Mentana apre il caso La7: “Rete anti-Meloni”. Una televisione molto schierata aiuta il pluralismo?

Mentana apre il caso La7: rete anti-Meloni, ospiti ricorrenti e rischio identità politica per il Tg. La domanda centrale: è un vantaggio per la tv italiana?
Di Francesco Vergovich
Enrico Mentana, TG La7
Enrico Mentana

Enrico Mentana ha acceso un dibattito pesante sul ruolo di La7 nel sistema televisivo italiano. Al Festival della TV di Dogliani, il direttore del TgLa7 ha definito la rete, una televisione con un orientamento netto contro il governo Meloni, ponendo una domanda che sta facendo discutere: “È un vantaggio per l’assetto televisivo?”.

La7 e il posizionamento politico: perché le parole di Mentana fanno rumore

La forza delle dichiarazioni di Mentana non sta soltanto nel contenuto, ma nel fatto che arrivino da una figura interna alla rete. Non da un osservatore esterno, non da un avversario politico, non da un commentatore distante dagli studi di via della Pineta Sacchetti. Il direttore del telegiornale di La7 ha scelto di descrivere pubblicamente un elemento che molti spettatori percepiscono da tempo: una linea editoriale molto riconoscibile, spesso orientata verso una lettura severa dell’azione del governo guidato da Giorgia Meloni.

Mentana ha parlato di una “constatazione”, non di una critica. La distinzione è importante, perché sposta il discorso dal terreno della polemica personale a quello dell’identità televisiva. La7, negli ultimi anni, ha costruito una parte consistente della propria forza proprio su programmi di approfondimento politico, talk show serali, confronti accesi, ospiti ricorrenti e una platea di telespettatori abituata a trovare sulla rete un racconto alternativo rispetto alla narrazione del governo.

Il punto giornalistico diventa allora evidente: una rete può dichiararsi, di fatto, riconoscibile per orientamento senza compromettere la credibilità complessiva della propria informazione? Oppure una collocazione troppo marcata rischia di trasformare ogni programma, compreso il telegiornale, in un prodotto percepito come appartenente a un solo pubblico?

“È un vantaggio per l’assetto televisivo?”: la domanda che apre il caso

La frase chiave dell’intervento di Mentana è proprio quella domanda: «È un vantaggio per l’assetto televisivo?». Non è un interrogativo secondario. Dentro quella formula c’è il tema del pluralismo, della riconoscibilità editoriale, della concorrenza con Rai e Mediaset, ma anche della sostenibilità di una televisione che sceglie una fisionomia politica molto evidente.

Mentana ha richiamato la presenza frequente di Elly Schlein e Giuseppe Conte nei programmi della rete, parlando di una televisione che avrebbe ospitato i leader delle principali opposizioni moltissime volte nell’arco dell’ultimo anno. Il dato politico non riguarda solo il numero delle presenze, ma il clima dei programmi. Quando un ospite appare “di casa” e l’altro sembra muoversi in un ambiente meno favorevole, il confronto televisivo cambia natura. Non è più soltanto dibattito: diventa rappresentazione di una gerarchia implicita.

È qui che il tema diventa più ampio della singola rete. La televisione politica italiana vive da anni di identità riconoscibili. Il pubblico spesso non cerca soltanto notizie, ma anche conferme, cornici interpretative, volti familiari, linguaggi coerenti con la propria sensibilità. La7 ha intercettato con efficacia questa domanda, conquistando ascolti e centralità nel dibattito pubblico. Mentana lo riconosce. Funziona. Porta risultati. Crea attenzione. Il dubbio nasce quando il successo editoriale rischia di comprimere la varietà interna.

Talk show, ospiti ricorrenti e rischio “foto di gruppo”

Il riferimento ai programmi più noti della rete è immediato, anche quando non vengono citati direttamente. Otto e mezzo, DiMartedì, Omnibus e gli altri spazi di confronto politico hanno costruito negli anni una grammatica precisa: temi forti, ritmo serrato, contrapposizione netta, opinionisti facilmente identificabili dal pubblico. Da una parte voci spesso critiche verso Meloni e il centrodestra, dall’altra figure chiamate a difendere o spiegare le ragioni della maggioranza.

Questo schema televisivo ha un pregio: rende il prodotto chiaro, leggibile, riconoscibile. Lo spettatore sa che cosa aspettarsi. La rete, a sua volta, consolida un marchio editoriale. Il rischio, però, è quello indicato da Mentana: la “foto di gruppo”. Una somma di volti, toni e posizioni che finisce per apparire sempre uguale a sé stessa.

Quando gli ospiti ricorrono con grande frequenza, la discussione può diventare prevedibile. Il pubblico più fedele resta agganciato, perché riconosce linguaggi e protagonisti. Una parte degli spettatori meno schierata, invece, può percepire la rete come un luogo già orientato, dove il verdetto politico sembra scritto prima ancora che inizi il dibattito. Per una televisione commerciale è una scelta possibile. Per una rete che vuole incidere sul campo dell’informazione nazionale, è anche una responsabilità.

Il nodo del TgLa7 e la credibilità dell’informazione

La preoccupazione più delicata riguarda il telegiornale. Mentana dirige da anni un Tg con una forte identità personale, costruito su dirette lunghe, maratone elettorali, attenzione alla cronaca politica e rapporto diretto con il pubblico. Il TgLa7 ha spesso rivendicato una sua autonomia rispetto al resto del palinsesto. Proprio per questo, il posizionamento complessivo della rete può diventare un problema di percezione.

Non basta che un telegiornale lavori con criteri propri. Conta anche il contesto in cui viene collocato. Se una rete viene letta come “tele-anti-Meloni”, ogni contenuto informativo rischia di essere interpretato attraverso quella lente. Una notizia sul governo, una scelta di apertura, una scaletta, un titolo, perfino un silenzio possono essere valutati dal pubblico non solo per il loro merito giornalistico, ma per l’identità politica attribuita al canale.

Questo è il passaggio più sensibile. Il telegiornale, per funzionare davvero, deve parlare anche a chi non si riconosce nella linea prevalente della rete. Deve poter essere guardato da un elettore di centrosinistra, da uno di centrodestra, da chi non vota, da chi cerca informazioni senza sentirsi già dentro un recinto. Se l’ambiente televisivo circostante diventa troppo definito, il Tg rischia di perdere una parte della sua trasversalità.

La7 come “nuova Rai 3” senza un equilibrio di sistema

Mentana ha usato un’immagine molto forte: La7 come nuova Rai 3, ma senza nuove Rai 1 e Rai 2 a costruire un bilanciamento. Il paragone tocca una memoria storica della televisione italiana, quando le reti pubbliche venivano associate a sensibilità politiche differenti e il pluralismo era affidato anche alla distribuzione degli orientamenti nei vari canali.

Oggi il quadro è diverso. Rai e Mediaset vengono spesso accusate di essere più vicine al governo o comunque meno ostili all’esecutivo. La7, in questo scenario, ha occupato lo spazio opposto: quello della critica costante, della vigilanza, della pressione giornalistica e politica sulla maggioranza. Da un lato, questa funzione può essere letta come utile al pluralismo. Dall’altro, se tutto il palinsesto procede nella stessa direzione, la rete rischia di passare da presidio critico a soggetto identitario.

Il vantaggio televisivo è evidente: ascolti, riconoscibilità, centralità nel dibattito. Lo svantaggio possibile riguarda la durata del modello. Se un domani il centrosinistra tornasse al governo, una rete costruita in opposizione a Meloni dovrebbe riposizionarsi. E lì nascerebbe un altro interrogativo: continuare a fare televisione critica verso il potere o diventare, per inerzia, una televisione più indulgente con chi prima era ospite abituale e interlocutore privilegiato?

Il vero tema: identità editoriale o recinto politico?

Il caso sollevato da Mentana non riguarda soltanto La7. Riguarda il modo in cui la televisione italiana immagina il proprio rapporto con la politica. Un canale può avere una linea, una sensibilità, una personalità. Anzi, in un mercato affollato, l’identità editoriale è spesso necessaria. Il problema nasce quando quella identità diventa troppo prevedibile, fino a ridurre la sorpresa del confronto e la forza autonoma delle notizie.

Per La7 la domanda è più urgente perché la rete vive di informazione, opinione e approfondimento. Non è un canale generalista nel senso classico. Il suo pubblico cerca politica, analisi, dibattito. Per questo ogni scelta pesa di più: gli ospiti, i toni, gli spazi concessi, l’ordine dei temi, la costruzione del confronto. Mentana ha avuto il merito di portare allo scoperto un interrogativo che riguarda anche gli spettatori: una televisione molto schierata aiuta il pluralismo oppure lo semplifica troppo?

 
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Cronaca

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