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Morta a 17 anni al Bambino Gesù, il padre: “Gli occhiali del Giudice hanno visto un’altra Lisa”

Ecco gli aspetti delle motivazioni della sentenza che ha mandato assolti i medici dell’ospedale Bambino Gesù che avevano in cura Lisa Federico
a cura di Redazione
Lisa Federico
Lisa Federico

Riceviamo e pubblichiamo la lettera del padre di ElisabettaLisa” Federico sulle motivazioni della sentenza che ha assolto i medici che l’avevano in cura.

La terribile storia di malasanità subita da Lisa Federico

Lisa ha perso la vita quasi 5 anni or sono, il 3 novembre 2020, tra le mura dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù a seguito di uno sciagurato trapianto di midollo osseo praticato per curare una patologia ematologica non oncologica. Noi genitori abbiamo chiesto giustizia.

Un giudice del Tribunale di Roma, sulla base di una perizia già riconosciuta come falsa dalla Procura dello stesso Tribunale, ha mandato assolti tutti i medici che hanno avuto “in cura” Lisa. E ha prodotto 34 pagine di motivazioni simili a una galleria degli orrori, frutto di una realtà osservata attraverso occhiali forniti dagli imputati stessi.

Orrori giuridici, come sostengono i nostri avvocati, orrori tecnici attraverso i quali il Giudice ha confermato in tutto e per tutto le tesi difensive dell’OPBG e quelle, paradossalmente ancora più assolutorie, riportate nella perizia CTU ordinata dal Giudice stesso e recentemente riconosciuta come falsa dalla Procura.

Descrivere gli orrori giuridici di questa sentenza non è nelle nostre corde. Enumerare quelli tecnico-scientifici sarebbe troppo lungo (per quanti se ne trovano) quanto noioso. Ma su tutti un aspetto ci ha fatto sobbalzare e merita una trattazione approfondita: l’orrore umano.

Lisa aveva 17 anni

Lisa venne infusa il 16 ottobre 2020 con una donazione di midollo osseo poverissima di cellule utili (le cellule staminali), in compenso ricchissima (ben 350 millilitri) di globuli rossi incompatibili per incompatibilità AB0 maggiore, senza che le fossero stati preventivamente lavati via dal suo plasma gli anticorpi anti-globuli rossi AB che aveva sviluppato.

Il risultato fu che a pochi minuti dall’inizio dell’infusione Lisa ha iniziato a urlare e ha continuato senza interruzione per 12 ore, un’eternità interrotta da uno svenimento, unica tregua a cui ha potuto accedere. A partire dalla fine di quella disgraziata infusione, per Lisa è cominciato un baratro di dolore insonne e continuo, di respiro sempre più affannato, mentre il suo corpo si gonfiava e acquistava peso.

Tutto questo è stato il risultato esteriore della “disfunzione multi-organo” indotta dall’emolisi massiva scatenata dai globuli rossi incompatibili, così come certificato dalle analisi riportate in cartella clinica. Cuore, fegato, polmoni, reni. Tutti questi organi hanno cominciato a deteriorarsi sin da subito dopo l’infusione. Il tutto condito da una polmonite bilaterale, anch’essa manifestatasi la mattina seguente all’infusione, e mai curata appropriatamente.

Dolori interminabili e lancinanti

In questo delirio organico, la povera Lisa ha cominciato a spegnersi piano piano, avvolta dai dolori più lancinanti. Non mi scorderò mai quando, a quattro giorni del suo trasferimento senza ritorno nel reparto di Terapia Intensiva, mi chiamò al telefono per dirmi: “Papà, io so che sto per morire. Lo sento. Volevo solo dirti che ti voglio bene”.

Le mie stupide parole di risposta volevano solo coprire l’orribile sensazione di avere ricevuto la chiamata da parte di una figlia passeggera di un aereo che stava precipitando. E, in effetti, era così. Lisa lo aveva ben capito.

Il rapidissimo deterioramento fisico di Lisa, ma purtroppo non cognitivo, è stato scandito dalla difficoltà crescente a parlare, a lavarsi, anche solo a scendere dal letto per cambiarsi i pannoloni a cui fu rapidamente condannata subito dopo il trapianto.

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I referti della psicologa di Lisa Federico

Al di là della testimonianza diretta di Margherita, la madre sempre presente vicina al letto di tortura con un solo avvicendamento di tre giorni con la sorella Agnese, valgono i referti dalla psicologa dell’OPBG, che il Giudice, in un mondo ideale, non avrebbe dovuto permettersi di mistificare.

20 ottobre (4 giorni dopo il trapianto, NdT). “la ragazza si mostra “provata” e stanca. Mostra un’altra immagine di sé (rispetto a prima del trapianto, NdT), ha i capelli tagliati ed è molto sofferente. Mi accoglie contenta di rivedermi e con un’aria più da adulta riferisce che è difficile affrontare questa fase di cura e che sente spesso il bisogno di riposare.

22 ottobre: Elisabetta si mostra “sofferente” e stanca, riferisce che tutto le dà fastidio e ha dolori, preferisce avere le luci spente e ha bisogno di riposare. Mi invita a rimanere comunque accanto a lei e sollecita la madre ad avere lei il colloquio con me.

27 ottobre, a una settimana dalla morte. “Elisabetta mostra un’immagine più curata di sé, riferisce di avere dolori e di “fare fatica” a parlare. Sembra comunque attenta e sensibile rispetto al contesto intorno a lei e utilizza, in questa fase del processo di cura, molto il contenimento ambientale. Interagisce poco, è sofferente, a tratti scontrosa ma sembra esprimere il bisogno di avere “la vicinanza e l’interesse” dell’altro.

La zia racconta che da 2 gg la ragazza riesce, anche se con fatica, a scendere dal letto e ad occuparsi di lei e del suo corpo e rinforza molto le sue capacità affettive e le risorse”.

29 ottobre. “Elisabetta mi accoglie, mi saluta riferisce che può parlare poco a causa della mucosite, si mostra “stanca e provata”.

Non ci saranno più colloqui. Dopo due giorni Lisa andrà in terapia intensiva, di lì nella “Zona Rossa”, e quindi alla camera ardente.

Ebbene, davanti a questo diario di un calvario certificato dal personale dell’OPBG, il signor Giudice scrive a pag. 14 della sua sentenza:

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“la consulenza della psicologa riporta: “paziente di 17 anni già nota in corso di degenza. Colloquio clinico con la ragazza e con la zia materna. Elisabetta mostra un’immagine ben curata di sé , (omissis)…” condizioni quindi stabili, oggettivamente incompatibili con una multiorgan failure già in atto”.

E a pag. 24:

Quando sappiamo, dalla psicologa che la visita il giorno 27.10.2020, che Elisabetta scendeva dal Ietto e si prendeva in prima persona cura del suo corpo fino ad avere una immagine ben curata di sé”.

Mistificando i referti in maniera cinica, per fare apparire che, come lui stesso scriverà nelle pagine seguenti, il decorso di Elisabetta era del tutto normale, mentre i referti stessi dicevano ben altro. “Riesce, anche se con fatica, a scendere dal letto” diventa per il Giudice “scendeva dal letto”. “Un’immagine più curata di sé (ovviamente rispetto alla precedente visita in cui era una maschera di sofferenza e nemmeno riusciva a parlare, NdT) diventa: “Un’immagine ben curata di sé” .

Tralasciando poi la perla secondo cui le condizioni obiettive di Lisa non si confacevano con una disfunzione multiorgano (“multi-organ failure”), quando si sarebbe dovuto far suggerire da chi è del mestiere che tale condizione clinica andrebbe valutata con le analisi di laboratorio più che dal (supposto) aspetto fisico.

Sottolineare tutti gli spropositi tecnici contenuti in questa sentenza necessiterebbe di troppe pagine. Ciò che inferocisce noi genitori è piuttosto la disinvoltura con cui sono stati manipolati e vilipesi eventi e situazioni di sovraumano dolore.

Può una madre che ha misurato per 15 giorni e 15 notti il disfacimento del corpo della propria figlia alla quale erano state promesse cure, leggere “in nome del popolo italiano” che si è sbagliata e in verità sua figlia seguiva un decorso normale e “aveva un’immagine ben curata di sé”?

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Può una madre che ha visto la figlia poco a poco gonfiarsi fino ad avere solo la possibilità di rotolarsi dal letto alla sedia a rotelle, e senza nemmeno la voglia e l’energia di cambiarsi il pannolone, leggere “in nome del popolo italiano” che sua figlia in verità “scendeva dal letto” come una qualsiasi convalescente?

Prima di ogni contestazione o ricorso, quello che noi avremmo voluto da un Giudice sarebbe stato uno straccio di umanità. Non abbiamo avuto giustizia. Non abbiamo avuto umanità. Si è voluto infierire sul corpo di Lisa anche da morta.

Chi subisce una sentenza ingiusta dovrebbe almeno avere diritto a un briciolo di rispetto di fronte alla morte di una giovane figlia. In nome del popolo italiano..

Maurizio Federico, papà di Lisa

 
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