07 Marzo 2021

Pubblicato il

Reggio Calabria, pazienti ingessati col cartone: malasanità o bufala?

di Redazione

Diversi comunicati e riscontri starebbero a mano a mano ridimensionando lo scandalo esploso ieri

Un nosocomio all’avanguardia, il Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria, inaugurato in pompa magna due anni fa, ma che… curerebbe i feriti con sospette lesioni ossee che giungono nel proprio pronto soccorso tramite pezzi di cartone, così come denunciato da alcune immagini che hanno fatto il giro del web e che hanno convinto media e telegiornali a gridare allo scandalo.

I sindacati si sono imbufaliti e hanno partorito comunicati al veleno del tipo: “Denunciavamo da tempo tali carenze materiali e organizzative”, mentre la ministra della Salute Grillo ha inviato subito i carabinieri del Nas per fare luce sulla questione e ha tuonato: “Quello che è accaduto al pronto soccorso del Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria, presso gli Ospedali Riuniti, dove dei pazienti con fratture sarebbero stati curati con fasciature di fortuna e cartoni, è di una gravità estrema. Nessuno intende sottovalutare le oggettive difficoltà in cui gli operatori svolgono la loro attività, ma quanto accaduto, se confermato, è frutto di evidenti ed ingiustificabili carenze organizzative.

I carabinieri del Nas, che ringrazio per il prezioso lavoro, sono già stati sul posto e i miei Uffici hanno formalmente preso contatti con il Commissario Scura e con il Direttore generale, a cui chiederemo di riferire, con urgenza e puntualmente, sui gravi fatti denunciati dalla stampa. Come ministro della Salute, assicuro tutto il mio impegno ad andare fino in fondo alla questione, sia per far emergere le relative responsabilità, sia per evitare che fatti come questo si ripetano in futuro”.

Ma tutto ciò è davvero possibile? Nei nostri ospedali medici e infermieri sono davvero costretti ad arrangiarsi in modo tanto triste, in quanto non hanno a disposizione i presidi canonici come il gesso o le cosiddette “steccobende”? O trattasi di una… BUFALA?

Perché col passare delle ore hanno iniziato a palesarsi diverse incongruenze e, a forza di comunicati, l’azienda sanitaria sta smontando pezzo dopo pezzo quello che non sembra altro che un attacco creato ad arte contro la sanità calabrese. Una sanità che rappresenta un bersaglio alquanto facile, come spiega Il Sole 24 Ore: un lungo commissariamento, la soglia minima dei livelli essenziali di assistenza, i servizi territoriali indeboliti, gli 88 milioni di debiti e di una migrazione sanitaria che costa alle casse regionali oltre 300 milioni di euro.

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Perciò cosa è successo davvero a Reggio Calabria?

Sembra che gli arti dei pazienti (due) fossero stati immobilizzati con il cartone dagli operatori del 118 sul luogo dell’incidente (pratica che, in caso di sospetta frattura, viene spesso utilizzata) e non in ospedale. Come puntualizzato dalla direzione sanitaria: “Al Pronto Soccorso risulta formale accesso di un unico paziente di sesso maschile, C.A., giunto al triage alle ore 9:32 del 28 luglio, già immobilizzato sul luogo dell’incidente con ‘cartone’, come dichiarato dallo stesso paziente al direttore della Uoc Ortopedia alla presenza dei suoi collaboratori. Codificato con codice giallo, il paziente veniva visitato alle 9,35, sottoposto a visita di pronto soccorso, Ecg ed esami radiografici. Si precisa che l’immobilizzazione provvisoria con cartone con cui era giunto il paziente non è stata rimossa per non provocare ulteriori dolori e poter effettuare le radiografie senza interferenze”.

L’altro caso è quello di una paziente giunta al pronto soccorso con l’ambulanza a seguito di un incidente. Le è stato applicato un tutore con anima di metallo (non radiotrasparente), dopodiché è stata “inviata in radiologia con immobilizzazione provvisoria di cartone e radiotrasparente”.

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Entrambi, dopo le lastre, sarebbero stati ingessati senza alcun problema e senza nessuna carenza, come ha rassicurato il primario del reparto Angelo Ianni: “Nel reparto di ortopedia dell’ospedale di Reggio Calabria il cartone non è uno strumento di cura né di medicamento”.

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