“Oligocrazia”, di Alfonso Celotto: un libro che toglie retorica alla politica senza togliere dignità alle istituzioni

Il libro di Alfonso Celotto aiuta a capire come funziona il potere pubblico in Italia. Il pregio maggiore di Oligocrazia è che concretizza la Costituzione
Di Francesco Vergovich
Alfonso Celotto
Alfonso Celotto

Oligocrazia non è soltanto un saggio sul potere, né soltanto un memoir istituzionale. È, più precisamente, un libro ibrido: autobiografia civile, anatomia dei ministeri, riflessione costituzionale e piccolo trattato empirico sulla macchina dello Stato. La sua idea centrale è già tutta nel titolo: Celotto distingue l’“oligocrazia” dalla più classica “oligarchia”, spiegando che qui non interessa solo il governo dei pochi, ma la forza concreta con cui quei pochi impongono, filtrano, orientano e spesso decidono. Quei “pochi” sono soprattutto i capi di gabinetto, i gabinettisti, gli ingranaggi invisibili che fanno girare davvero lo Stato. È il “potere che ho avuto, anzi che sono stato”, scrive l’autore.

Questa è la prima grande qualità del libro: sposta il fuoco dal potere visibile al potere operativo. Non il ministro in sé, non la retorica della leadership, ma la zona grigia e decisiva in cui il potere prende forma concreta: chi prepara i testi, chi filtra i dossier, chi conosce i riti, chi sa quali telefonate contano, chi sa quando un incontro va fatto e quando va evitato. Celotto insiste sul fatto che il potere “non ha ideologia”, che attraversa destra e sinistra, e che somiglia all’acqua: entra ovunque, prende spazio, spesso senza farsi vedere. Questa intuizione regge l’intero libro e gli dà unità profonda.

La struttura: 18 “leggi” del potere

Il libro è costruito con intelligenza narrativa. Dopo una forte apertura autobiografica, in cui Celotto racconta la propria ascesa da ragazzo di provincia fino ai gangli dell’amministrazione, il testo si organizza in 18 “leggi” del potere: il potere deve saper fingere, parla in burocratese, ha luoghi e riti, fa spoil system, sa ascoltare, è coraggio, è fragile, rottama, deve saper dire no, è solitudine, affronta l’imprevedibile, si misura, e così via, fino al bilancio finale “Il Potere è…”. Questa scansione dà al libro una forma quasi da manuale pratico, ma senza irrigidirlo: ogni “legge” è in realtà un principio tratto dall’esperienza.

Questa forma funziona molto bene perché evita sia la dispersione del memoir puro sia la secchezza del saggio accademico. Il lettore ha sempre l’impressione di seguire una traiettoria coerente: non una semplice sequenza di ricordi, ma una fenomenologia del potere raccontata dall’interno.

Il vero tema: il potere come tecnica, rito e intermediazione

La tesi più forte di Oligocrazia è che il potere democratico non coincide affatto con la sua superficie pubblica. Tra elezione, indirizzo politico e decisione amministrativa c’è un mondo intermedio di persone, linguaggi, codici, rituali, fedeltà, paure, consuetudini. In questo senso il libro è prezioso: demistifica senza banalizzare.

Celotto mostra, per esempio, che spesso il potere “deve saper fingere”: quando una riforma è troppo difficile, il ministro apre un gruppo di studio, pubblica un rapporto, fa conferenze, occupa lo spazio simbolico dell’azione e intanto guadagna tempo. È una delle parti più riuscite del libro, perché illumina una patologia tipica delle istituzioni contemporanee: la sostituzione dell’atto con la sua rappresentazione.

Allo stesso modo, la “legge” sul burocratese coglie un altro nervo scoperto: il linguaggio amministrativo non è solo brutto stile, ma anche strumento di distanza e di gerarchia. Il potere parla oscuro perché l’oscurità protegge, ritarda, seleziona, impone una superiorità implicita. Qui Celotto è molto efficace nel trasformare un difetto di lingua in un sintomo politico.

Molto belle anche le pagine sui “luoghi e riti” del potere: il ministero come spazio quasi sacro, i tempi d’ingresso e uscita, il rapporto con autisti, uscieri e segretari, il sapere informale che conta più di molti organigrammi. Il potere, in Celotto, non è solo comando: è soprattutto ambiente, ritualità, presenza.

Lo stile di “Oligocrazia”: brillante, mobile, molto leggibile

Dal punto di vista stilistico, il libro è riuscito. Celotto ha una scrittura che unisce tre registri: il registro colto del costituzionalista, che cita Polibio, Platone, Montesquieu, Machiavelli; il registro memoriale, spesso autoironico; il registro narrativo-giornalistico, rapido, pieno di episodi, nomi, scene.

Il risultato è un testo molto leggibile, persino avvincente, che non perde mai contatto con il lettore. Non c’è accademismo pesante. Anche quando entra in temi tecnici — referendum, bilancio, Quirinale, spoil system, decreti pandemici — Celotto resta narratore prima ancora che professore.

Inoltre, il libro ha un tono peculiare: non è rancoroso, ma nemmeno ingenuo; non è cinico, ma ha perso molte illusioni. Forse il suo punto di equilibrio migliore sta nella confessione finale: dopo tanti anni accanto al potere, l’autore si sente “una persona migliore e una persona peggiore”. È una formula molto bella, perché dà al libro un esito non trionfale ma morale, quasi esistenziale.

Il valore civile del libro

Qui Oligocrazia diventa davvero importante. Perché il libro non serve solo a capire Celotto, ma a capire come funziona il potere pubblico in Italia. Il pregio maggiore è proprio questo: concretizza la Costituzione. Celotto mostra come articoli, procedure, crisi di governo, elezioni del Capo dello Stato, referendum e decreti si traducano in persone, stanze, notti, bozze, paure, mediazioni. La parte sulle riforme costituzionali e quella sul Quirinale, ad esempio, fanno vedere quanto sia difficile trasformare in decisione ciò che sulla carta sembra lineare.

Molto significativa è anche la pagina sul metodo dell’ascolto, legata alla ricostruzione dell’Aquila: qui il potere non è comando verticale, ma capacità di stare nelle situazioni, ascoltare davvero, distinguere le “riunioni vere” da quelle fatte per finta. È un passaggio che nobilita il libro, perché gli impedisce di ridursi a semplice manuale di cinismo.

Oligocrazia è un libro molto riuscito, importante e utile

In definitiva, Oligocrazia è un libro molto riuscito, importante e utile. Non perché dica l’ultima parola teorica sul potere, ma perché dice una parola concreta, vissuta, intelligente. Riesce in qualcosa di raro: rende interessante ciò che di solito appare opaco — i ministeri, i gabinetti, i procedimenti, il linguaggio amministrativo, le riforme mancate — e lo fa con una voce personale, riconoscibile, spesso brillante.

Il cuore del libro è questo: in democrazia il potere non sparisce nei meccanismi, si trasferisce nei meccanismi. E chi vuole capire davvero lo Stato deve guardare lì, non solo ai leader in primo piano. Per questo Oligocrazia è, insieme, un memoir, una lezione di educazione costituzionale e un piccolo atlante del potere invisibile.

 
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Cultura

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