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23 Novembre 2020

Pubblicato il

Pietro pescatore e pastore

di Redazione

Nella Chiesa e nel Mondo

Nella terza domenica di Pasqua ascolteremo nel Vangelo il racconto della terza apparizione ai discepoli di Gesù risorto in Galilea presso il lago di Tiberiade, dove l’avventura missionaria di Gesù con i Dodici era iniziata. L’evangelista Giovanni, o un suo stretto collaboratore, in questo brano (Gv. 21, 1-19) ci riporta l’episodio della pesca miracolosa (“153 grossi pesci” v. 11) da parte dei discepoli con a capo Pietro e la triplice domanda a Pietro, da parte del Maestro, se gli vuole bene. Iniziamo il nostro commento dalla triplice ripetizione della domanda di Gesù a Simon Pietro. Perché Gesù chiede a Pietro per ben tre volte se lo ama? Pietro deve accettare che il Signore lo interroghi tre volte, perché per tre volte lo ha rinnegato. Tuttavia per spiegare il nostro testo non è sufficiente questa considerazione, perché il rinnegamento di Pietro era un fatto personale, qui invece Gesù affida a Pietro un “mandato” che riguarda tutta la chiesa, l’intero gregge di Cristo. Ciò che subito risalta alla nostra mente è sia la triplice ripetizione del “mandato” (“Pasci i miei agnelli” v. 15) e sia l’aggiunta delle parole “più di questi” alla prima domanda (v. 15).
Pietro e l’ufficio di pastore.

La triplice domanda: “Simone di Giovanni mi ami tu?” sembra ripetuta con l’intenzione di far espiare a Pietro il suo triplice rinnegamento. Ma allora, soltanto dopo la terza domanda ci si sarebbe atteso che Gesù dicesse a Pietro: “Pasci i miei agnelli”, come se volesse fargli capire che era stato perdonato. Invece no: perché gli viene affidato il “mandato” in tre riprese successive? Molti autori, studiosi del Vangelo, hanno sottolineato che questa ripetizione vuole conferire maggiore solennità alla missione ufficiale affidata a Pietro; essi ricordano come le antiche formule giuridiche dovevano essere ripetute per tre volte davanti a testimoni. La ripetizione significa che Pietro è stato, nella dovuta forma, incaricato ufficialmente di prendersi cura di tutto il gregge di Cristo.

L’aggiunta delle parole “più di questi” alla prima domanda va compresa all’interno di una certa “rivalità” tra Pietro e Giovanni (“l’altro discepolo” o “il discepolo che Gesù amava) che affiora attraverso tutto il Vangelo di Giovanni. La domanda se Pietro ami il Signore “più di questi” vuole sottolineare la priorità di Pietro rispetto al gruppo dei Dodici, e significa, inoltre, che il compito pastorale che gli viene conferito dal Maestro riguardava anche i suoi successori, e che in essi le parole di Gesù erano ancora attuali per la Chiesa, specialmente adesso che Pietro era già morto da tempo. Forse l’autore dell’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni riportando quest’episodio voleva sciogliere quell’interrogativo che si era venuto a creare dopo la morte dei due apostoli, Pietro e Giovanni: è il successore di Pietro oppure il successore del “discepolo amato”, o più chiaramente, è il Vescovo di Roma o il Vescovo di Efeso, che viene autorizzato a governare tutta la Chiesa? La risposta la conosciamo dal Vangelo: l’ufficio pastorale supremo è stato affidato a Pietro e ai suoi successori. Se vogliamo sapere il motivo di questa scelta, la risposta è in quell’aggiunta che stiamo esaminando: Pietro è stato chiamato a diventare pastore del “gregge” in ragione del suo particolare amore per Cristo, “Simone di Giovanni, mi ami tu più di questi”? (v. 15).

Pietro e l’ufficio di pescatore.
Gli studiosi del Vangelo affermano che questo testo della terza apparizione di Gesù risorto ai discepoli sul lago di Tiberiade è probabilmente il più antico racconto di un’apparizione pasquale. Sono convinti che questo racconto sia stato unito solo successivamente a quello delle due apparizioni del Risorto al gruppo dei discepoli in Gerusalemme. Perciò è molto importante domandarci quale sia il ruolo di Pietro in questo episodio. Per comprendere bene il pensiero dell’autore, cominciamo ad esaminare il v. 11 (“Simon Pietro trasse la rete a riva, piena di 153 grossi pesci”): da esso risulta chiaro che l’interpretazione del testo non è solo realistica, ma anche simbolica e più profonda.
Nell’episodio Simon Pietro è indicato come il primo dei discepoli che si trovavano insieme: in totale sono indicati sette discepoli; forse costoro rappresentano, come le sette comunità dell’Apocalisse, tutta la chiesa. E’ sempre Simon Pietro che prende l’iniziativa di andare a pescare, e gli altri rispondono: “Veniamo anche noi con te”, e tutti salgono nella barca di Pietro.

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Dopo la pesca miracolosa propiziata dallo sconosciuto che era sulla riva, il discepolo che Gesù amava riconosce il Signore sulla riva: Giovanni non prende nessuna iniziativa, si limita solo a comunicare a Pietro la sua intuizione, come se solo quest’ultimo fosse competente ad accogliere notizie così importanti. Pietro agisce immediatamente gettandosi in mare per andare incontro al suo amato Signore (“mi ami tu più di costoro?”). Pietro si veste, perché era nudo: in questo gesto intravediamo un riferimento teologico carico di significato. Nel linguaggio biblico, la nudità dell’uomo dopo il peccato originale è l’espressione della sua miseria, della sua debolezza e della sua vergogna. Pietro possiede in questo momento lo stesso comportamento di quando aveva esclamato dopo la precedente pesca miracolosa all’inizio della missione del Signore: “Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore” (Lc. 5, 8).

Quando Gesù chiede agli apostoli di portare dei pesci appena pescati, è Pietro che trasse a riva la rete colma di pesci, che, benché fossero tanti, la rete non si strappò. Un uomo, con le sue sole forze, non avrebbe potuto trascinare sulla terraferma una rete colma di così grossi pesci: è evidente che siamo di fronte ad un fatto miracoloso. Non possiamo fare a meno di ricordare le prime parole di Gesù a Pietro: “Io farò di te un pescatore di uomini” (Lc. 5, 10). La grazia più grande per noi è di venire portati, nei dolori e nell’angoscia della morte, sulla terraferma dove si trova ad attenderci il Signore crocifisso e risorto (v. 4) e che offre ai discepoli il suo pasto, fatto di pane e di pesce, già pronto, ancor prima che gli apostoli arrivino con i loro pesci (vv. 9 e 13).

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Dopo la Pasqua, Gesù è già sulla terraferma dell’eternità, mentre noi soffriamo ancora sul mare del mondo, e con le nostre proprie forze non possiamo far niente. Pietro da solo e con una sola rete porta sulla riva tutta la moltitudine degli eletti, conducendoli a Cristo. E Gesù allora ci dona da mangiare il pane e il pesce, cioè se stesso, perché “il pesce arrostito è Cristo crocifisso” (S. Agostino). Oggi la funzione di Pietro è nelle mani di Papa Francesco: il nostro augurio è che Egli sia un ottimo Pastore e un eccellente pescatore di uomini.

Bibliografia consultata: Schwank, 1970.

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