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Paolo Crepet racconta Roma: dall’eredità di Basaglia alla necessità di un nuovo legame urbano

Intervista a Paolo Crepet sulla Roma di ieri e di oggi, dal rapporto con Basaglia ai mutamenti sociali della Capitale e del Lazio
Di Alessandra Monti
Paolo Crepet
Paolo Crepet

La storia professionale di Paolo Crepet attraversa più di quarant’anni di vita pubblica della Capitale e del Lazio. Dalla chiamata di Franco Basaglia nel 1979 agli anni delle Estati Romane, dal lavoro negli uffici comunali alle esperienze internazionali, il suo racconto diventa una lente privilegiata su una città che ha mutato profondamente volto, ritmo, identità. In occasione di una lunga conversazione con Il Corriere della Sera, Crepet ripercorre le tappe che lo hanno portato da Torino fino alla Capitale, soffermandosi sul lascito basagliano, sulla trasformazione del centro storico e sul divario che si è aperto con le periferie. Un quadro che chiama in causa responsabilità politiche, istituzionali e culturali.

Roma secondo Crepet: un’origine che passa da Basaglia e dalla Legge 180

Paolo Crepet nasce a Torino, ma è Padova il luogo della sua specializzazione in psichiatria, mentre Urbino è l’università dove consegue la laurea in sociologia. La sua presenza nel Lazio nasce direttamente dall’iniziativa di Franco Basaglia, il medico che ha segnato in modo indelebile il sistema psichiatrico italiano. «È stato Basaglia a volermi a Roma nel 1979», ricorda Crepet, sottolineando come la collaborazione sia stata immediata e naturale, anche grazie al contatto precedente con la sua famiglia.

Il padre di Crepet, medico del lavoro, aveva incrociato Basaglia nei primi anni Sessanta, quando il futuro promotore della Legge 180 veniva isolato negli ambienti accademici di Padova e trovava spazio nella valutazione attitudinale per le fabbriche, settore in cui il padre lavorava.

A Roma, Basaglia coordinava i servizi psichiatrici della Regione Lazio per dare applicazione alla legge che portava il suo nome. Crepet svolgeva un lavoro analogo in Comune. «Una grande responsabilità per un giovane», spiega, ricordando la fiducia che Basaglia nutriva verso le nuove generazioni. La collaborazione, però, durò pochi mesi: la malattia fulminante di Basaglia ne interruppe il percorso, lasciando un vuoto professionale e umano.

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La Capitale degli anni Ottanta: Petroselli, Nicolini e un clima culturale irripetibile

Nonostante la scomparsa di Basaglia, Crepet decise di restare a Roma. Era un periodo che lui descrive come «straordinario», segnato dalla guida del sindaco Luigi Petroselli e dalla presenza di Renato Nicolini, assessore alla Cultura, ideatore delle Estati Romane. Il loro incontro fu decisivo. Nicolini cercava un modo per ricordare Basaglia e coinvolse Crepet nella realizzazione dell’“Inventario della Psichiatria”, una mostra allestita a Palazzo Braschi nel luglio 1981. Il progetto raccolse fotografi di fama internazionale e una sezione video curata con la Rai, ottenendo riconoscimenti prestigiosi come il premio della rivista “Life Time”.

Quel clima culturale, secondo Crepet, nasceva da una socialità spontanea e diffusa, da una romanità ospitale, capace di contaminare arte e vita quotidiana. Un contesto che aveva contribuito a unire centro e periferie, generando occasioni di partecipazione popolare oggi difficili da replicare.

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La Roma di oggi secondo Crepet: un legame strappato e un centro storico trasformato

Alla domanda su cosa manchi alla Roma attuale, Crepet risponde con nettezza: «Manca ciò che Renzo Piano chiamerebbe rammendo». Un concetto che rimanda al rapporto fra quartieri centrali e aree più esterne, un patrimonio culturale e umano che si è lentamente dissolto. Il centro storico, osserva, ha cambiato volto progressivamente, fino a perdere parte dei suoi abitanti. «A Trastevere siamo rimasti in pochi a viverci davvero», afferma, descrivendo un quartiere che non riconosce più la propria memoria.

La perdita di continuità urbana, secondo Crepet, ha anche una radice culturale: l’affievolirsi di una comunità capace di riconoscersi nello spazio condiviso. Un vuoto che si aggiunge alle trasformazioni sociali e demografiche e che ridefinisce anche il lavoro dello psichiatra. Nella Capitale, ricorda, operavano figure che considera veri e propri monumenti, come Giovanni Bollea e Massimo Ammanniti, pionieri nello studio dell’adolescenza.

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Il contributo internazionale e il confronto con altre realtà

Dopo l’esperienza capitolina dei primi anni, Crepet ha trascorso periodi significativi all’estero: Harvard, Toronto, Rio de Janeiro. In Nord America ha seguito da vicino il fenomeno delle boat people provenienti dal Sud Est asiatico, donne e bambini che raggiungevano Stati Uniti e Canada dopo viaggi disperati. Un’esperienza che ha arricchito il suo sguardo sulla sofferenza, sul trauma e sulla capacità delle istituzioni di organizzare risposte efficaci e coordinate.

L’eredità di una stagione e il bisogno di una nuova direzione per Roma e il Lazio

Il racconto di Crepet offre uno spaccato prezioso su un passaggio storico che ha inciso profondamente sul Lazio: la riforma psichiatrica, la stagione culturale dei primi anni Ottanta, l’evoluzione urbanistica della Capitale. La sua lettura invita a riflettere su come le politiche pubbliche possano ritrovare un orizzonte capace di rimettere in contatto comunità, quartieri e istituzioni. E di come un sistema sanitario debba continuare a investire su competenze solide per rispondere a fenomeni sociali sempre più complessi.

 
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Interviste

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