Venticinque anni dopo il delitto di Arce, il processo sull’omicidio di Serena Mollicone vive un’altra udienza destinata a lasciare un segno. Davanti alla III sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma, la professoressa Cristina Cattaneo ha illustrato la consulenza medico-legale che resta uno dei cardini dell’impianto accusatorio: Serena, secondo la consulenza, morì per asfissia meccanica facilitata da un trauma cranico, al termine di una violenta aggressione nella quale avrebbe anche cercato di difendersi.
Un passaggio pesante, perché rimette al centro non solo la dinamica del decesso, ma anche la compatibilità delle ferite con l’ipotesi della porta della caserma di Arce indicata dalla procura come possibile arma del delitto.
La nuova perizia riporta al centro le ultime ore di Serena
La relazione di Cristina Cattaneo, responsabile scientifica del LabAnof dell’Università di Milano, ha ribadito in aula un punto che per l’accusa è decisivo: la diciottenne di Arce non sarebbe morta solo per il colpo subito al capo, ma per un’asfissia meccanica resa possibile dal trauma cranico e dal successivo soffocamento, alla luce del sacco trovato sulla testa e del nastro adesivo che copriva le vie respiratorie.
La consulente ha spiegato che sul corpo della ragazza sono presenti lesioni compatibili con una colluttazione precedente al momento finale dell’omicidio. È un dettaglio che rafforza l’idea di una sequenza violenta, non di un evento improvviso e isolato.
Il nodo della porta della caserma resta il punto più delicato
Uno degli aspetti più rilevanti emersi nell’udienza riguarda il trauma cranico. Secondo la ricostruzione illustrata in aula, Serena avrebbe urtato con forza contro una superficie definita “ampia e piana”. La procura individua quella superficie nella porta dell’alloggio privato della caserma dei carabinieri di Arce.
È proprio su questa ipotesi che da anni si concentra il confronto processuale: da una parte l’accusa ritiene che i segni riscontrati sul volto e gli elementi raccolti siano compatibili con quell’impatto, dall’altra la difesa ha sempre contestato questa lettura. La perizia esposta da Cattaneo, comunque, non liquida quella pista, anzi la mantiene pienamente dentro il quadro ricostruttivo.
Appello bis, perché questa udienza è così rilevante
L’attuale giudizio d’appello bis non nasce dal nulla. La Cassazione, l’11 marzo 2025, ha annullato le assoluzioni di Franco Mottola, della moglie Anna Maria e del figlio Marco, disponendo un nuovo processo davanti a una diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma. I tre restano imputati per concorso nell’omicidio di Serena Mollicone.
La scelta della Suprema Corte ha dato nuovo impulso a un procedimento che sembrava avviato verso un esito ormai consolidato e ha imposto un nuovo esame dei passaggi ritenuti più controversi. In questo contesto, la consulenza torna ad avere un valore enorme: non è un elemento accessorio, ma uno dei pilastri su cui si misura la tenuta dell’accusa.
David Mario Arciero
A margine della sesta udienza è arrivato anche il commento del criminologo David Mario Arciero, da anni tra i più attenti studiosi del caso Serena Mollicone, che ha sottolineato come i due medici legali incaricati dalla Procura, Cristina Cattaneo ed Ernesto D’Aloja, abbiano mostrato una sostanziale convergenza su diversi punti centrali della ricostruzione.
Secondo Arciero, proprio questa concordanza rafforza il valore dell’udienza del 22 aprile 2026, soprattutto sul tema delle lesioni riscontrate sul corpo di Serena, ritenute compatibili con la dinamica omicidiaria e con una probabile colluttazione.
Il criminologo ha evidenziato anche il passaggio relativo alla porta indicata da anni come possibile arma del delitto: la spiegazione fornita in aula, secondo cui la ragazza avrebbe impattato contro una superficie ampia e piana che poi avrebbe ceduto, contribuirebbe a rendere coerente il quadro delle ferite, rendendo inverosimile l’ipotesi di un urto contro la parete o il pavimento.
Arciero ha richiamato poi l’attenzione sul foro della porta, sui calchi mostrati in aula e sulla compatibilità con la parte sinistra del volto di Serena, oltre al tema dell’altezza della giovane, indicata già il 1° giugno 2001 dal padre Guglielmo in 1 metro e 63, elemento che a suo giudizio non consentirebbe di escludere quella dinamica. Resta invece ancora privo di una risposta definitiva il quesito più doloroso, cioè se Serena avrebbe potuto salvarsi dopo l’urto.
Su un punto, però, il quadro tracciato da Arciero appare netto: il tempo trascorso non ha cancellato il peso della vicenda e le nuove tecnologie, insieme ai più recenti protocolli scientifici, stanno offrendo strumenti utili per avvicinare un accertamento più completo dei fatti, mentre la sentenza, secondo quanto emerso in aula, non arriverà in estate ma presumibilmente entro la fine dell’anno.
Dalla scomparsa del 2001 al corpo trovato due giorni dopo
Serena Mollicone scomparve la mattina del 1° giugno 2001. Era uscita da Arce per recarsi all’ospedale di Sora e non fece più ritorno a casa. Il padre Guglielmo denunciò la scomparsa già nel pomeriggio. Due giorni dopo il corpo della ragazza venne ritrovato in un boschetto in località Anitrella, nel territorio di Monte San Giovanni Campano.
Da allora il caso è diventato uno dei più dolorosi e discussi della cronaca giudiziaria italiana, anche per il lungo tempo trascorso, per le assoluzioni arrivate nei precedenti gradi di giudizio e per il peso delle domande rimaste senza una risposta definitiva.
Le conseguenze dell’udienza e i passaggi che attendono il processo
L’udienza del 22 aprile 2026 non chiude il dibattimento, ma ne segna uno snodo importante. La convergenza dei consulenti medico-legali incaricati dall’accusa sui punti essenziali della causa della morte, della colluttazione e del trauma cranico consegna alla Corte un quadro accusatorio più nitido di quello che per anni è stato oggetto di contestazione.
Resta invece ancora aperta, ed è destinata a pesare molto, la domanda più dolorosa: Serena si sarebbe potuta salvare se qualcuno fosse intervenuto subito? Proprio su questo punto l’accertamento non consente certezze piene.
Quel che emerge, però, è che il cuore del processo oggi si concentra su una sequenza precisa: aggressione, impatto, soffocamento, occultamento del corpo. Ed è su questa sequenza che la Corte sarà chiamata a valutare responsabilità, coerenza degli indizi e attendibilità dell’intero impianto accusatorio.
