Paolo Crepet e “Riprendersi l’anima”: il ritorno all’essenziale contro omologazione e rumore

Paolo Crepet presenta “Riprendersi l’anima”, in uscita il 14 aprile: un invito a ritrovare libertà, silenzio e pensiero nell’età del rumore
Di Alessandra Monti
Paolo Crepet
Paolo Crepet

Paolo Crepet torna in libreria subito dopo Pasqua con “Riprendersi l’anima”, edito da HarperCollins e in uscita il 14 aprile, ma il cuore del suo messaggio va oltre la novità editoriale. Nelle sue parole c’è un richiamo netto al bisogno di fermarsi, ascoltarsi, sottrarsi al rumore continuo di un tempo che consuma attenzione, desideri e identità. Il punto che colpisce di più è semplice solo in apparenza: l’anima, oggi, non è un’idea astratta, ma un antidoto civile contro l’omologazione.

Il nuovo libro di Crepet come lettura del nostro tempo

Secondo quanto ha spiegato Crepet nel corso dell’intervista a Francesco Vergovich su Radio Radio, “Riprendersi l’anima” nasce da una constatazione molto concreta: le persone vedono moltissimo, scorrono tutto, attraversano giornate piene di stimoli, ma fanno sempre più fatica a sentire davvero ciò che accade dentro di loro. È un’osservazione che tocca non solo la sfera privata, ma anche quella pubblica, perché una società che perde il contatto con la propria interiorità finisce per diventare più esposta al conformismo, più povera di pensiero autonomo, più incline a delegare ad altri perfino il giudizio su ciò che conta.

Nel ragionamento dello psichiatra e sociologo c’è un passaggio che riguarda da vicino il presente italiano. La libertà individuale, ha detto, non si difende soltanto nei grandi dibattiti politici o nei momenti di emergenza. Si difende ogni giorno, nelle scelte minute, nella capacità di non vivere di sola imitazione, nel coraggio di non diventare una copia ben adattata di ciò che il contesto si aspetta. In questo senso il titolo del libro è già una diagnosi: se occorre “riprendersi” l’anima, vuol dire che qualcosa l’ha occupata, distratta, resa meno libera.

Il silenzio perduto e la fatica di ascoltarsi

Uno dei passaggi più forti dell’intervento di Crepet riguarda il silenzio. Non come vuoto, non come rinuncia, ma come condizione necessaria per pensare. Secondo l’autore, il rumore di fondo che accompagna la vita quotidiana impedisce di ascoltare il proprio battito interiore, e quindi ostacola qualunque relazione autentica con se stessi. È un tema che si lega a molte fragilità contemporanee: la stanchezza mentale, l’irrequietezza, l’incapacità di stare soli senza sentirsi persi, il bisogno compulsivo di riempire ogni pausa.

La riflessione non riguarda soltanto la dimensione intima. Riguarda anche la qualità del nostro spazio pubblico. Una società che teme il silenzio è spesso una società che teme la complessità, il dubbio, la lentezza necessaria per capire. E allora il silenzio diventa quasi un gesto aristocratico nel senso più alto del termine: non privilegio, ma disciplina dell’ascolto. Crepet insiste su questo punto perché sa bene che oggi l’iperconnessione non coincide affatto con una maggiore profondità. Anzi, spesso produce l’effetto opposto: molta esposizione, poca consapevolezza.

Tecnologia, intelligenza artificiale e il rischio di sostituire l’umano

Nell’intervista c’è anche un passaggio molto attuale sul rapporto con la tecnologia e con l’intelligenza artificiale. Crepet non ne propone una condanna indiscriminata. Al contrario, riconosce che alcuni strumenti possono arricchire la vita quotidiana, favorire la diffusione della scrittura, accompagnare una passeggiata con un audiolibro, aiutare giovani autori a trovare uno spazio libero. Il riferimento a piattaforme come Substack va proprio in questa direzione: la tecnologia è utile quando amplia possibilità, non quando pretende di sostituire l’originalità umana.

Secondo Crepet, il problema nasce quando le macchine vengono investite di una superiorità quasi sacrale, come se il pensiero dell’uomo fosse ormai secondario. Da qui la sua ironia anche sul modo in cui l’intelligenza artificiale viene evocata nel discorso pubblico, perfino per giustificare sciocchezze o abbagli. Il nodo, in realtà, è culturale prima ancora che tecnico: una società che rinuncia alla propria responsabilità critica è una società che si consegna più facilmente a ogni forma di potere, economico, simbolico o tecnologico.

Libertà, giovani e paura dell’omologazione

Molto significativo è anche il riferimento ai ragazzi incontrati da Crepet nei licei. Secondo il professore, una parte consistente delle loro domande ruota attorno alla libertà. Non è un dettaglio. Significa che le nuove generazioni avvertono con forza il bisogno di essere se stesse, ma nello stesso tempo percepiscono quanto sia difficile riuscirci dentro modelli sociali sempre più prescrittivi. La libertà, in questa lettura, non è una parola ornamentale. È un’esperienza concreta che fa paura proprio perché comporta responsabilità, esposizione, scelta.

Crepet usa un’immagine efficace quando osserva che non si può vivere cantando solo cover. Il messaggio agli adulti è chiaro: troppo spesso sono proprio i grandi a educare i più giovani alla ripetizione, al consenso, alla prudenza intesa come adattamento. Da qui il valore pubblico di un libro come questo. Non è soltanto un volume di riflessione, ma anche una presa di posizione educativa. E nel Lazio, dove il rapporto con il mondo giovanile è spesso al centro del dibattito su scuola, disagio, salute mentale e uso dei dispositivi, parole del genere hanno un peso che va ben oltre la promozione editoriale.

I “ladri di anima” e il bisogno di tornare all’essenziale

Alla domanda su chi siano oggi i “ladri di anima”, Crepet ha risposto allargando il quadro. Non esistono soltanto i dittatori della politica. Esistono anche forme di dominio più sottili: economiche, tecnologiche, culturali. Sono tutte quelle presenze che distolgono dalle cose essenziali, che abituano a desiderare ciò che è standard, che riducono la meraviglia a un fatto marginale. In questo passaggio diventa centrale il suo racconto di Fortunago, il piccolo paese dove l’incontro con pavoni, gatti e una volpe al calare del sole si trasforma in una lezione involontaria sulla bellezza non programmata.

Quel ricordo ha un valore preciso. Dice che la vita resta piena di apparizioni, di incontri, di dettagli capaci di restituire misura al nostro sguardo. Ma per vederli serve disponibilità interiore. Serve tempo. Serve un’educazione alla presenza che non può essere delegata né agli algoritmi né alla frenesia delle agende. È qui che il discorso di Crepet tocca un nervo scoperto del nostro presente: la difficoltà a riconoscere il valore di ciò che non produce immediato profitto, non genera visibilità, non si converte subito in prestazione.

Perché il messaggio di Crepet parla anche alle istituzioni

“Riprendersi l’anima” non parla solo al lettore singolo. Parla alle famiglie, alla scuola, a chi governa i territori, a chi si occupa di cultura e formazione. Quando Crepet ricorda che la scuola è luogo di gioco, relazione, crescita condivisa, mette al centro un principio che riguarda la qualità della cittadinanza. Non c’è futuro credibile senza persone capaci di stare con gli altri restando se stesse.

Il suo suggerimento finale è quasi un programma minimo, ma molto potente: volersi bene, cercare il silenzio, riattivare gusto, tatto, sguardo, tenere la mano di una persona anziana, accarezzare la testa di un bambino, sorridere un po’. Gesti piccoli, eppure radicali in un tempo che confonde la velocità con la pienezza. Forse è proprio qui la forza del libro in uscita: ricordare che la libertà interiore non è un lusso per pochi, ma una necessità collettiva. E che senza anima, anche il progresso rischia di diventare soltanto rumore.

 
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Interviste

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