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Mughini costretto a vendere i suoi libri: “Con le entrate di oggi faccio la dieta intermittente”

Mughini non sceglie di vendere per vanità o avarizia, ma per costrizione. E in quel gesto c’è rabbia, amore, disincanto, dignità
Di Alessandra Monti
Giampiero Mughini
Giampiero Mughini (Foto di Franco Ferrajuolo)

Da giornalista con decenni di carriera a scrittore che lascia andare il proprio passato: Giampiero Mughini racconta a Il Foglio con durezza e lucidità la decisione atroce di mettere in vendita parte della sua sterminata biblioteca. È un atto quasi sacrificale, mosso dalla necessità, non dalla volontà. E lo fa senza retorica, ma con la disarmante trasparenza che contraddistingue chi non ha più filtri da difendere.

Il patrimonio letterario di Mughini che diventa ossessione

Mughini non sa dire quanti siano esattamente i volumi che ha accumulato nel corso di una vita. Secondo la sua stima, oscillano tra i 20.000 e i 25.000 libri. Parte di quella mole, precisa, include prime edizioni e edizioni rare: Pavese, Calvino, Campana, Gadda, Sciascia, Fenoglio, Pirandello, Bassani, Moravia, Bianciardi, Montale, Ungaretti.

Una collezione così vasta è tanto preziosa quanto ingombrante: custodire, catalogare, curare questi volumi richiede energia, spazio, risorse. È un’eredità che in molti casi è vissuta come missione, ma che nella sua vita oggi diventa un handicap da gestire. Mughini parla di “smontare il museo di me stesso”.

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Non tutta la collezione andrà via: ci sono libri ai quali Mughini non vuole rinunciare ‒ tre testi di Italo Svevo (di leggendaria rarità), opere di Umberto Saba legate al legame con Trieste, volumi di Carlo Dossi, “perché gli assomiglio”.

La vendita avverrà tramite il libraio milanese Pontremoli, suo “vecchio amico” di lunga data: una scelta che suggella un compromesso, tra il desiderio di conservare dignità e il peso insostenibile della sopravvivenza.

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Il silenzio della televisione e l’assenza di lavoro per Mughini

Mughini denuncia l’impoverimento della sua vita pubblica con nettezza: “Non c’è più nessuno che mi proponga un lavoro. Da quando sono stato male hanno smesso tutti di chiamarmi.” Lui stesso attribuisce al venir meno delle trasmissioni – quelle trasmissioni che lo avevano reso celebre ‒ la perdita delle sue entrate principali.

Negli anni d’oro, era presenza abituale nei programmi sportivi, nei talk show, nel Maurizio Costanzo Show. Oggi invece sembra esiliato dallo schermo, quasi sospeso in un limbo di invisibilità. Si attribuisce questo silenzio anche a una malattia: “Ho avuto problemi di salute … ora sto bene.”

Il fatto che Mughini stesso ammetta di avere “miserie” come risparmi, non nasconde che – a 84 anni – non ha molto spazio per ricostruire una carriera che fino a pochi anni fa sembrava garantita.

La sua rubrica settimanale sul Foglio è oggi il suo unico impegno stabile: “Con quello ci faccio una dieta intermittente, che fa pure bene alla salute, dicono. È una battuta che nasconde un’amara constatazione: la sopravvivenza intellettuale ridotta ai margini.

La malattia, l’età, la dignità che resta

Il tema della salute e dell’età ha un peso chiaro nelle sue parole. “Ho 84 anni”. Mughini ricorda che alcuni movimenti gli causano fatica: “Se tu mi dici di andare da qui al mio bagno, ci vado con un po’ di fatica”.

Il medico, sempre secondo il racconto, gli avrebbe detto senza troppi giri di parole che è arrivato il momento di “gestire” la vecchiaia.

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Eppure, nonostante tutto, Mughini dichiara che sta meglio, minimizza la malattia, rifiuta la retorica della disabilità: “La morte? Non ci penso”.

In questo contrasto tra fragilità e resistenza, si disegna l’immagine di un uomo che rifiuta di lasciarsi ridurre a pietà. Preferisce scegliere gli addii, piuttosto che subirli. Qualcosa resta solido nella sua coscienza, anche mentre il presente gli crolla attorno.

Il vuoto delle relazioni, l’ironia come baluardo

È forse il dato più doloroso: in una parte dell’intervista, Mughini parla degli amici che “evaporati” nel tempo. È una parola che dice la dissolvenza: chi era accanto non è più, o non ha resistito al cambiamento.

Eppure l’ironia non lo abbandona. Quando afferma che la vendita sarà accompagnata da un catalogo, “così almeno un libro resta mio, e lo firmano pure”, lo fa con un sorriso che sa di resa e di sfida al tempo insieme.

Parla del suo “marxismo-leninismo” personale: non sfiorare chi la pensa diversamente; non sfiorare una donna se non vuole esser sfiorata; non fare mai un lavoro gratis, e se citi un libro, è perché lo hai letto.

    È un codice morale minimalista, quasi austero, che sotto la battuta nasconde un senso dell’onore e della dignità. Anche l’anima che gli viene strappata con l’inevitabile vendita dei libri, è raccontata con precisione drammatica: “È un colpo al cuore… ma lo faccio perché è necessario”.

    Memoriali, mercato dei libri, diritto alla cultura

    Mughini, nel corso degli anni, ha venduto in parte anche collezioni speciali (di futurismo, di riviste, manifesti): possedeva 2.000 volumi molto rari, e una collezione sul futurismo che poi è stata dispersa. Quel che accade oggi – la vendita di una parte rilevante della sua biblioteca centrale – è un atto più doloroso, proprio perché inciso sul nucleo della sua identità.

    Questa vicenda non è solo quella di un uomo che ha perso la visibilità e le rendite; è la storia di chi ha vissuto per i libri fino al punto in cui quei libri diventano l’ultima zattera. Mughini non sceglie di vendere per vanità o avarizia, ma per costrizione. E in quel gesto c’è rabbia, amore, disincanto, dignità.

     
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    Cronaca

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