Omicidio Mollicone, Appello bis: Arciero rilancia “Tuzi sempre più credibile” e punta il dito sul silenzio mediatico

Dopo Evangelista, abbiamo un altro Comandante dei Carabinieri che ci racconta importantissimi fatti riguardanti la morte di Serena
Di Alessandra Monti
Guglielmo Mollicone, papà di Serena Mollicone, con in mano la foto della figlia
Guglielmo Mollicone, padre di Serena, morto nel 2020

A Roma prosegue il processo d’Appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, la ragazza di 18 anni uccisa nel 2001 ad Arce (Fr). Nella quinta udienza, celebrata mercoledì 18 febbraio 2026, l’attenzione si è concentrata su un passaggio delicatissimo del racconto giudiziario: le presunte confidenze del brigadiere Santino Tuzi, riferite in aula dall’ex luogotenente Gabriele Tersigni.

Intanto sui social il criminologo David Mario Arciero, che segue il caso da anni, ha rilanciato un messaggio netto: “Tuzi sempre più credibile”, insieme a una critica che va oltre l’aula e chiama in causa l’attenzione del Paese verso un procedimento che dura da quasi un quarto di secolo.

Processo Serena Mollicone, l’udienza con Tersigni: cosa ha riferito sulle confidenze di Tuzi

La deposizione di Tersigni è considerata centrale perché riguarda i colloqui avuti con Tuzi dopo le escussioni del 2008. In aula, secondo quanto riportato dalle cronache, l’ex luogotenente ha ricostruito due momenti distinti: il brigadiere gli avrebbe detto di avere visto una ragazza entrare nella caserma di Arce la mattina del 1° giugno 2001, in una fascia oraria indicata “fra le 10:30 e le 11”, e solo in un secondo momento avrebbe fatto il nome di Serena Mollicone. Elementi che, se ritenuti attendibili, incidono su uno snodo del processo: la presenza della giovane in caserma nel giorno della scomparsa.

Non è un dettaglio tecnico: è un punto che da anni divide, alimenta ipotesi e determina scelte investigative. Proprio per questo la testimonianza è stata seguita con attenzione anche fuori dal Palazzo di giustizia, con aggiornamenti in tempo reale da testate nazionali e regionali.

“Tuzi sempre più credibile”: il commento di Arciero e il peso del racconto in aula

Arciero, che da tempo racconta di essersi trasferito ad Arce per seguire da vicino la vicenda, ha letto l’udienza come un rafforzamento della credibilità di Tuzi. Il suo ragionamento, poggia su un punto umano prima ancora che processuale: lo stato d’animo del brigadiere durante le confidenze, descritto come fortemente provato, e l’assenza, nel racconto riferito, di spinte esterne che possano suggerire un copione già scritto.

Serena Mollicone e il processo d’Appello bis: perché il caso è tornato in Corte d’Assise d’Appello

Il procedimento in corso nasce dall’annullamento in Cassazione della precedente assoluzione, con rinvio a un nuovo giudizio di appello. La Suprema Corte ha disposto l’Appello bis dopo avere accolto il ricorso della Procura generale, ritenendo la motivazione della sentenza di assoluzione non adeguatamente argomentata e, in più passaggi, contraddittoria. È lo snodo che ha riaperto il caso a Roma e che oggi riporta sotto esame indizi, testimonianze e ricostruzioni.

Nel processo risultano imputati in concorso Franco Mottola, ex comandante della stazione dei Carabinieri di Arce, il figlio Marco e la moglie Anna Maria. Lo scenario resta quello di un impianto indiziario, nel quale la Corte è chiamata a valutare il senso complessivo degli elementi, le loro connessioni e la loro tenuta.

Il nervo scoperto dell’attenzione mediatica: un caso “scomodo”

Nella riflessione di Arciero c’è un confronto che torna spesso nelle discussioni online: perché alcuni casi restano per anni al centro di speciali televisivi e podcast, mentre altri entrano ed escono dal radar nazionale? Il paragone con vicende ad alta esposizione, come il delitto di Garlasco, serve a evidenziare una frattura percepita: stessa drammaticità, esiti giudiziari complessi, ma livelli di attenzione molto diversi.

La domanda non riguarda il gusto del pubblico, ma l’effetto che l’attenzione mediatica produce. Un processo molto seguito crea pressione, mobilita esperti, genera approfondimenti, costringe le parti a misurarsi con un racconto pubblico continuo. Un processo seguito a ondate rischia invece di diventare “evento” solo in alcuni giorni, lasciando ai familiari un senso di solitudine e ai territori il peso di una storia mai chiusa.

“Una ragazza di 18 anni è stata uccisa… e da quasi 25 anni gli assassini sono liberi“. Nel giorno in cui a Roma si celebra la quinta udienza del processo d’Appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, le parole del criminologo David Mario Arciero centrano un tema delicato che genera interrogativi.

In televisione, podcast e talk il delitto di Garlasco continua a essere oggetto di dibattito, analisi, speciali sul “tribunale mediatico”. Nel caso di Serena, invece, l’eco spesso resta confinata alle cronache locali e alle udienze, con picchi solo nei momenti di svolta processuale.

La domanda implicita, dietro lo sfogo, è semplice e spietata: perché alcuni processi diventano racconto nazionale e altri restano quasi invisibili, anche quando parlano di una ragazza di 18 anni, di una morte violenta, di un iter giudiziario lungo decenni?

Arciero ha portato in primo piano un nervo scoperto: la differenza di attenzione che i due casi ottengono nel tempo, che potrebbe richiedere un’analisi più approfondita, ma la sua è solo una constatazione, che prende atto della disparità di visibilità, escludendo qualsiasi polemica.

Secondo Arciero, più che disinteresse, sembra quasi un non volersi occupare di un caso “scomodo” sotto diversi punti di vista, quando l’unica cosa di cui ci si dovrebbe preoccupare è la giustizia che Serena non ha ancora ottenuto.

Arciero non è un osservatore occasionale. In più occasioni ha raccontato di essersi trasferito ad Arce per seguire da vicino la vicenda e per sostenere, anche con attività di divulgazione, la ricerca di risposte su un omicidio che pesa ancora sulla storia del territorio. La sua presa di posizione, proprio per questo, non arriva da un commento esterno, ma dalla scelta di vivere quei luoghi e di assistere alle udienze, seguendo il processo passo dopo passo.

Processo Mollicone, Arciero: “Tuzi sempre più attendibile”

E mercoledì 18 febbraio 2026 si è svolta la quinta udienza del processo di appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone. Un’udienza particolarmente attesa quella di ieri, quando è stato ascoltato come teste l’ex carabiniere Gabriele Tersigni già a capo della stazione di Fontana Liri e superiore di Santino Tuzi.

Il criminologo Arciero commenta l’udienza del 18 febbraio 2026

Come ampiamente preventivato, la testimonianza della giornata del 18 febbraio 2026, del Comandante Tersigni è stata chiara, netta e a mio avviso decisiva.

Riportando le dichiarazioni di Tuzi, il teste ha raccontato che il brigadiere, quando gli confidò dell’ingresso di una ragazza, era poggiato allo stipite della porta, sull’uscio della cucina della caserma di Fontana Liri. Questo gli consentiva di controllare l’eventuale arrivo di qualche collega che potesse ascoltare le sue parole. A detta di Tersigni, durante queste confidenze, “Tuzi era più morto che vivo”, facendo trasparire il suo stato d’animo tormentato e preoccupato.

Il brigadiere non gli parlò di pressioni, tantomeno riferì che gli inquirenti gli avessero parlato di ipotetici altri testimoni.

Il 29 marzo 2008, all’indomani della sua escussione presso la caserma di Arce, Tuzi disse a Tersigni di aver riferito al Procuratore che la mattina del 1° giugno 2001, tra le 10:30 e le 11, una ragazza entrò in caserma recandosi nell’alloggio dei Mottola. L’arrivo di questa ragazza gli venne preannunciato direttamente da casa Mottola, attraverso l’interfono.

Il brigadiere non disse a Tersigni il nome della ragazza, ma ne descrisse gli indumenti indossati al momento dell’ingresso e il Comandante li riconobbe come gli stessi di quando proprio lui si trovava davanti al corpo di Serena a Fontecupa. L’unica differenza, le scarpe. Tuzi non seppe descrivergliele, in quanto dall’ufficio del piantone un muretto gli ostacolava la visuale.

Pochi giorni dopo, il 10 aprile, accadde qualcosa di ancora più drammatico. Tuzi venne ascoltato il giorno prima in Procura a Cassino e la mattina dopo, come fatto già il 29 marzo, aspettò Tersigni nello stesso punto della cucina della caserma.

Quel giorno “Tuzi è ancora più sconvolto”, dice Tersigni, racconta al Comandante della borsetta di Serena, (mai ritrovata), e finalmente pronuncia il nome della ragazza che vide entrare il 1° giugno 2001 nella caserma di Arce: Serena Mollicone.

Non esiste un solo motivo logico che giustifichi le confidenze di Tuzi e il suo stato d’animo se quanto raccontato non fosse vero. Non lo dice l’Accusa, non lo dicono i media, lo dice una persona che è stata accanto a lui, diventandone punto di riferimento e confidente.

Dopo Evangelista, abbiamo un altro Comandante dei Carabinieri, con uno stato di servizio eccellente, che ci racconta importantissimi fatti riguardanti la morte di Serena.

Chissà se finalmente stavolta verranno creduti.

Sono stati ascoltati poi altri tre testimoni: Simone Pasquale, Laura Ricci e Giuseppe D’Ammasso.

Il primo ha dichiarato di essersi recato in caserma ad Arce, quel 1° giugno, intorno alle ore 11:30 e che ad aprirgli fu il piantone. Quindi Santino Tuzi. Ergo, a quell’ora Tuzi non si trovava di pattuglia fuori dalla caserma.

La Corte valuterà se il famoso ordine di servizio, almeno in quella parte, sia veritiero o meno.

Laura Ricci ha raccontato della sua cotta adolescenziale nei confronti di Marco Mottola, non corrisposta, per almeno un paio d’anni.

Nel 2002 però le cose cambiarono. Marco le diede un passaggio in auto e dopo qualche giorno, per il suo compleanno, le inviò un mazzo di rose rosse con un biglietto dove il ragazzo scrisse quanto tenesse a lei.I due si fidanzarono.

La teste, all’epoca sedicenne, credette alle parole di Marco, sentendosi finalmente considerata dal giovane. La loro storia però, durò molto poco.

Ad oggi, la teste definisce l’episodio dei fiori, con conseguente fidanzamento, come“un colpo di teatro“.

Impossibile non notare che in quei mesi Marco era stato“attenzionato” dagli inquirenti.

Quando, proprio nel 2002, gli venne chiesto se il 1° giugno 2001 si fosse recato al Bar della Valle, Marco rispose di non poterlo escludere, ma se c’era stato, era in compagnia proprio di Laura Ricci.

Peccato che la ragazza, come dimostrato dai registri, quella mattina si trovava a scuola.

Se Marco è stato in quel bar quel giorno, di sicuro non c’è andato con la Ricci.

In Aula, la ragazza ha concluso: “Pensavo che Marco fosse sincero con me. Adesso penso che a lui servisse una persona che confermasse le sue dichiarazioni”.

Per ultimo è stato ascoltato Giuseppe D’Ammasso, all’epoca un ragazzo che frequentava i famosi giardinetti di Arce, il quale incontrava spesso sia Marco che Serena.

Ha riferito che l’ultima volta che ha visto Serena in vita fu durante i festeggiamenti del Patrono di Arce, Sant’Eleuterio. Oggi come allora, sono tre i giorni di festa: 27, 28 e 29 maggio.

D’Ammasso vide Serena in compagnia di Marco Mottola, il ragazzo gesticolava animatamente, quindi dedusse che stessero litigando.

Quindi, a detta del teste, pochi giorni prima di essere uccisa, Serena ha discusso con Marco Mottola.

Anche qui, la Corte trarrà le proprie conclusioni.

Questo è, e rimarrà, un processo indiziario, ma come ha giustamente fatto notare la Cassazione, per avere un quadro preciso bisogna collegare tutti gli indizi e valutarli nel loro complesso.

Per Serena, per la sua famiglia, mi aspetto che venga scritta una pagina di giustizia giusta.

(David Mario Arciero criminologo, uno dei massimi esperti del caso di Serena Mollicone)

 
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Cronaca

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