosce che le temperature stanno aumentando, ma si sostiene che non vi sia particolare urgenza. Si ammettono le anomalie, ma vengono descritte come eventi già osservati in passato. Si accettano i numeri, ma si ridimensionano le conseguenze.
È proprio questo atteggiamento che Tozzi considera particolarmente pericoloso.
Meteorologia e clima non sono la stessa cosa
Una parte delle obiezioni utilizzate nel dibattito pubblico deriva anche dalla confusione tra meteorologia e clima.
Una giornata fredda o una nevicata intensa non smentiscono il riscaldamento globale, così come una giornata eccezionalmente calda non sarebbe sufficiente a dimostrarlo.
Il clima viene analizzato attraverso periodi lunghi, medie, anomalie e confronti su scala regionale e globale.
Per questo il riferimento a episodi locali o temporanei non può essere utilizzato per contestare una tendenza misurata su decenni.
Il tema indicato da Tozzi è proprio questo: la discussione continua spesso a concentrarsi sul singolo episodio invece che sull’andamento generale.
Il problema riguarda anche il dibattito pubblico
Le parole di Tozzi chiamano in causa anche il modo in cui il cambiamento climatico viene raccontato.
Sul piano politico ed economico esistono legittime differenze sulle soluzioni da adottare, sui costi della transizione energetica, sulle tecnologie da utilizzare e sui tempi degli interventi.
Diverso è il piano scientifico.
Le temperature vengono misurate, le concentrazioni dei gas serra vengono rilevate e gli oceani vengono monitorati. Su questi elementi esiste una quantità molto ampia di dati raccolti da organismi scientifici internazionali.
La discussione dovrebbe quindi riguardare soprattutto le risposte da mettere in campo, non la continua rimessa in discussione dell’esistenza del fenomeno.
Tozzi: il rischio della minimizzazione
La parte più significativa della dichiarazione riguarda forse proprio chi «minimizza».
Negare apertamente il cambiamento climatico è diventato più difficile rispetto al passato. Molto più frequente è riconoscere il fenomeno e, nello stesso tempo, ridurne l’urgenza.
Questo atteggiamento può avere conseguenze concrete perché sposta in avanti le decisioni e rende più difficile programmare interventi di adattamento e riduzione delle emissioni.
Il tema non riguarda soltanto l’ambiente.
Temperature elevate, siccità, disponibilità delle risorse idriche, agricoltura, salute pubblica, incendi e infrastrutture sono questioni che producono effetti economici e sociali diretti.
Per Tozzi, quindi, il negazionismo non rappresenta soltanto una posizione nel dibattito pubblico. Diventa un problema quando contribuisce a ridurre la percezione di un fenomeno documentato e a rallentare le risposte necessarie.
La sua dichiarazione parte dal possibile nuovo record di temperatura, ma arriva a un punto più ampio: oggi non basta osservare quanto aumentano le temperature. Occorre anche valutare quanto il dibattito pubblico sia ancora distante dalla dimensione reale del cambiamento in corso.
