Mario Tozzi contro la riforma della caccia: “Più micidiale e più pericolosa”

Mario Tozzi riapre lo scontro sulla caccia e attacca la riforma in discussione: nel mirino sicurezza, fauna selvatica e idea stessa del territorio
Di Simone Fabi
Cacciatori di cinghiali
Cacciatori di cinghiali

Mario Tozzi ha riacceso con parole durissime uno dei dibattiti più divisivi del Paese: quello sulla caccia. Il conduttore di Sapiens ha puntato il dito non soltanto contro i cacciatori, ma anche contro la riforma in discussione, definita “ignobile” e destinata, a suo dire, a rendere l’attività venatoria ancora più micidiale. Una presa di posizione netta, che arriva in un momento politico delicato e riporta al centro una domanda scomoda: quale idea di rapporto con la natura sta prendendo forma in Italia?

Uno scontro politico che supera la polemica televisiva

Le parole di Tozzi non restano confinate nel perimetro della provocazione. Entrano, invece, in una partita più ampia che riguarda il ruolo della fauna selvatica, la sicurezza di chi vive e frequenta campagne, boschi, aree agricole e perfino luoghi di pregio ambientale, oltre al peso che il mondo venatorio continua ad avere nella discussione pubblica. Il punto è che la caccia non è più da tempo soltanto una questione di passione privata o di tradizione rurale. È diventata materia politica, tema identitario, terreno di scontro culturale.

Nelle sue frasi c’è un’accusa che colpisce al cuore la narrazione classica del cacciatore come presidio del territorio, amante dell’alba, dei cani, della campagna e della socialità legata alle uscite venatorie. Tozzi ribalta questa immagine e sostiene che, se davvero il centro di quell’esperienza fosse il contatto con la natura, basterebbe sostituire il fucile con una macchina fotografica. Il rifiuto di questa alternativa, nel suo ragionamento, svela la sostanza del problema: il gesto dell’uccidere resta il nucleo vero dell’attività.

La riforma della caccia e il nodo delle tutele

La polemica si lega alla riforma della legge sulla caccia, tornata in primo piano con nuovi passaggi parlamentari e nuove contestazioni. Qui si concentra la parte più politica dell’intervento del divulgatore. Perché il bersaglio non è solo una categoria, ma un impianto normativo che, secondo i critici, rischia di spostare ulteriormente l’equilibrio a favore dell’attività venatoria, riducendo il peso delle tutele ambientali e allargando margini che per anni erano stati oggetto di limiti, cautele e controlli.

Dentro questo scontro si riflettono due visioni contrapposte. Da una parte c’è chi considera la caccia un’attività da aggiornare e regolare in modo più aderente alle richieste dei territori, del mondo agricolo e della gestione faunistica. Dall’altra c’è chi vede nella riforma il segno di un arretramento culturale, con un’idea di natura piegata all’interesse di pochi e meno protetta come bene collettivo. Tozzi si colloca senza ambiguità nel secondo campo, con un linguaggio che non media e non cerca formule diplomatiche.

Che cosa cambia nel dibattito pubblico

Il valore politico della polemica sta anche nel soggetto che la firma. Tozzi non è un attivista di nicchia. È un volto noto del servizio pubblico, un divulgatore che da anni porta temi scientifici, ambientali e civili in prima serata. Quando usa toni così frontali, il dibattito si sposta subito oltre i recinti consueti e investe un pubblico più largo, fatto anche di spettatori che magari non seguono le vicende parlamentari ma colgono il segnale: la riforma della caccia non riguarda soltanto i cacciatori.

Riguarda l’idea stessa di territorio, di sicurezza, di convivenza con la fauna selvatica e di tutela del paesaggio. Riguarda pure il linguaggio politico con cui si racconta la natura: patrimonio da proteggere o spazio da utilizzare con meno vincoli. Per questo le parole di Tozzi fanno rumore. Perché arrivano in una fase nella quale il confronto non è più tecnico, ma profondamente simbolico. E quando un tema diventa simbolico, il peso delle parole cresce, le reazioni si irrigidiscono e ogni frase contribuisce a definire il campo.

Una frattura destinata a restare aperta

È difficile immaginare che uno scontro simile si esaurisca in pochi giorni. Il fronte venatorio considera da tempo Mario Tozzi uno degli avversari più netti e meno disposti a riconoscere legittimità culturale alla caccia. Il fronte ambientalista, invece, vede in interventi di questo tipo un argine utile a rompere l’assuefazione e a portare il tema fuori dai tavoli tecnici. In mezzo ci sono cittadini, amministratori, agricoltori, escursionisti, famiglie che vivono o frequentano aree rurali e che chiedono una cosa semplice: sapere quale modello di convivenza si sta costruendo.

Il vero punto politico, oggi, è questo. Non soltanto se la caccia debba restare o cambiare, ma se il Paese stia scegliendo di allargare lo spazio delle doppiette nel momento in cui biodiversità, sicurezza ambientale e rispetto degli ecosistemi sono ormai questioni centrali nel discorso pubblico. Le parole di Tozzi sono divisive, persino urticanti per molti. Ma proprio per questo obbligano la politica a uscire dalle formule neutre e a dire con chiarezza da che parte intende stare.

 
CATEGORIA

Cronaca

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista