Pierluigi Sanna senza filtri: “Il potere non mi ha cambiato, ho dato a Colleferro gli anni più belli della mia vita”

Pierluigi Sanna si racconta senza filtri: Colleferro, il potere, gli errori, Willy, la discarica e il giudizio sui sindaci del territorio
Di Francesco Vergovich
Intervista Pierluigi Sanna
Pierluigi Sanna, sulla poltrona del barbiere. Foto Pasquazi

Pierluigi Sanna è una delle personalità più riconoscibili della nuova generazione amministrativa del centrosinistra laziale. Nato a Colleferro il 4 dicembre 1988, ha costruito il proprio percorso politico dentro la città in cui è cresciuto, legando la sua identità pubblica alla storia, alle ferite ambientali e alle possibilità di trasformazione di uno dei maggiori centri industriali della provincia romana.

Colleferro, città fondata nel Novecento intorno alla grande industria, è stata per lui laboratorio, radice e banco di prova. Una realtà segnata dalla produzione, dal lavoro operaio, dalle trasformazioni urbanistiche, dall’inquinamento della Valle del Sacco e dalla necessità di costruire una nuova identità dopo la progressiva crisi del modello industriale originario.

Prima di diventare sindaco, Sanna aveva già maturato un’esperienza nell’amministrazione comunale. La sua ascesa alla guida della città arrivò nel 2015, quando si presentò come candidato di una coalizione composta dal Partito Democratico e da più liste civiche. Al primo turno ottenne il 42,71 per cento; al ballottaggio superò Silvano Moffa con il 69,42 per cento dei voti. Aveva ventisei anni: un dato che lo collocò immediatamente fra i sindaci più giovani d’Italia e che trasformò la sua elezione in un caso politico capace di superare i confini locali.

Quel risultato rappresentò anche la rottura di un equilibrio politico consolidato. Sanna riuscì a mettere insieme il radicamento del Partito Democratico, il civismo, una generazione amministrativa più giovane e settori della città che chiedevano un cambiamento nel metodo di governo. La sua proposta mirava a ricostruire il rapporto fra istituzioni e cittadini attraverso la presenza quotidiana, il coinvolgimento delle associazioni e una narrazione di Colleferro non più confinata al peso del proprio passato industriale.

La lunga intervista di Francesco Vergovich a Pierluigi Sanna, doppio mandato da sindaco di Colleferro e vicesindaco della Città Metropolitana di Roma Capitale è un dialogo sulla formazione personale e politica, il rapporto con la famiglia, gli anni trascorsi alla guida della città, le battaglie ambientali, il lavoro, i diritti, le fragilità e il futuro. Il luogo dell’incontro è la Barberia Tradizionale di Marco Vitale, le foto sono di Claudio Pasquazi.

Vergovich: Prima che la politica occupasse una parte così importante della tua vita, chi eri? Che ragazzo eri e quale rapporto avevi già con l’impegno politico?

Sanna: Ho sempre fatto politica, caro Francesco. Alle scuole medie avevo una forte predisposizione per le lettere classiche. Mio padre, però, non volle mandarmi al liceo classico per due motivi. Il primo era che la scuola si trovava ad Anagni e mia madre non voleva che prendessi ogni giorno i mezzi pubblici. Il secondo, più curioso, era il timore che potessi diventare prete, perché ad Anagni c’era il Collegio Leoniano e i miei genitori pensavano che potessi avere una vocazione religiosa.

Mi indirizzarono quindi verso il liceo scientifico, anche sulla base di una fiducia, tipica della cultura di sinistra di mio padre, nel progresso scientifico e nella sua capacità di migliorare le condizioni delle classi lavoratrici. Una promessa che, in realtà, non sempre si è compiuta. Di alcune forme di progresso prive di regole continuiamo ancora oggi a pagare le conseguenze.

Frequentai lo scientifico per obbedienza e senso del dovere. La matematica e la fisica non mi appassionavano, così, per non morire di noia, cominciai a scrivere sul giornale d’istituto. Fui rappresentante di classe e più volte rappresentante d’istituto. Nell’ultimo anno ottenni quasi la totalità dei consensi degli studenti del liceo Marconi di Colleferro.

Contemporaneamente iniziai a frequentare la sezione di partito e il movimento studentesco. Il 23 novembre 2005 fondammo l’Unione Giovani Indipendenti, sull’onda dello scandalo ambientale della Valle del Sacco e dell’abbattimento di bovini e ovini contaminati. Posso quindi dire di avere fatto politica fin dalle scuole medie, senza interruzioni.

A casa, del resto, respiravo un ambiente molto vivo. I cinque fratelli di mio padre erano allevatori e agricoltori, ma anche persone attente alla musica, all’arte, alla cultura e alla politica. Sono cresciuto in un contesto nel quale si discuteva molto e si prestava grande attenzione alle ingiustizie commesse contro i più fragili.

Negli anni ho imparato ad accettare i compromessi, a mediare e a superare difficoltà che apparivano insormontabili. Una cosa, però, è rimasta identica a quando avevo quindici anni: la capacità di indignarmi davanti alle ingiustizie rivolte contro i deboli.

Da sindaco ho perso davvero la pazienza soltanto quando mi accorgevo che non veniva riservata la necessaria attenzione a chi aveva maggiormente bisogno. Dicevo sempre ai miei collaboratori: se alla porta ci sono l’amministratore delegato di Avio e una persona che dorme su una panchina della stazione, voglio ricevere per prima la persona che dorme alla stazione. Le istituzioni devono partire da chi è rimasto indietro.

Vergovich: Che cosa hai ereditato dal carattere di tua madre e che cosa da quello di tuo padre?

Sanna: Da mia madre ho ereditato la giovialità, l’apertura e la capacità di fare immediatamente amicizia con le persone. Da mio padre ho appreso l’abitudine a riflettere, studiare e approfondire prima di parlare.

Da lui ho ereditato anche la testardaggine tipica dei barbaricini. La descrive bene una frase di Giovannino Guareschi: «Non muoio neanche se mi ammazzano». È l’atteggiamento di chi, quando è convinto di qualcosa, difficilmente cambia idea, anche quando tutto ciò che lo circonda sembra andare nella direzione opposta.

Vergovich: Eri un bambino riflessivo, ribelle, competitivo o curioso?

Sanna: Curioso sicuramente. Ribelle quanto basta, soprattutto verso le consuetudini e le abitudini. Tutti giocavano a pallone e io non giocavo. Tutti amavano il rock e io ascoltavo musica classica. Ero un bambino anticonformista.

Vergovich: Ricordi il primo episodio nel quale hai percepito un’ingiustizia e hai sentito il bisogno di reagire?

Sanna: Accadeva già alle scuole elementari. Le maestre si lamentavano con i miei genitori perché intervenivo quando veniva rimproverato un compagno di banco, un ragazzo taciturno e di famiglia modesta con il quale sono ancora molto amico.

Ogni volta che qualcuno se la prendeva con lui in maniera grossolana, io intervenivo. Ero considerato una specie di sindacalista della classe.

Vergovich: Quali persone hanno avuto l’influenza maggiore sulla tua formazione?

Sanna: Ho avuto due grandi nonni, molto diversi. Uno era più giovane, commerciante, democristiano, andreottiano e, per alcuni aspetti, spregiudicato. L’altro era più anziano, gramsciano, riflessivo e coraggioso. Aveva fatto la guerra ed era emigrato a quarant’anni.

Sono stati entrambi due modelli culturali e spirituali fondamentali per me.

Vergovich: C’è stato un libro, un film o una canzone che ha cambiato il tuo modo di guardare il mondo?

Sanna: Ignazio Silone, soprattutto con Vino e pane, mi ha aiutato e ispirato molto. Il film che amo di più è Il Gattopardo, che considero una straordinaria opera politica. La canzone è senza dubbio La locomotiva di Francesco Guccini. Io e mia sorella l’abbiamo ascoltata così tante volte da consumare la musicassetta.

A casa dei miei genitori e dei miei zii c’erano cassette della frutta piene di dischi e musicassette, sistemate in ogni stanza. Per questo credo di conoscere abbastanza bene quasi tutti i cantanti degli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

Vergovich: Quale mestiere avresti svolto senza la politica?

Sanna: Avrei fatto il maestro o il professore e, contemporaneamente, l’agricoltore. Avrei diviso la mia vita fra la scuola e la campagna, come fece mio zio Giuseppe.

Vergovich: C’è qualcosa che i tuoi coetanei hanno vissuto e che senti di avere perduto a causa dell’impegno politico?

Sanna: Sicuramente un po’ di spensieratezza. Sono diventato consigliere comunale a ventuno anni, sindaco a ventisei, consigliere provinciale a ventisette e vicesindaco metropolitano a trentatré.

Non potevo permettermi la leggerezza con la quale alcuni miei coetanei affrontavano la vita. Detto questo, rifarei esattamente le stesse scelte.

Colleferro, la fabbrica e l’identità della città

Vergovich: Qual è la ferita più profonda che Colleferro porta ancora dentro di sé?

Sanna: Fra quelle che ho vissuto personalmente, senza dubbio l’omicidio di Willy Monteiro Duarte. Fra quelle che non ho vissuto, lo scoppio del 1938 nello stabilimento BPD.

Vergovich: Che cosa ami profondamente di Colleferro e che cosa, invece, non sei mai riuscito ad accettare?

Sanna: Amo la sua natura pionieristica. Colleferro è una città capace di anticipare i tempi dal punto di vista industriale, economico e sociale. È sempre stata venti o trent’anni avanti, riuscendo a vedere nella novità un’opportunità e non una minaccia.

Non riesco invece ad accettare la difficoltà, che a volte emerge, nel condividere pienamente la ricchezza e le opportunità con il territorio circostante. L’idea che una città possa essere autonoma e autosufficiente oggi è soltanto un’illusione.

Vergovich: Quanto pesa ancora sull’identità di Colleferro il rapporto con la fabbrica e con il lavoro industriale?

Sanna: Pesa molto, per fortuna, e spero continui a pesare nei prossimi decenni. Lavoriamo affinché Colleferro rimanga una città operaia.

Gli operai hanno cambiato pelle e sono molto diversi rispetto al passato, ma vogliamo continuare a essere la città delle tute blu. Paolo VI, durante la sua storica visita, definì Colleferro “città del lavoro”. Città del lavoro eravamo e città del lavoro vogliamo rimanere.

Vergovich: Qual è il progetto incompiuto che consideri ancora una ferita aperta?

Sanna: Devo dire sinceramente che non esiste un grande progetto rimasto incompiuto, perché abbiamo realizzato gli ideali che coltivavamo da giovani.

Volevamo la bonifica e l’abbiamo fatta. Volevamo chiudere la discarica e l’abbiamo chiusa. Volevamo chiudere gli inceneritori e li abbiamo chiusi. Volevamo promuovere una profonda trasformazione culturale e ci siamo riusciti. Volevamo rilanciare l’impresa e l’occupazione e lo abbiamo fatto.

Rimangono tante cose da realizzare, naturalmente, ma saranno portate avanti. Il nuovo sindaco, Giulio Calamita, è un ragazzo capace. Sono certo che riuscirà a completare bene ciò che io non sono riuscito a fare.

Gli anni da sindaco e il rapporto con il potere

Vergovich: A ventisei anni come riuscisti a conquistare l’autorevolezza necessaria per guidare una macchina amministrativa complessa come quella di Colleferro?

Sanna: In città c’era una grande voglia di cambiamento e io riuscii a interpretarla. Le persone, qualche volta, decidono di compiere un investimento politico.

Il sindaco che mi aveva preceduto aveva terminato il mandato a più di settantacinque anni. La scelta di affidare la città a un ragazzo era quindi molto significativa. Io, però, avevo già dimostrato in Consiglio comunale e nelle piazze di essere una persona seria e affidabile.

Inoltre mi sono sempre, in qualche modo, “travestito da vecchio”, nell’abbigliamento, nei modi e nelle abitudini. Mi considero un figlio prediletto della Prima Repubblica. Questa impostazione mi attribuiva, agli occhi delle persone, un’affidabilità che compensava la giovane età.

I primi anni furono di assestamento. In seguito arrivarono stagioni molto faticose, ma anche cariche di soddisfazioni, vittorie e traguardi raggiunti.

Vergovich: Il potere ha modificato il tuo carattere?

Sanna: Credo di essere vaccinato contro questo rischio. Esistono certamente il pericolo della vanità e quello di sentirsi onnipotenti. Mio padre mi ha insegnato l’autolimitazione.

La paura non è sempre negativa. Può indurre alla prudenza. Se impari a frenarti, a misurare le possibili conseguenze delle tue azioni e a considerare le reazioni che possono provocare, riesci a prendere le distanze dal senso di onnipotenza che il potere può generare.

Ho smesso di fare il sindaco e vivo serenamente la mia vita, perché per me il potere è sempre stato uno strumento e mai il fine.

Vergovich: Qual è la decisione presa durante gli anni da sindaco della quale vai maggiormente orgoglioso?

Sanna: La chiusura della discarica di Colle Fagiolara. Dal punto di vista economico fu quasi una follia, perché il Comune incassava circa sei milioni di euro l’anno.

Molti mi dicono che ho trasformato Colleferro e la cosa mi fa piacere. Io rispondo che, se avessi continuato ad avere sei milioni di euro l’anno, avrei potuto trasformarla ancora di più. Ma rinunciare a quelle entrate significava restituire alla città la propria identità.

Non volevamo più essere considerati la città dell’immondizia. Volevamo tornare a essere la città del lavoro. Rinunciammo consapevolmente a quei soldi. Per alcuni anni fu molto difficile, poi riuscimmo gradualmente a riprenderci.

Non ho inventato una nuova identità per Colleferro. Ho recuperato quella che la città possedeva dagli anni Trenta: l’identità della città del lavoro.

Vergovich: C’è un errore che, tornando indietro, non commetteresti più?

Sanna: Con il senno di poi cambierei diverse scelte, soprattutto quelle dei primi anni. All’inizio ero eccessivamente calvinista. Tagliavo con l’ascia e non avevo ancora imparato a mediare come riesco a fare oggi.

Fui molto duro nei rapporti con i fornitori, con i concessionari e, più in generale, con i privati. In quasi tutte le controversie i tribunali hanno dato ragione al Comune, quindi non credo che le nostre posizioni fossero sbagliate.

La politica, però, dovrebbe riuscire a evitare i tribunali e a risolvere le controversie amministrative attraverso il dialogo. Sono cose che a venticinque anni non comprendi e che a trentacinque inizi a vedere con maggiore chiarezza.

Vergovich: Qual è stato il momento più difficile vissuto dentro il Palazzo comunale?

Sanna: Dal punto di vista economico e amministrativo, i giorni più difficili furono quelli del giugno 2015. Il giorno successivo alla mia elezione la Banca delle Marche escusse una fideiussione e chiese al Comune di rientrare di oltre quattro milioni di euro.

Ci trovammo con beni, conti e società pignorati, il Comune sull’orlo del dissesto e i lavoratori in sciopero. Fummo costretti a dismettere parte del patrimonio, aumentare le tasse e mettere alcuni lavoratori in cassa integrazione. Riuscire a evitare il dissesto fu una grande vittoria, ma costò lacrime e sangue.

Emotivamente, i giorni più dolorosi furono quelli successivi all’omicidio di Willy Monteiro Duarte. I giorni più complessi da affrontare nel cuore furono invece quelli iniziali della pandemia.

Dovevo assumere da solo decisioni molto importanti. Ogni mattina ricevevo i dati dei contagiati e delle persone decedute. Non si potevano celebrare i funerali. A Colleferro abbiamo avuto più di cinquanta vittime.

Amo scrivere e penso di avere scritto alcune delle pagine più sentite della mia esperienza da sindaco proprio in quel periodo. Ricordo don Luciano che suonava le campane fuori orario perché sapeva che mi avrebbero fatto compagnia. Lui era alla finestra e io lo salutavo dalla sala della Giunta. Non potevamo nemmeno parlarci.

Vergovich: Un sindaco dovrebbe circondarsi di amici oppure evitare di coinvolgerli nel proprio lavoro?

Sanna: Dovrebbe evitarlo come la peste. Circondarsi soltanto di persone che ci vogliono bene significa rischiare di ricevere sempre un giudizio indulgente sul proprio operato.

I volti che restano nella memoria

Vergovich: C’è il volto di un cittadino che non hai mai dimenticato?

Sanna: Ce ne sono due. Il primo è quello di un nonno al quale, a un certo punto, non potei più consentire di vedere i nipoti. Erano due minori che mi erano stati affidati in qualità di tutore.

Durante il mandato ho sofferto molte volte politicamente, ma il peso emotivo maggiore era legato proprio ai minori affidati al sindaco. Quel nonno mi faceva molta tenerezza e, quando era possibile, lo autorizzavo a incontrare i bambini.

Poi arrivò l’ordine del giudice che vietava qualsiasi incontro con i familiari. Dovetti comunicargli che non avrebbe più potuto vedere i nipoti. Lo incontro ancora e il suo volto continua a tornarmi in mente.

L’altro è quello di una ragazza che riuscimmo a estrarre dalla macchina durante la notte di Santa Lucia del 2020, quando decine di pini caddero lungo via Ariana. Molti pensavano che non ci fossero più speranze. Io, invece, ero convinto che potesse essere ancora viva.

Fui tra i primi ad arrivare, scavalcando gli alberi e ferendomi. Quando riuscii ad avvicinarmi alle lamiere, la ragazza mi rispose e mi chiese aiuto.

Quella notte c’erano cinque o sei gradi sotto zero e i vigili del fuoco non riuscivano a passare, perché erano caduti moltissimi alberi. Con agricoltori, trattori e gru facemmo tutto ciò che era possibile fino a quando riuscimmo a liberarla. I chirurghi dell’ospedale riuscirono poi a salvarla. Sono due volti che non dimenticherò mai.

Vergovich: La mattina successiva alla conclusione del mandato hai provato sollievo, malinconia o spaesamento?

Sanna: Tre o quattro mesi prima della fine del mandato fui colto da una grande malinconia, come spesso accade a noi sardi. Per settimane continuai a ripetere: questa è l’ultima volta che faccio questa cosa, questa è l’ultima Giunta, questo è l’ultimo Consiglio.

Poi maturai la consapevolezza che la vita è fatta di cicli e che mi stavo avviando verso la conclusione naturale di una stagione importante.

Affrontai tutto con serenità. La mattina successiva andai in Comune, chiusi le pratiche ancora aperte, svuotai l’ufficio e preparai gli scatoloni. Le segretarie piangevano. Spiegai loro che non era morto nessuno, scelsi la stanza più lontana possibile dal municipio e me ne andai.

Vergovich: Perché hai scelto di rimanere in Consiglio comunale e di accettarne la presidenza?

Sanna: Sono rimasto consigliere perché non posso vivere senza la mia città. Questa affermazione fa sempre sorridere mia moglie, ma Colleferro mi ha dato moltissimo e io le sono riconoscente.

I ragazzi hanno voluto eleggermi presidente del Consiglio comunale e ho apprezzato molto la scelta. Credo sia anche una decisione piuttosto furba: mi hanno dato la campanella per impedirmi di intervenire troppo nel dibattito.

Ambiente, lavoro e cultura politica

Vergovich: Quando hai capito che l’ambiente sarebbe diventato uno dei principali temi del tuo impegno politico?

Sanna: Come tutte le persone cresciute in campagna, ho sempre avuto un profondo rispetto per la natura.

Pasolini sosteneva che il tramonto della civiltà contadina avrebbe privato il Paese della propria spina dorsale. Moravia credeva invece che il progresso, l’industria, la produzione e il mondo operaio avrebbero aperto una nuova strada all’Italia. Probabilmente serve una mediazione.

Anche il bene comune nasce da un equilibrio. Le violenze commesse contro l’ambiente sono forme di ingiustizia e io ho sempre combattuto le ingiustizie.

L’apertura della più grande discarica del Lazio dopo Malagrotta e la vicenda degli inceneritori rappresentavano una grande ingiustizia per Colleferro. La città aveva già pagato un prezzo ambientale elevato a causa della chimica e dell’industria pesante, pur avendo ricevuto anche lavoro, progresso e benessere.

Non poteva, davanti alla crisi dell’industria tradizionale, riconvertirsi nella città dell’immondizia. Sarebbe stato inaccettabile.

Vergovich: La sinistra è ancora capace di difendere contemporaneamente il lavoro, la salute e l’ambiente?

Sanna: Credo di sì, anche se è una battaglia complessa, perché non si può piacere a tutti. La sinistra, però, o riesce a rappresentare tutto questo oppure perde la propria ragione d’essere.

Bersani, rispondendo alla domanda su che cosa significhi essere di sinistra oggi, disse che non è una questione geopolitica. L’Unione Sovietica non esiste più e non basta guardare a Cuba o ad altri modelli.

Essere di sinistra significa compiere delle scelte: stare dalla parte dei fragili e dei deboli, redistribuire la ricchezza e impedire che la società sia soltanto una corsa forsennata verso il traguardo.

Vergovich: Ti senti più vicino all’operaio che difende il proprio posto nella fabbrica o all’attivista che chiede la chiusura di un impianto inquinante?

Sanna: Dobbiamo compiere lo sforzo della mediazione. A Colleferro queste due categorie erano spesso rappresentate da padri e figli: i padri uscivano dalla fabbrica e i figli manifestavano all’esterno.

All’inizio non riuscivamo a comprenderci. Poi abbiamo trovato una nostra Stele di Rosetta e abbiamo imparato a tradurre reciprocamente le rispettive ragioni.

Il problema non è scegliere fra l’operaio e l’ambientalista. Bisogna capire come possano collaborare per chiedere alla fabbrica di conservare il lavoro, rendendolo più sicuro, equo e rispettoso dell’ambiente.

La Città Metropolitana e l’ingiustizia dei trasporti

Vergovich: Da vicesindaco della Città Metropolitana di Roma Capitale, qual è l’ingiustizia più evidente subita dai cittadini che vivono fuori dalla Capitale?

Sanna: La principale ingiustizia riguarda i trasporti. Esiste la percezione che la provincia di Roma sia interamente una grande area metropolitana. Non è così.

La provincia di Roma rappresenta l’Italia intera. Ci sono il mare, l’Appennino, i laghi a nord e a sud, i Castelli Romani, Bracciano, Martignano, le montagne, le colline, i piccoli paesi e la grande metropoli. Il territorio metropolitano vive contemporaneamente il sovraffollamento delle grandi città e lo spopolamento dei centri minori.

Questo accade perché la ricchezza non viene pienamente redistribuita, gli stipendi non sono adeguati, il lavoro si concentra nelle grandi città e manca una rete di trasporti capace di permettere alle persone di continuare a vivere nei luoghi nei quali sono nate.

Spero che la tecnologia possa attenuare almeno una parte di questa ingiustizia. L’aumento dello smart working e dei servizi digitali potrebbe favorire il ritorno nei paesi, che spesso offrono condizioni climatiche e ambientali migliori rispetto alle città.

È necessario, però, mantenere una buona qualità dei servizi. I tagli alla scuola e ai servizi pubblici hanno impoverito molti piccoli centri. Un sistema efficiente di trasporto potrebbe compensare lo svantaggio di chi vive fuori Roma, ma oggi questa compensazione non esiste.

Chi abita fuori dalla Capitale e ogni giorno deve raggiungerla per lavorare è un eroe. Qualunque mezzo scelga – treno, autobus o automobile – si scontra con enormi difficoltà. Quella dei trasporti rimane una questione irrisolta.

Il Partito Democratico e il centrosinistra

Vergovich: Che cosa significa oggi per te essere un uomo del Partito Democratico?

Sanna: Significa, qualche volta, non essere d’accordo nemmeno con me stesso quando mi guardo allo specchio, perché il Partito Democratico vive molte contraddizioni.

Non vedo, però, una vera alternativa per una persona come me, che in passato sarebbe stata definita cattocomunista, figlia della cultura del compromesso storico.

I partiti collocati a sinistra del PD hanno spesso una vocazione minoritaria. La mia è sempre stata una vocazione maggioritaria: ho giocato per vincere, mai soltanto per partecipare.

Le formazioni centriste collocate alla destra del PD non possiedono la vocazione maggioritaria che apparteneva alla Democrazia Cristiana e sono spesso segnate dall’individualismo e dalla frammentazione.

Non posso avere alcun senso di appartenenza verso la destra. Il Partito Democratico, nonostante limiti e contraddizioni, rimane quindi l’unica casa possibile per una persona come me.

Vergovich: Qual è la personalità del centrosinistra italiano alla quale ti senti politicamente più affine?

Sanna: Pierluigi Bersani, senza dubbio.

Vergovich: C’è una personalità della destra che stimi?

Sanna: Guardo sempre con attenzione ad Antonio Tajani, che considero la figura più presentabile dell’attuale governo.

Vergovich: Qual è oggi il diritto maggiormente negato in Italia?

Sanna: Il diritto alla salute. Viene rimesso sempre più in discussione, costringendo le persone a cercare nel privato ciò che dovrebbe essere garantito gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale.

Vergovich: Dove immagini Pierluigi Sanna fra dieci anni?

Sanna: Spero in Parlamento.

Amicizia, avversari e sentimenti

Vergovich: Che cosa rappresenta per te un amico?

Sanna: Un tesoro preziosissimo. Credo che i sentimenti siano una cosa seria. Lo ripeto spesso ai giovani che scelgono di sposarsi.

Quando celebro un matrimonio, auguro agli sposi di vivere la loro unione attraverso i sentimenti e non soltanto attraverso le emozioni. Le emozioni sono importanti e tutto ciò che ci circonda ci spinge a inseguirle, ma ciò che consente di vivere molti anni accanto alla persona amata è il sentimento.

Un’emozione può durare un quarto d’ora, un’ora o, se siamo particolarmente sensibili, una giornata. I sentimenti possono accompagnarci per tutta la vita. Non sono misurabili e non si possono pesare, ma al primo posto metto l’amore e subito dopo l’amicizia.

Vergovich: Hai dei nemici o soltanto degli avversari?

Sanna: Ho anche qualche nemico, ma non esageriamo con le definizioni.

Vergovich: Silvano Moffa, già sindaco di Colleferro e sottosegretario in un governo Berlusconi, è stato uno dei tuoi principali avversari politici. Come descriveresti il vostro rapporto?

Sanna: Io e Silvano Moffa non siamo d’accordo praticamente su niente. Più che sostenerci reciprocamente, ci sopportiamo da molti anni.

Vergovich: Chi ama Pierluigi Sanna?

Sanna: Oltre alla mia famiglia, spero mi ami la mia gente, alla quale ho dedicato principalmente l’attenzione di questi anni.

Ho dato alla mia città gli anni più belli della vita, quelli che vanno dai ventisei ai trentasette. Li ho consegnati a Colleferro con convinzione e senza rimpianti.

Chi mi conosce sa che ho lavorato incessantemente, giorno e notte, facendo spesso arrabbiare mia moglie. Mi sono occupato dei bilanci, delle varianti al piano regolatore, delle pompe dei pozzi e dell’apertura delle chiuse durante le emergenze idriche.

Ancora oggi gli operai del Comune mi chiamano per approfittare della mia memoria storica. Ricordo dove si trovano i tombini e i contatori, i problemi degli immobili comunali e quelli degli scuolabus. Nei primi anni avevo immagazzinato una quantità enorme di informazioni sulla città.

Vergovich: Quando hai pianto l’ultima volta?

Sanna: Piango molto raramente. L’ultima volta è accaduto durante la messa di Santa Rita a Colleferro Scalo, negli ultimi giorni del mandato, quando percepii realmente che quella sarebbe stata la mia ultima partecipazione da sindaco.

Anche la città sembrava voler sottolineare quel momento. C’era una grande emozione collettiva e persino io, che solitamente riesco a indossare un cappotto di zinco molto resistente, non riuscii a trattenermi.

Vergovich: Qual è la fragilità che riesci a nascondere meglio?

Sanna: Sono fragile per natura e non ho mai nascosto le mie debolezze. Sarebbe forse più corretto domandarmi quale forza io riesca a nascondere.

Non ho mai ostentato forza. Ho sempre mostrato le mie fragilità. Continuo a soffrire davanti al tradimento e all’irriconoscenza, mentre molti colleghi, dopo tanti anni di politica, sembrano essere diventati indifferenti.

Mario Cacciotti mi ripete spesso che la riconoscenza è il sentimento della vigilia. Io, invece, sono ancora abbastanza ingenuo da rimanerci male. E quando accade si vede, perché è una fragilità che non riesco a nascondere.

Le passioni private e i luoghi del cuore

Vergovich: Qual è il piacere personale al quale non rinunceresti mai?

Sanna: Guardare il Palio di Siena con mio padre, il 16 agosto, in televisione oppure direttamente a Siena. È uno degli appuntamenti più importanti della nostra vita familiare.

Vergovich: Quale piatto, quale canzone e quale luogo associ alla felicità?

Sanna: Il piatto è senza dubbio il maialino arrosto, tipico della tradizione barbaricina.

La canzone è Sempre e per sempre di Francesco De Gregori.

Il luogo è più difficile da individuare, perché ce ne sono diversi. Probabilmente sceglierei la zona di Paliano nella quale sono cresciuto e dove vivevano i miei nonni. È il luogo della mia infanzia e quello nel quale ho abitato con mia moglie durante i primi anni di matrimonio.

Quella parte di campagna, quel pezzetto di selva a Paliano, rimane il luogo al quale sono legato in maniera indelebile.

Vergovich: Che cosa ti diverte veramente?

Sanna: Mi diverte giocare a carte, stare insieme agli amici e seguire il Palio e le corse dei cavalli.

I maestri, l’autocritica e la promessa a Colleferro

Vergovich: C’è una persona alla quale senti di dovere qualcosa e che non hai mai ringraziato pubblicamente?

Sanna: Ho avuto molti maestri. Dovrei ringraziare collettivamente il mondo operaio di Colleferro, composto da tanti uomini e donne comunisti, socialisti e democristiani, spesso molto più anziani di me, che ebbero fiducia in un ragazzo lontano dalla loro generazione.

Penso a Loris Strufaldi, Armando Colli, Rita Capillo, Beppe Martinucci e a molte altre persone che fecero di tutto per aiutarmi ad andare avanti.

In una città operaia e industriale, io ero quasi un’anomalia, perché ero uno dei pochi figli di agricoltori. Furono loro a insegnarmi a conoscere, amare e amministrare la città della fabbrica.

È soprattutto al popolo della classe operaia colleferrina che devo rivolgere il mio ringraziamento.

Vergovich: Qual è il giudizio più duro che esprimi su te stesso?

Sanna: Sono terribilmente testardo, anche quando razionalmente la scelta migliore sarebbe un’altra. Tendo a impuntarmi e faccio una grande fatica ad ammorbidire le mie posizioni.

Rifletto molto, cerco di imparare dai miei errori e da quelli degli altri. A volte mi ripeto che non devo fare una determinata cosa, perché ho già visto quali conseguenze può produrre. Eppure finisco ugualmente per farla.

Per correggere questa caratteristica devo esercitare una vera e propria violenza su me stesso, perché sono un testardo micidiale.

Vergovich: Quale promessa senti di dovere ancora mantenere a Colleferro?

Sanna: Dobbiamo mantenere alta la qualità della vita in ogni suo aspetto. Colleferro ha ancora bisogno di investimenti, lavoro e innovazione tecnologica.

Il lavoro deve offrire una prospettiva e non può limitarsi alla produzione industriale tradizionale. Il lavoro genera ricchezza e la ricchezza ha bisogno di servizi e abitazioni.

Nei prossimi anni dovremo costruire case accessibili ai giovani e alle nuove coppie. Dovranno costare poco, ma dovranno anche essere belle. Non dobbiamo ripetere gli errori degli anni Sessanta e Settanta, quando il basso costo finiva spesso per produrre quartieri di scarsa qualità.

Servono abitazioni, piazze, giardini e parchi. Nelle nuove varianti urbanistiche abbiamo ridotto fortemente gli indici di edificabilità rispetto al passato, proprio per garantire spazi pubblici e una migliore qualità urbana.

Qualità della vita significa lavoro, ma anche bellezza, musica e cultura. Molto è stato fatto e molto resta da fare. Giulio Calamita potrà proseguire questo percorso perché ha ricevuto un bilancio solido, risorse disponibili e numerose opere già avviate.

Credo che i cittadini abbiano riconosciuto il valore del lavoro svolto. Altrimenti non avremmo ottenuto per due elezioni consecutive consensi superiori al settanta per cento, in un periodo storico nel quale il consenso politico è estremamente volatile.

I sindaci del territorio

Vergovich: Hai costruito un rapporto solido con molti sindaci del territorio, in particolare con Veronica Bernabei a Valmontone, Silvia Carocci ad Artena e Danilo Giovannoli a Labico.

Sanna: Come vicesindaco metropolitano ho rapporti con tutti i centoventi sindaci del territorio, oltre a quello di Roma. Con alcuni di loro, però, esiste una collaborazione particolarmente stretta.

Veronica Bernabei è una sindaca con la quale collaboro molto. E’ una donna forte e capace. Conosce bene la pubblica amministrazione e sa governare, anche grazie alla lunga esperienza maturata all’interno del Comune.

Silvia Carocci è sindaca da poco, ma è una donna testarda e coraggiosa. Avrà molto lavoro da fare perché, a differenza di Veronica Bernabei e Giulio Calamita, non ha ereditato un Comune dotato di una solida provvista di progetti e finanziamenti.

Silvia ha trovato una situazione molto difficile. Artena ha perso numerose occasioni, non ha beneficiato adeguatamente dei fondi del PNRR e per diversi anni non ha realizzato investimenti significativi. Ripartire ora, mentre la stagione del PNRR si avvia alla conclusione, non sarà semplice, ma la aiuteremo.

Danilo Giovannoli è un vulcano. Ha cambiato completamente la percezione di Labico nel territorio. Un tempo quasi nessuno conosceva davvero il paese e persino Ferrovie dello Stato ne sbagliava l’accento.

Labico era considerata una località posta nell’ombra, fra Valmontone e Palestrina. Danilo l’ha resa protagonista. Oggi non viene più percepita soltanto come un paese dormitorio dotato di una stazione, ma come una realtà viva, capace di crescere attraverso gli investimenti, il turismo e l’enogastronomia.

I ristoranti e gli agriturismi registrano molte presenze e il territorio ha acquistato una nuova vitalità. Danilo è un sindaco esuberante e instancabile e credo abbia fatto molto bene a Labico.

La cosa che mi fa sorridere è che, pur essendo tutti anagraficamente più grandi di me, li ho conosciuti prima che diventassero sindaci. Quando iniziarono il loro percorso amministrativo, io ero già alla guida di Colleferro.

 
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