Ottanta minuti quasi interamente girati di notte. Ventiquattro uomini e donne legati all’esercito e all’intelligence israeliana, con il volto nascosto e la voce alterata. Tel Aviv illuminata alle loro spalle. Gaza distante circa sessanta chilometri e, per quasi tutto il film, assente dalle immagini. È questa la costruzione essenziale di NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor diventato in poche settimane uno dei film più discussi dell’anno.
Presentato in concorso alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha ottenuto il Premio speciale della Giuria, NAZA è arrivato nelle sale italiane il 28 settembre. Quello che doveva essere un evento di tre giorni è diventato un caso cinematografico: secondo i dati Cinetel comunicati il 1° ottobre, in tre giorni sono entrati in sala oltre 243 mila spettatori, per circa 1,8 milioni di euro di incasso. La distribuzione è stata quindi prolungata in 424 cinema.
Ma il successo commerciale racconta soltanto metà della storia. L’altra riguarda la sostanza dell’opera e la domanda attorno alla quale ormai si confrontano sostenitori e critici: NAZA documenta dall’interno il funzionamento di un sistema militare oppure seleziona testimonianze anonime e informazioni in modo da accompagnare lo spettatore verso una tesi già stabilita?
È la domanda sulla quale il film merita di essere analizzato senza pregiudizio.
Il significato di NAZA e l’idea sulla quale è costruito tutto il film
Il titolo deriva da Nezek Agavi, espressione ebraica traducibile come “danno collaterale”. Nel film NAZA diventa il modo con il quale viene indicata la stima dei civili che potrebbero essere coinvolti in un attacco contro un obiettivo militare.
Per Abraham e Szor quel numero è il punto dal quale partire. Il loro ragionamento è questo: nel momento in cui la possibile morte di civili viene conosciuta e quantificata prima di un bombardamento, bisogna capire quale peso quel numero abbia nella decisione finale di colpire.
L’IDF propone una lettura radicalmente diversa. Nella dettagliata risposta pubblicata proprio il 1° ottobre, le Forze di difesa israeliane sostengono che il calcolo del possibile danno collaterale non sarebbe la prova di un’autorizzazione a uccidere civili, bensì uno degli strumenti utilizzati proprio per valutare la proporzionalità dell’attacco, modificarne modalità e tempi o, eventualmente, cancellarlo.
Questa divergenza è fondamentale per comprendere NAZA. Film e IDF non discutono soltanto alcuni episodi: attribuiscono un significato opposto allo stesso meccanismo.
L’inizio: il buio di Tel Aviv e uomini senza volto
Il film entra immediatamente nella notte. Gli incontri sono stati realizzati nell’arco di circa tre anni sui tetti di Tel Aviv. Di fronte alla macchina da presa compaiono militari, analisti e appartenenti all’apparato d’intelligence israeliano. I loro volti sono immersi nell’ombra o modificati digitalmente. Anche le voci vengono alterate.
Yuval Abraham conduce le conversazioni senza costruire un interrogatorio aggressivo. Chiede spiegazioni, torna su alcuni passaggi, lascia che siano gli interlocutori a descrivere procedure, software, ordini e metodi di individuazione degli obiettivi.
Sotto quei tetti continua intanto la vita di Tel Aviv. Le finestre dei palazzi sono illuminate, le famiglie cenano, qualcuno guarda la televisione. La macchina da presa di Rachel Szor abbandona a intervalli gli intervistati e osserva appartamenti, balconi, strade, grattacieli.
È una delle scelte cinematografiche più importanti dell’opera. Gaza non viene mostrata, ma rimane continuamente presente attraverso ciò che viene raccontato. Tel Aviv diventa il controcampo della guerra: una città nella quale la quotidianità procede mentre, a poche decine di chilometri, avvengono le operazioni descritte dalle persone sedute davanti alla cinepresa.
Il riferimento cinematografico a La zona d’interesse di Jonathan Glazer è evidente e non casuale. Glazer è produttore esecutivo di NAZA. Anche nel suo film su Auschwitz l’orrore rimaneva largamente fuori campo, mentre la normalità continuava accanto ad esso. Qui il dispositivo è diverso, ma il principio visivo è simile: ciò che non si vede finisce per occupare mentalmente l’intera inquadratura.
Dai numeri alle persone: come il film spiega il “danno collaterale”
Dopo avere introdotto il termine NAZA, il documentario comincia ad affrontare il funzionamento concreto della macchina militare così come viene descritto dagli intervistati.
Non ci sono lunghe infografiche o sofisticate ricostruzioni digitali. In diversi momenti Abraham consegna carta e penna agli interlocutori e chiede loro di disegnare il funzionamento dei sistemi.
È una scelta sorprendentemente semplice. Algoritmi, enormi quantità di dati, sorveglianza elettronica e intelligenza artificiale finiscono rappresentati attraverso punti, linee e rettangoli disegnati su un foglio.
Il risultato cinematografico è efficace perché restituisce la distanza esistente fra la complessità tecnologica e il modo nel quale una vita può ridursi a una posizione su una mappa o a una relazione contenuta in una banca dati.
Lavender, i telefoni e il sistema per individuare gli obiettivi
Una parte importante di NAZA riguarda i sistemi tecnologici utilizzati dall’intelligence. Viene citato Lavender, già oggetto delle precedenti inchieste giornalistiche di Abraham, +972 Magazine, Local Call e Guardian. Il film descrive l’impiego di grandi quantità di informazioni per identificare persone sospettate di appartenere ad Hamas o ad altre organizzazioni armate.
Altri passaggi riguardano la possibilità di seguire i telefoni, stabilire quando una persona sia tornata nella propria abitazione e utilizzare informazioni raccolte attraverso la sorveglianza per stabilire il momento dell’attacco. Alcune recensioni dettagliate del film riferiscono anche della descrizione del sistema soprannominato “Where’s Daddy?”, destinato a stabilire quando un obiettivo si trova nella propria casa. Qui arriva uno dei punti maggiormente contestati.
NAZA suggerisce che la tecnologia abbia permesso di aumentare enormemente il numero dei potenziali obiettivi e che la verifica umana sia stata, in determinate fasi della guerra, insufficiente o troppo rapida.
L’IDF nega questa ricostruzione. Nella risposta del 1° ottobre sostiene che l’intelligenza artificiale non decide autonomamente né chi debba diventare un obiettivo né se debba essere effettuato un attacco. I sistemi informatici, secondo l’esercito, servono a incrociare informazioni; l’identificazione viene effettuata da analisti umani e la decisione finale appartiene agli ufficiali responsabili della pianificazione operativa.
Il margine di errore e il numero dei civili
Nel film gli intervistati parlano anche dei margini di errore dei sistemi e delle soglie di possibile danno collaterale. Una testimonianza citata nelle recensioni fa riferimento a un margine del 15 per cento; un’altra descrive una quota di circa venti possibili vittime civili in determinate operazioni. Il punto di massima tensione arriva però con l’affermazione secondo la quale, per un obiettivo di particolare importanza, sarebbe stata presa in considerazione un’operazione nella quale si prevedevano fino a 500 vittime civili.
È probabilmente l’affermazione più grave dell’intero documentario ed è anche quella sulla quale la smentita israeliana è più categorica.
L’IDF afferma di non avere mai pianificato, approvato o realizzato un attacco a Gaza nel quale fossero previste 500 vittime civili, né un numero vicino a quello indicato. Contesta inoltre l’interpretazione di eventuali soglie numeriche: secondo l’esercito, una soglia potrebbe determinare quale livello gerarchico debba autorizzare l’operazione, non rappresentare il numero di civili che è consentito uccidere.
È uno dei passaggi sui quali lo spettatore deve quindi tenere distinti tre livelli: ciò che racconta una fonte anonima nel film, l’interpretazione che il documentario ne ricava e la smentita ufficiale dell’IDF.
Le persone che parlano non hanno tutte lo stesso atteggiamento
Uno degli elementi meno semplici di NAZA è proprio la varietà degli intervistati. Non tutti parlano per denunciare ciò che hanno fatto. Alcuni sembrano tormentati. Altri descrivono il proprio lavoro con distacco. Altri ancora, secondo quanto hanno spiegato gli autori, mostrano una sorta di orgoglio professionale per la sofisticazione dei sistemi ai quali hanno lavorato.
Abraham e Szor evitano volutamente di costruire ventiquattro ritratti individuali. Non sappiamo quasi nulla della vita delle persone che parlano. La loro identità viene cancellata anche cinematograficamente.
Il centro dell’opera non vuole essere il pentimento del singolo soldato, ma il sistema del quale ciascuno sarebbe stato un ingranaggio. Gli autori hanno spiegato che concentrarsi sul dramma personale degli intervistati avrebbe finito per spostare l’attenzione dalle vittime palestinesi verso chi aveva partecipato alle operazioni.
È una scelta narrativa potente, ma produce anche una delle principali obiezioni giornalistiche rivolte al film: se non conosciamo l’identità, il grado, il ruolo preciso e l’accesso alle informazioni di chi parla, quanto possiamo stabilire che quella persona conoscesse davvero l’intero procedimento che sta descrivendo?
L’anonimato: necessità giornalistica oppure punto debole?
È probabilmente la questione più seria posta dai critici, le ventiquattro fonti rimangono anonime. Gli autori spiegano che rivelarne i nomi avrebbe significato esporle a conseguenze personali e giudiziarie molto pesanti.
L’anonimato delle fonti è naturalmente una pratica riconosciuta nel giornalismo investigativo quando la protezione dell’identità è indispensabile. Ma impedisce allo spettatore di verificarne autonomamente esperienza, grado e competenza.
Persino Peter Bradshaw del Guardian, pur esprimendo un giudizio favorevole sul film, ha osservato che l’impossibilità di associare nome e volto alle dichiarazioni ne riduce inevitabilmente la forza testimoniale.
Il Times of Israel ha formulato una critica ancora più articolata: a suo giudizio, accuse estremamente gravi vengono presentate senza fornire allo spettatore date, località, nomi degli obiettivi o documenti sufficienti per sottoporle a una verifica indipendente.
Gli autori rispondono: “Non sono soltanto 24 fonti”
È però emerso un elemento nuovo proprio il 1° ottobre. Dopo la pubblicazione della risposta dell’IDF, The Guardian, produttore del documentario, ha reso noto che il lavoro non sarebbe fondato soltanto sulle ventiquattro persone che compaiono sullo schermo.
La squadra di NAZA sostiene di avere parlato negli ultimi tre anni con oltre cento fonti a conoscenza dei sistemi militari utilizzati a Gaza, comprese figure di grado elevato coinvolte nelle procedure di autorizzazione degli attacchi. La verifica, secondo il Guardian, avrebbe incluso documenti classificati trapelati, controlli su singoli raid e confronti con ulteriori fonti riservate che non compaiono nel documentario.
Gli autori contestano inoltre l’affermazione secondo la quale le ventiquattro persone sarebbero prevalentemente figure di livello basso o impegnate soltanto nelle prime fasi dell’intelligence: sostengono che alcuni intervistati abbiano partecipato anche alle fasi operative e ai procedimenti finali di autorizzazione.
Siamo quindi davanti a due ricostruzioni incompatibili che, allo stato attuale, devono essere presentate entrambe.
Le “zone vietate”, gli aiuti e il Nord di Gaza
Procedendo, il documentario allarga il campo. Alcuni testimoni parlano delle aree considerate militarizzate e delle conseguenze per i civili che oltrepassano linee che possono non essere materialmente visibili sul terreno. Altri raccontano le operazioni nel Nord della Striscia e gli attacchi contro edifici e quartieri.
Nel film compaiono inoltre testimonianze riguardanti episodi di fuoco contro palestinesi nelle vicinanze delle aree di distribuzione degli aiuti.
Anche su questi aspetti l’IDF replica che le regole d’ingaggio vietano di prendere deliberatamente di mira civili e che le segnalazioni relative agli episodi avvenuti nei pressi dei centri di distribuzione sono state sottoposte a verifiche. Secondo l’esercito, era consentito aprire il fuoco soltanto contro combattenti o persone considerate una minaccia immediata.
NAZA tende invece ad accumulare le testimonianze per sostenere una tesi sistemica: gli episodi non sarebbero eccezioni separate, ma il risultato di un progressivo abbassamento della soglia di protezione attribuita alla popolazione civile.
È esattamente questa trasformazione degli episodi in una interpretazione generale della guerra che i critici contestano con maggiore forza.
Il 7 ottobre e ciò che secondo i critici rimane fuori campo
C’è poi il problema del contesto, NAZA nasce dalla guerra successiva agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, ma non è un documentario sul 7 ottobre. Non tenta di ricostruire il massacro, i rapimenti o la strategia militare di Hamas.
Questa delimitazione è legittima dal punto di vista cinematografico: un autore può scegliere quale storia raccontare.
Per i critici, però, diventa problematica nel momento in cui il film non si limita a documentare singoli comportamenti ma formula una tesi complessiva sulle intenzioni dell’apparato militare israeliano.
L’IDF accusa espressamente gli autori di ridurre il peso del 7 ottobre, della presenza militare di Hamas nelle aree civili e delle misure utilizzate dall’esercito per limitare le vittime, dalle evacuazioni alla scelta degli armamenti fino alla cancellazione di alcuni attacchi.
Anche una recensione critica pubblicata da The Atlantic ha individuato nell’insufficiente contestualizzazione del 7 ottobre e nella costruzione fortemente orientata del racconto uno dei limiti dell’opera, pur riconoscendo la rilevanza delle questioni sollevate.
Quando entra la memoria della Shoah
Un altro momento molto discusso arriva quando nelle parole degli intervistati compare il paragone con il nazismo. Il film non presenta formalmente Gaza e Shoah come eventi equivalenti. Gli stessi Abraham e Szor, interrogati a Venezia, hanno precisato che le differenze storiche sono enormi e che ciò che intendono mettere a confronto sono piuttosto i meccanismi di disumanizzazione, il linguaggio amministrativo applicato agli esseri umani e il problema della responsabilità individuale dentro un apparato.
Il paragone rimane uno degli elementi più controversi del documentario.
Anche il Guardian, nella propria recensione, ha preso le distanze dall’equivalenza storica fra Gaza e Olocausto, pur giudicando molto grave ciò che le testimonianze raccontano.
Il finale: dopo quasi ottanta minuti appare Gaza
La scelta cinematografica più netta arriva negli ultimi minuti. Per quasi tutto NAZA abbiamo ascoltato Gaza senza vederla. Abbiamo guardato Tel Aviv, i tetti, i profili oscurati, le finestre illuminate, i disegni e i gesti degli intervistati.
Poi il film cambia, negli ultimi due minuti circa, la macchina da presa lascia la notte israeliana e mostra finalmente Gaza alla luce del giorno. Un uomo scava nelle macerie di un edificio e cerca suo figlio.
Dopo un film costruito sui numeri, sui protocolli e sulla distanza, compare improvvisamente una persona che cerca un’altra persona. È un finale deliberatamente emotivo. Proprio per questo ha diviso anche i critici favorevoli al film. Rivista Studio, per esempio, ha osservato che l’inserimento conclusivo delle immagini delle macerie rischia di apparire manipolatorio dopo un’ora abbondante di rigorosa sottrazione visiva. Altre recensioni lo considerano invece la necessaria restituzione fisica di ciò che fino a quel momento era rimasto confinato nei racconti e nei calcoli.
È forse il punto nel quale si comprende meglio il progetto cinematografico di Abraham e Szor: prima costringere lo spettatore a guardare la guerra attraverso gli strumenti di chi la osserva a distanza, poi cancellare quella distanza negli ultimi istanti.
Chi sono Yuval Abraham e Rachel Szor
Yuval Abraham è nato nel 1995 a Be’er Sheva. Giornalista investigativo israeliano, lavora per +972 Magazine e Local Call e ha svolto attività di reporter, traduttore dall’arabo e dall’ebraico e autore di numerose inchieste sul conflitto israelo-palestinese e sui sistemi di sorveglianza e targeting utilizzati dall’esercito israeliano.
Rachel Szor è regista, montatrice e direttrice della fotografia israeliana. Vive a Gerusalemme e ha lavorato proprio sull’immagine e sul montaggio dei documentari realizzati insieme ad Abraham.
I due erano già entrati nella storia recente del documentario con No Other Land, realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Il film, ambientato a Masafer Yatta in Cisgiordania, ha vinto il Berlinale Documentary Award nel 2024 e successivamente, nel 2025, l’Oscar come miglior documentario. L’Academy attribuisce ufficialmente il premio ai quattro autori: Adra, Szor, Ballal e Abraham.
Con NAZA Abraham e Szor lavorano invece senza i due coautori palestinesi. Producono The Guardian e JW Films di James Wilson; Jonathan Glazer, regista di La zona d’interesse, figura come produttore esecutivo. La durata ufficiale indicata dalla Biennale è di 80 minuti.
Venezia, 25 minuti di applausi e il Premio speciale della Giuria
L’anteprima veneziana del 10 settembre è stata accompagnata da circa 25 minuti di applausi. Pochi giorni dopo il film ha ricevuto il Premio speciale della Giuria dell’83ª Mostra.
Il critico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti gli ha assegnato tre stelle e mezzo, definendolo un’opera particolarmente dura e necessaria. Anche Sky TG24, ComingSoon e numerose altre testate italiane ne hanno sottolineato la costruzione rigorosa e il valore cinematografico.
Contemporaneamente in Israele si è aperto uno scontro durissimo. Le testimonianze anonime sono state contestate dall’esercito e gli autori sono stati accusati da esponenti governativi di avere danneggiato il Paese. Sono state riportate minacce nei confronti dei registi e richieste politiche di revoca della cittadinanza.
In Italia 243 mila spettatori in tre giorni
Il dato forse più sorprendente arriva però dalle sale. Il 28 settembre NAZA ha esordito con oltre 60 mila spettatori e circa 452 mila euro d’incasso nella sola prima giornata. In tre giorni gli spettatori sono diventati oltre 243 mila, con 1.806.945 euro di incasso secondo Cinetel. La programmazione, inizialmente limitata al 28, 29 e 30 settembre, è stata quindi prolungata.
A Roma, il 29 settembre, una proiezione al Cinema Adriano, organizzata da AVS e Movimento 5 Stelle, ha visto la presenza di Giuseppe Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Le dichiarazioni rilasciate all’esterno hanno confermato la forte dimensione politica assunta dal film nel dibattito italiano.
Il risultato al botteghino dimostra comunque un dato indipendente dalle opinioni sull’opera: un documentario di ottanta minuti, in ebraico e inglese e costruito in gran parte su interviste notturne, è riuscito a richiamare centinaia di migliaia di spettatori italiani.
Pierluigi Battista: critica durissima, ma senza avere visto il film
Fra le reazioni italiane contrarie a NAZA spicca quella di Pierluigi Battista. Sul Foglio, il 14 settembre, Battista ha invitato i lettori a guardare alcuni episodi della serie israeliana Fauda, considerandoli un antidoto alla rappresentazione offerta da NAZA.
Battista scrive esplicitamente di non avere visto NAZA, la sua contestazione nasce dalla lettura dei resoconti pubblicati dopo Venezia. Battista concentra l’attacco soprattutto sull’anonimato delle fonti, sostenendo che lo spettatore non disponga di nomi e identità che permettano di verificare autonomamente il ruolo dei testimoni.
Fiamma Nirenstein contesta fonti anonime e ricostruzione del targeting
Una critica più direttamente articolata sui contenuti è arrivata il 30 settembre dalla giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein, intervenuta a Radio Radicale.
Nirenstein ha contestato l’attendibilità attribuita alle testimonianze anonime e, in particolare, la ricostruzione secondo cui sarebbe stata accettabile una previsione di cinquecento vittime civili per colpire un singolo obiettivo.
La giornalista ha sostenuto di avere osservato personalmente procedure israeliane di selezione degli obiettivi nelle quali erano coinvolti anche giuristi militari e ha ricordato le misure utilizzate dall’IDF per avvertire i civili, oltre alla presenza militare di Hamas nelle aree abitate. Ha inoltre criticato il rilievo concesso al film da una parte della stampa italiana.
Sono argomentazioni molto vicine, in diversi punti, alla risposta ufficiale pubblicata successivamente dall’IDF.
Giulio Meotti e la tesi della grande operazione culturale
Sul Foglio Giulio Meotti ha dedicato più interventi a NAZA. In un articolo del 26 settembre ha interpretato il successo veneziano non soltanto come fenomeno cinematografico, ma come il risultato di un vasto ecosistema mediatico e culturale capace, a suo giudizio, di trasformare la tesi del documentario in una narrazione molto difficile da contestare una volta fissata nelle immagini.
Meotti ha inoltre intervistato l’intellettuale israeliano Yossi Klein Halevi, fortemente critico nei confronti dei registi e convinto che NAZA contribuisca alla campagna internazionale di delegittimazione di Israele.
È una critica diversa da quella strettamente metodologica: non riguarda soltanto l’identità delle fonti, ma il significato politico e culturale assunto dal film fuori da Israele.
La critica israeliana: non soltanto il governo
Ridurre tutte le obiezioni a NAZA a una reazione del governo Netanyahu sarebbe altrettanto impreciso. Il Times of Israel, testata che non coincide con la linea politica dell’esecutivo, ha pubblicato un’analisi molto critica dal punto di vista giornalistico. Pur definendo gravi le accuse contenute nel film, contesta l’assenza di informazioni che permettano di verificare diversi episodi, la difficoltà di stabilire ruolo e competenze delle fonti anonime e la mancanza di un contraddittorio sufficientemente sviluppato con l’IDF.
Il punto non è quindi soltanto stabilire se credere o non credere ai ventiquattro testimoni. La questione riguarda il metodo con il quale da quelle testimonianze si passa alla ricostruzione di una politica generale dell’intero apparato militare.
Il problema centrale di NAZA
NAZA non è un’inchiesta televisiva costruita alternando accusa e difesa. Abraham e Szor prendono una posizione molto precisa e non la nascondono. Nella dichiarazione ufficiale pubblicata dalla Biennale spiegano di avere realizzato l’opera perché, da israeliani, sentivano il dovere di indagare ciò che definiscono un sistema responsabile dell’uccisione di massa di civili palestinesi.
Questo significa che il film deve essere giudicato contemporaneamente su due livelli. Sul piano cinematografico, la costruzione è estremamente coerente: la notte, le identità cancellate, la Tel Aviv luminosa, Gaza fuori campo, i disegni, le voci e infine l’irruzione delle macerie negli ultimi minuti formano un linguaggio riconoscibile e preciso.
Sul piano giornalistico, invece, le domande restano necessariamente più aperte. Chi sono esattamente le ventiquattro fonti? Quanto conoscevano dell’intero procedimento decisionale? Il numero indicato in una fase preliminare coincideva con il rischio accettato nell’autorizzazione finale? Quanto sono rappresentativi gli episodi raccontati? Quanto materiale di verifica non mostrato nel film possiedono realmente gli autori?
La risposta del Guardian secondo cui sono state consultate più di cento fonti e utilizzati documenti classificati rafforza la difesa metodologica del lavoro. Non elimina però automaticamente tutte le contestazioni. Allo stesso modo, la smentita dell’IDF costituisce una versione istituzionale dettagliata, ma non basta da sola a confutare ogni testimonianza raccolta nel documentario.
Perché NAZA sta facendo discutere così tanto
Il successo del film non dipende soltanto dall’argomento. NAZA arriva in un momento nel quale la guerra di Gaza ha prodotto una quantità enorme di immagini. Abraham e Szor scelgono sorprendentemente di non utilizzarle quasi mai.
Non mostrano in continuazione morti, feriti, ospedali o bombardamenti. Mostrano persone che parlano di database, numeri, procedure e autorizzazioni. È proprio questa distanza a rendere il film differente da molta produzione audiovisiva sulla guerra.
Lo spettatore non viene messo davanti alla bomba. Viene messo, almeno secondo l’ambizione degli autori, dietro lo schermo di chi deve decidere cosa diventerà un obiettivo.
Poi, soltanto alla fine, il sistema torna a essere materia: cemento, macerie, un padre che cerca un figlio.
Chi considera attendibili le testimonianze vede in NAZA una documentazione dall’interno di pratiche che sarebbero rimaste altrimenti protette dal segreto militare. Chi le contesta vede invece un film costruito con fonti non identificabili, insufficiente contraddittorio e una selezione narrativa destinata a condurre lo spettatore verso una conclusione già formulata.
Fra queste due letture rimane un fatto: NAZA ha trasformato procedure militari solitamente discusse da specialisti, giuristi e analisti d’intelligence in materia da cinema popolare, portando in pochi giorni centinaia di migliaia di italiani davanti a un documentario di ottanta minuti.
E forse il vero valore del dibattito aperto dal film sta proprio nell’obbligare pubblico, giornalisti e istituzioni a separare con maggiore precisione ciò che è documentato, ciò che viene testimoniato, ciò che viene interpretato e ciò che rimane ancora da dimostrare.
