Meloni vuole un tetto agli studenti stranieri e vietare burqa e niqab: ma l’integrazione si decide soprattutto sui banchi di scuola

Meloni ha motivato la scelta sostenendo che a scuola si debba andare a viso scoperto e collegando il tema alla parità fra uomini e donne
Di Alessandra Monti
Donne indossano il burqa a scuola
Donne indossano il burqa a scuola

La discussione destinata ad accompagnare questa settimana politica e televisiva riguarda uno dei luoghi nei quali l’immigrazione smette di essere una categoria astratta e diventa vita quotidiana: la scuola. Giorgia Meloni ha annunciato domenica 20 settembre, dal palco di Fenix a Roma, l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento che dovrebbe introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe, vietare burqa e niqab negli istituti scolastici e prevedere, per i genitori di alunni stranieri con gravi difficoltà di inserimento, l’obbligo di imparare l’italiano. La soglia massima di studenti non è stata ancora indicata.

È importante partire esattamente da ciò che è stato annunciato, perché burqa, niqab e hijab non sono la stessa cosa e il provvedimento prospettato dalla presidente del Consiglio riguarda gli indumenti che coprono il volto, non genericamente il velo islamico. Meloni ha motivato la scelta sostenendo che a scuola si debba andare a viso scoperto e collegando il tema alla parità fra uomini e donne. Sul limite agli studenti stranieri ha invece posto il problema delle classi nelle quali gli alunni italiani possano diventare numericamente minoritari.

La questione esiste, ma i numeri raccontano una realtà molto più articolata di quanto possa suggerire una contrapposizione fra italiani e stranieri.

Gli studenti con cittadinanza non italiana sono l’11,6 per cento

Nel 2023-2024 gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentavano circa l’11,6 per cento della popolazione scolastica. La distribuzione, però, è fortemente disomogenea: nel Nord-Ovest la quota raggiungeva il 16,9 per cento, nel Nord-Est il 16,5, mentre nel Mezzogiorno rimaneva poco sopra il 4 per cento. La Lombardia contava 236.532 studenti stranieri, pari al 17,7 per cento degli iscritti regionali; l’Emilia-Romagna arrivava al 18,9 per cento, il Veneto al 15,5. Nel Lazio gli studenti con cittadinanza straniera erano 84.961, l’11 per cento degli iscritti.

Sono cifre che impongono una prima cautela. La cittadinanza non coincide automaticamente con la condizione di un ragazzo appena arrivato in Italia. Dentro quella definizione statistica convivono bambini arrivati da poche settimane, adolescenti che non conoscono l’italiano, ragazzi nati e cresciuti nel nostro Paese che parlano italiano come i loro compagni e hanno frequentato qui l’intero percorso scolastico. Considerarli tutti allo stesso modo rischia quindi di confondere il problema amministrativo della cittadinanza con quello didattico, assai più rilevante, della conoscenza della lingua e del livello effettivo di integrazione.

Non è neppure completamente nuova l’idea di distribuire gli studenti stranieri fra le classi. Da molti anni il sistema scolastico italiano prevede indicazioni contro concentrazioni eccessive e richiama una soglia del 30 per cento, accompagnata però da possibilità di deroga legate alle caratteristiche concrete degli alunni e del territorio. Il problema è che in alcune aree quella percentuale è difficilmente rispettabile semplicemente perché la composizione demografica del quartiere si riflette inevitabilmente sulla scuola. Nel 2024 il 6,8 per cento delle classi italiane aveva più del 30 per cento di alunni stranieri; nella primaria la quota saliva all’11,2 per cento.

Pioltello, diventata due anni fa un caso nazionale per la decisione di un istituto di sospendere le lezioni nel giorno della fine del Ramadan, aveva circa il 43 per cento di studenti di origine non italiana. Situazioni analoghe si incontrano soprattutto nelle aree urbane del Nord e del Centro. Stabilire una percentuale sulla carta è relativamente semplice; applicarla significa invece decidere cosa fare quando tutte le scuole vicine presentano una situazione demografica simile, se e quanto spostare gli alunni, quali distanze imporre alle famiglie e soprattutto se distinguere un bambino nato a Milano o a Roma da un coetaneo appena arrivato senza conoscere una parola d’italiano.

Il nodo più importante è la lingua

Su un punto il dibattito politico incontra una questione pedagogica difficilmente contestabile: senza una sufficiente conoscenza dell’italiano diventa molto più complicato imparare matematica, storia, geografia, scienze, comprendere una consegna, parlare con gli insegnanti, stringere amicizie e partecipare pienamente alla vita della scuola.

Quando in una classe arrivano contemporaneamente molti ragazzi non italofoni, il lavoro degli insegnanti diventa oggettivamente più complesso. Non significa che la presenza degli stranieri abbassi automaticamente la qualità di una scuola. Significa che servono personale, mediatori, laboratori linguistici e percorsi intensivi di italiano L2, perché l’uguaglianza formale davanti allo stesso libro di testo non produce automaticamente uguaglianza nelle possibilità di comprenderlo.

Ed è precisamente su questo terreno che la discussione sul numero degli studenti può assumere un significato diverso. Se il criterio diventa semplicemente il passaporto, dentro la stessa categoria finiscono situazioni che non hanno praticamente nulla in comune. Se invece si guarda alla competenza linguistica, alla data di arrivo in Italia e ai bisogni educativi effettivi, la composizione della classe diventa uno strumento didattico e non soltanto una quota.

Centocelle dimostra quanto siano pericolose le semplificazioni

Roma ha fornito proprio in questi giorni un episodio che dovrebbe suggerire prudenza prima di trasformare nazionalità e comportamento in categorie sovrapponibili.

Alla scuola media di Centocelle dove venerdì 18 settembre la professoressa Isabella Marsilio è stata aggredita con tre coltellate, lo studente che ha pianificato l’attacco è un tredicenne italiano. A fermarlo è stato invece un suo compagno tredicenne originario della Repubblica Democratica del Congo, arrivato in Italia senza i genitori e accolto in una casa famiglia. Il ragazzo ha afferrato il polso dell’aggressore e impedito che continuasse a colpire l’insegnante.

La stessa Meloni, interpellata sull’episodio, ha riconosciuto pubblicamente che il giovane congolese aveva fatto «una grandissima cosa».

È un episodio singolo e non può diventare una statistica al contrario. Sarebbe sbagliato utilizzare un’aggressione commessa da un italiano per dimostrare qualcosa sugli italiani esattamente come sarebbe sbagliato utilizzare un reato commesso da uno straniero per definire gli stranieri. Ma quella storia ricorda con straordinaria chiarezza quanto poco possa raccontare da solo un documento d’identità della persona seduta dietro un banco.

Burqa e niqab: sicurezza, libertà religiosa e riconoscibilità

Diverso è il capitolo del volto coperto.

In Italia l’articolo 5 della legge 152 del 1975 vieta già, nei luoghi pubblici o aperti al pubblico e senza giustificato motivo, l’impiego di mezzi che rendano difficile il riconoscimento della persona. Negli anni l’applicazione della norma al velo integrale religioso ha però prodotto interpretazioni e contenziosi: nel 2008 il Consiglio di Stato, affrontando un’ordinanza locale, riconobbe che motivazioni religiose o culturali potevano rientrare fra i giustificati motivi previsti dalla normativa. Una legge specificamente riferita alla scuola modificherebbe quindi il quadro rendendo esplicito un divieto che oggi non è formulato in questi termini.

Il governo pone il tema della riconoscibilità e della parità fra uomo e donna; chi contesta misure di questo tipo richiama invece il diritto alla libertà religiosa e chiede che eventuali limitazioni siano proporzionate e formulate senza discriminazioni. Altri Paesi europei hanno già adottato divieti più estesi del velo integrale, con formule giuridiche differenti.

Anche in questo caso sarà il testo effettivo del provvedimento, non l’annuncio politico, a consentire di capire quali saranno confini, eccezioni, sanzioni e modalità applicative.

La Penny Wirton: integrare partendo da una parola

Mentre la politica discute percentuali, a Roma esiste da diciotto anni un’esperienza che affronta l’integrazione da una prospettiva radicalmente concreta. È la Penny Wirton, fondata nel 2008 dallo scrittore e insegnante Eraldo Affinati e da Anna Luce Lenzi.

Non è una scuola tradizionale. Non ci sono classi nel significato consueto, non ci sono voti e il rapporto didattico fondamentale è uno a uno: un volontario davanti a uno studente, oppure piccoli gruppi quando necessario. Si insegna gratuitamente italiano a migranti adulti e minorenni partendo dal livello reale di ciascuno, che può essere quello di un laureato capace di leggere e scrivere perfettamente nella propria lingua oppure quello di una persona che deve affrontare contemporaneamente l’alfabeto e l’italiano.

La Penny Wirton nacque dopo l’esperienza di Affinati alla Città dei Ragazzi, dove lo scrittore si trovò davanti adolescenti afghani, moldavi, marocchini e di altre nazionalità che possedevano un italiano troppo fragile per raccontare ciò che avevano vissuto. Da quella constatazione nacque progressivamente un metodo nel quale il programma non viene imposto allo studente: viene costruito attorno allo studente.

Il nome deriva da Penny Wirton e sua madre, romanzo per ragazzi di Silvio D’Arzo. Il protagonista è un bambino povero, escluso e privo del padre che attraverso un percorso difficile conquista dignità e autonomia anche grazie a un insegnante. Affinati e Lenzi scelsero quel nome proprio per collegare l’apprendimento alla possibilità del riscatto personale.

Da Roma l’esperienza si è moltiplicata. Nel giugno 2026 risultavano attive oltre settanta Penny Wirton, dalla Lombardia alla Calabria, dal Lazio al Friuli, oltre alla sede di Lugano. A Roma le sedi sono ormai tre: Casal Bertone, San Paolo-Ostiense e Appio-Latino. Tutte condividono la gratuità e il metodo individualizzato.

È impossibile trasferire meccanicamente quel rapporto uno a uno nella scuola statale, che ogni mattina deve accogliere milioni di studenti e fare i conti con organici, programmi, edifici e risorse limitate. Ma l’intuizione della Penny Wirton tocca il centro della questione: prima di chiedere a una persona di entrare pienamente in una comunità bisogna darle gli strumenti per comprenderla e per farsi comprendere.

Una scuola che deve occuparsi di integrazione mentre affronta problemi molto più antichi

Qualsiasi nuova politica sull’integrazione arriverà inoltre dentro un sistema che porta sulle spalle difficoltà enormi.

Il rapporto 2026 di Cittadinanzattiva censisce 39.351 edifici scolastici: il 49 per cento di quelli dei quali si conosce l’anno di costruzione risale a prima del 1976. Il 59 per cento non dispone del certificato di agibilità registrato nell’anagrafe considerata dal rapporto, il 58,36 per cento non risulta dotato del certificato di prevenzione incendi. Fra settembre 2025 e agosto 2026 sono stati censiti 68 episodi di crolli, distacchi di intonaci, pannelli, soffitti o controsoffitti.

Pretendere dalla scuola di diventare la principale infrastruttura dell’integrazione significa dunque anche dotarla dei mezzi necessari. Non basta redistribuire i ragazzi fra le aule se mancano insegnanti specializzati nell’italiano L2, mediatori culturali, tempo pieno, sostegno psicologico, spazi adeguati e continuità didattica.

La discussione aperta da Meloni contiene quindi almeno tre questioni diverse: il volto coperto negli istituti, la concentrazione degli alunni con cittadinanza straniera e la conoscenza dell’italiano. Il Parlamento dovrà stabilire le regole. La scuola, però, continuerà ad affrontare il problema nella sua forma meno ideologica e più concreta: un ragazzo seduto davanti a un insegnante deve capire ciò che gli viene detto, riuscire a rispondere, conoscere diritti e doveri e sentirsi parte della comunità nella quale vive.

Una percentuale può contribuire a governare la distribuzione degli studenti. Non può, da sola, produrre integrazione. Quella richiede lingua, tempo, insegnanti e relazioni umane. La Penny Wirton lo sperimenta dal 2008 con una formula semplicissima e al tempo stesso difficilissima da replicare su larga scala: prima viene la persona, poi il programma.

 
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