Francesco Rocca riporta Ostia al centro della politica regionale e rilancia il tema più divisivo del litorale romano: l’autonomia amministrativa da Roma. Lo fa partendo dalla sanità, durante l’inaugurazione della Casa della Comunità di Casal Bernocchi, con una frase destinata ad alimentare il dibattito: oltre 200mila persone continuano a doversi spostare verso la Capitale anche per curarsi.
Ostia Comune, perché la proposta di Rocca riapre una questione mai chiusa
La domanda posta dal presidente della Regione Lazio è semplice nella forma e pesante nelle conseguenze politiche: vale ancora la pena dire “siamo di Roma” se poi il litorale paga ogni giorno la distanza dal centro decisionale della Capitale? Rocca ha scelto Ostia per rilanciare una questione che appartiene alla storia recente del territorio, non a una suggestione improvvisa. L’idea di un Comune autonomo sul mare accompagna da decenni il confronto pubblico, torna ciclicamente nei momenti di maggiore tensione sui servizi e trova nuova forza quando sanità, trasporti, manutenzioni e sviluppo turistico mostrano le difficoltà di un’area vasta, popolosa e distante dal cuore amministrativo romano.
Il riferimento all’ospedale Grassi non è casuale. Per Rocca, che ha anche la delega alla sanità, il presidio sanitario del litorale resta un nodo centrale: una struttura indispensabile, percepita da molti cittadini come riferimento quotidiano, ma non in grado di assorbire tutte le prestazioni necessarie a un bacino così ampio. Da qui il ragionamento politico: se Ostia deve continuare a dipendere da Roma per servizi fondamentali, allora la discussione sull’autonomia non può essere archiviata come una vecchia bandiera identitaria.
Il governatore conosce quel territorio anche per ragioni personali. È cresciuto a Ostia, nella zona di piazza Bettica, a Ostia Levante, e proprio dal litorale ha mosso i primi passi nella politica. Prima della carriera nazionale nella Croce Rossa e poi dell’arrivo alla guida della Regione, Rocca ha vissuto quel rapporto spesso complicato con Roma da cittadino del mare, prima ancora che da amministratore. Questo rende la sua uscita meno episodica e più politica: non una battuta, ma un segnale rivolto a un’area che da anni chiede maggiore peso nelle scelte pubbliche.
Sanità, distanze e servizi: il litorale chiede risposte concrete
Il cuore della discussione non è soltanto il confine amministrativo. La domanda reale riguarda l’efficienza. Ostia e il Municipio X vivono una condizione particolare: sono dentro Roma Capitale, ma fuori dal Grande Raccordo Anulare; hanno dimensioni demografiche da città, una costa con valore economico e turistico enorme, aree residenziali, quartieri fragili, un patrimonio archeologico e ambientale che richiede cura costante. Questa complessità, secondo chi sostiene l’autonomia, meriterebbe strumenti più rapidi e un governo locale con poteri pieni.
Il paragone con Fiumicino torna inevitabile. La separazione da Roma, avvenuta oltre trent’anni fa, viene spesso richiamata dagli autonomisti come prova che un territorio costiero può costruire una propria traiettoria amministrativa, valorizzando infrastrutture, economia locale e identità. Ostia, però, non è Fiumicino. Il suo rapporto con Roma è più antico, più simbolico, più intrecciato con la storia urbanistica e sociale della Capitale. Separarla significherebbe ridefinire competenze, bilanci, personale, servizi, patrimonio, trasporto pubblico e programmazione territoriale.
A rendere il quadro ancora più delicato c’è il peso della sanità. L’apertura della Casa della Comunità di Casal Bernocchi offre un segnale di rafforzamento dell’assistenza territoriale, ma non basta a spegnere il malcontento. Il tema è noto a chi vive sul litorale: non tutto può essere risolto vicino casa, ma quando gli spostamenti diventano la regola, la distanza si trasforma in un problema sociale. Anziani, famiglie senza auto, pazienti cronici e lavoratori con orari rigidi percepiscono ogni viaggio verso Roma come un costo aggiuntivo.
Il Campidoglio frena: autonomia o rilancio dentro Roma Capitale?
La risposta del Campidoglio è arrivata con una linea chiara: Ostia ha pagato anni di ritardi e disattenzioni, ma pensare che la soluzione sia fare tutto da soli rischia di creare aspettative sbagliate. L’assessore capitolino al Patrimonio, Tobia Zevi, ha insistito su un’altra strada: più investimenti, più impegni, più presenza amministrativa su una parte di Roma che ha bisogno di legalità, sviluppo e servizi adeguati.
È qui che il confronto diventa politico. Da una parte c’è chi sostiene che l’autonomia possa dare al litorale un sindaco, una giunta, un bilancio e una macchina amministrativa concentrati solo sui problemi locali. Dall’altra c’è chi ritiene che Ostia debba restare dentro Roma, ma con un nuovo protagonismo, più risorse e una gestione meno lontana. Non è una disputa astratta: riguarda strade, verde, scuole, impianti sportivi, concessioni balneari, sicurezza, trasporti, patrimonio pubblico e opportunità economiche legate al mare.
Anche nel Municipio X il tema divide e attraversa gli schieramenti. Il presidente Mario Falconi ha ricordato a Rocca la condizione particolare del territorio, unico a trovarsi completamente fuori dal Raccordo anulare. Andrea Bozzi, capogruppo di Azione nel parlamentino municipale, ha accolto con favore le parole del governatore, mettendo però in evidenza un passaggio politico essenziale: per arrivare davvero a un Comune autonomo servono numeri, volontà e sostegno dei partiti, non soltanto dichiarazioni.
Referendum falliti e nuove proposte: la “lidexit” torna nel Lazio politico
La storia insegna che il percorso non è semplice. I referendum del 1989 e del 1999 non portarono al distacco da Roma. Negli anni successivi sono arrivate proposte di legge, iniziative popolari e mobilitazioni dei comitati, senza un esito definitivo. Ogni tentativo si è scontrato con un problema pratico: trasformare un’aspirazione territoriale in un processo istituzionale concreto, capace di superare verifiche, passaggi regionali, equilibri politici e valutazioni economiche.
La novità, questa volta, è il peso di chi ha riaperto il dossier. Rocca non parla da consigliere municipale né da esponente locale, ma da presidente della Regione Lazio. Questo non significa che l’autonomia sia vicina, ma cambia la portata del dibattito. La Pisana diventerebbe inevitabilmente il luogo politico dove misurare la proposta, soprattutto se il tema dovesse intrecciarsi con la lunga marcia verso le regionali del 2028, appuntamento per il quale Rocca ha già lasciato intendere la disponibilità a ricandidarsi qualora la coalizione lo ritenga opportuno.
Per il Lazio, la partita di Ostia non è solo una questione romana. Riguarda il rapporto fra grandi comuni, territori periferici e aree con identità forti. Riguarda la capacità delle istituzioni di ascoltare zone che chiedono servizi vicini e decisioni rapide. Riguarda anche il futuro del litorale come risorsa economica, turistica e ambientale per tutta la regione.
La “lidexit”, come qualcuno l’ha già ribattezzata, torna così a essere molto più di uno slogan. È una domanda politica rivolta a Roma e alla Regione: Ostia deve continuare a chiedere più attenzione dentro la Capitale o deve tentare di costruire una strada propria? Per ora la risposta non c’è. C’è però un dato evidente: dopo le parole di Rocca, nessuno potrà archiviare il tema come una nostalgia del passato.
