Policlinico Gemelli: dimesso con diagnosi grave, muore poco dopo. Risarcimento ai familiari

Dimesso dal Gemelli con stenosi aortica severa, torna a casa e muore poco dopo. Il Tribunale: intervento urgente, risarcimento vicino al milione
Di Alessandra Monti
Policlinico Gemelli di Roma
Policlinico Gemelli di Roma

Una cartella clinica, una diagnosi che non concede leggerezze e una dimissione che, con il senno di poi, appare incomprensibile ai familiari e ingiustificabile per i giudici. È la storia di un 70enne ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma nel maggio 2018: dopo accertamenti e visite, i medici certificano una stenosi aortica severa e la necessità di sostituire la valvola. Eppure l’uomo viene rimandato a casa. Dopo pochi giorni torna a stare male e, a giugno, muore per insufficienza cardiaca. Ora il Tribunale civile di Roma, in primo grado, ha condannato l’ospedale a risarcire i familiari con circa 950 mila euro, a cui si aggiungono spese legali e interessi.

Caso Gemelli a Roma: dal ricovero alla diagnosi che imponeva rapidità

I parenti raccontano un quadro che molti, purtroppo, riconoscono: fiato corto, affanno, stanchezza che non passa. Sintomi che, nel caso della stenosi aortica, segnano un punto di svolta e possono anticipare un rapido peggioramento. Quando l’uomo viene ricoverato, i controlli chiariscono la gravità della situazione. La stenosi aortica severa, soprattutto se sintomatica, è una condizione che richiede un percorso definito e un intervento in tempi stretti.

E invece, il 24 maggio, arriva la dimissione: terapia farmacologica, indicazione che l’ospedale lo avrebbe ricontattato per l’intervento. Un’attesa lasciata sospesa, senza un ricovero protetto, con una patologia che può evolvere in modo drammatico anche in pochi giorni.

Sentenza Gemelli Roma: “nessuna gestione a domicilio” con rischio letale

Il Tribunale civile capitolino ha messo sotto la lente ogni passaggio, acquisendo documentazione sanitaria e cartella clinica, disponendo una perizia medico-legale e ascoltando testimoni. Il giudice Guido Marcelli ha accolto le richieste del legale dei familiari, l’avvocato Roberto Marino, ritenendo che i medici abbiano sbagliato a dimettere il paziente.

Nelle motivazioni si legge un concetto netto: in casi del genere non è prevista la permanenza a domicilio, perché l’evoluzione può essere sfavorevole con rischio di morte nel periodo intermedio. La frase più dura, però, è quella che i familiari non smetteranno di ripetersi: “un tempestivo intervento cardiochirurgico avrebbe consentito la sopravvivenza del paziente”. Parole che trasformano un dolore privato in un fatto pubblico, con responsabilità precise.

Stenosi aortica sintomatica: il dettaglio clinico che cambia tutto

Nella ricostruzione dei giudici pesa un elemento tecnico, ma decisivo: il momento in cui la stenosi aortica diventa sintomatica. Da lì la prognosi, se la valvola non viene sostituita, peggiora progressivamente fino al decesso. È il passaggio che rende l’attesa un rischio e non una scelta prudente.

Il Tribunale parla di condotta negligente, perché il paziente necessitava di trattamento chirurgico non rinviabile. E aggiunge che le condizioni cliniche avrebbero consentito un intervento già durante il primo ricovero: l’uomo era stato stabilizzato sul piano emodinamico, pur con un quadro cardiaco grave. Per i giudici, inviare a casa un paziente con cardio-valvulopatia severa e rischio di morte improvvisa configura una condotta sanitaria errata e imprudente.

Risarcimento al Gemelli: quasi 1 milione di euro e un segnale che fa rumore

La cifra stabilita in primo grado sfiora il milione: circa 950 mila euro, sommando danni e spese legali, più interessi. Non è solo un numero. È un segnale che arriva in una città dove gli ospedali sono spesso al limite, le liste d’attesa pesano e molte famiglie vivono l’angoscia di “aspettare una chiamata”.

Questo caso, però, racconta qualcosa di diverso dalla semplice attesa: racconta una dimissione che, secondo i giudici, non doveva avvenire proprio perché quel paziente andava protetto, trattenuto, operato. È una storia che parla anche a chi, a Roma, ha visto un parente rientrare a casa con un foglio in mano e la paura addosso.

La sentenza è di primo grado e potrà essere oggetto di ulteriori passaggi giudiziari. Intanto, però, resta l’impronta lasciata dalle motivazioni: la gestione clinica dell’urgenza non è un dettaglio, è parte dell’obbligo di cura. E per i familiari, al di là del risarcimento, resta la domanda più semplice e più dolorosa: se quell’intervento fosse stato fatto subito, oggi come sarebbe andata.

 
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