Il 16 settembre 2018 il tempo si è fermato per una famiglia. Non per la legge. Su una strada della Basilicata un ragazzo di ventuno anni perde la vita. Si chiamava Michele Rifino. Aveva l’età in cui la vita comincia appena a prendere forma: i progetti ancora fragili, i sogni ancora intatti, il futuro davanti come una strada aperta. Quella strada, quel giorno, diventa invece il luogo dove tutto si interrompe.
Da allora il tempo non ha smesso di scorrere. Scorre nelle aule dei tribunali, nelle consulenze tecniche, negli atti delle procure, nelle perizie, nelle archiviazioni, nei tentativi di riaprire indagini. Scorre anche nel silenzio delle case, dove una famiglia continua a fare i conti con un’assenza che non si colma.
Nel diritto quel tempo ha un nome preciso: prescrizione
Una parola fredda, apparentemente neutra. Ma capace di decidere se la verità potrà ancora essere cercata o se, invece, verrà sepolta dal calendario.
Il tempo della legge
Nel sistema penale italiano la prescrizione stabilisce per quanto tempo lo Stato può accertare un reato.
La regola generale è contenuta nell’articolo 157 del codice penale: il reato si prescrive nel tempo corrispondente alla pena massima prevista dalla legge.
Ma quando in gioco c’è la vita umana – quando una morte avviene sulla strada – il legislatore ha ritenuto che quel tempo debba essere più lungo.
Per questo i termini di prescrizione per l’omicidio colposo stradale aggravato e per l’omicidio stradale sono raddoppiati. È una scelta che riflette una consapevolezza semplice: la morte di una persona non può essere archiviata in fretta.
Prima del 2008: il tempo breve della giustizia
Fino al 2008 l’omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale era punito con una pena massima di cinque anni di reclusione. Il termine minimo di prescrizione per i delitti era però di sei anni.
Applicando il raddoppio previsto dalla legge si arrivava a:
- 12 anni di prescrizione ordinaria
- 15 anni di prescrizione massima
Sembrava un tempo lungo. Spesso non lo era affatto. Le indagini per incidenti mortali sono complesse: perizie tecniche, ricostruzioni cinematiche, verifiche sui veicoli, testimonianze spesso contrastanti. Il tempo necessario per arrivare alla verità raramente coincide con il tempo previsto dalla legge.
La svolta del 2008
Nel 2008 il legislatore interviene e aumenta la pena massima dell’omicidio colposo stradale aggravato da cinque a sette anni. È una modifica apparentemente modesta. Due anni in più. Ma nel sistema della prescrizione quell’aumento produce un effetto enorme.
Il nuovo calcolo diventa:
- 14 anni di prescrizione ordinaria
- 17 anni e sei mesi di prescrizione massima
Il tempo della giustizia si allunga. Perché la morte di una persona sulla strada non può essere trattata come un errore qualsiasi.
Il 2016: nasce l’omicidio stradale
Otto anni dopo arriva una riforma ancora più radicale.
Nel 2016 il legislatore introduce un reato autonomo: l’omicidio stradale.
È una scelta giuridica ma anche culturale. La morte causata da una guida pericolosa non viene più considerata una semplice forma aggravata di colpa. Diventa una categoria autonoma di responsabilità.
Le pene aumentano drasticamente:
- 2-7 anni nella forma base
- 8-12 anni nei casi più gravi
- fino a 18 anni nelle ipotesi aggravate.
E con le pene cresce anche il tempo della prescrizione.
Il risultato è impressionante:
- 14 anni nella forma base
- 24 anni nei casi aggravati
- fino a 36 anni, con un limite massimo che può arrivare a 45 anni
Quasi mezzo secolo.
Un tempo che supera spesso la durata di una carriera professionale, di una vita politica, di una generazione.
Il caso della morte di Michele Rifino del 16 settembre 2018
Se un fatto come quello accaduto il 16 settembre 2018 integra la fattispecie di omicidio stradale nella sua forma base, la prescrizione penale maturerà:
- nel 2032.
Con eventuali interruzioni processuali si può arrivare addirittura al 2036. Significa che la giustizia ha quasi vent’anni per accertare la responsabilità penale. Vent’anni.
Un tempo che per il diritto può sembrare ragionevole.
Per una famiglia che ha perso un figlio, invece, è un’eternità.
La giustizia civile: cinque anni o quattordici?
La questione del tempo non riguarda soltanto il processo penale.
Nel diritto civile l’azione di risarcimento del danno si prescrive normalmente in cinque anni.
Cinque anni passano in fretta. Troppo in fretta per molte famiglie che stanno ancora cercando di capire cosa sia accaduto.
Ma la legge introduce una regola diversa quando il fatto costituisce anche reato.
L’articolo 2947 del codice civile stabilisce che, se il fatto è previsto dalla legge come reato e per quel reato è prevista una prescrizione più lunga, anche l’azione civile segue quel termine più lungo.
Così, in un caso come quello del 16 settembre 2018, il termine civile non è più di cinque anni.
Diventa quattordici anni. Fino al 2032.
Il nodo della prova
C’è però un punto decisivo che spesso genera confusione. Per applicare la prescrizione più lunga il giudice civile deve verificare se il fatto integra un reato. Ma non deve farlo con i criteri del processo penale. Nel processo penale la responsabilità deve essere dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. Nel processo civile basta che un fatto sia più probabile che non.
È una differenza enorme.
Significa che il giudice civile non deve raggiungere la stessa certezza richiesta per una condanna penale. Deve soltanto stabilire se, sulla base delle prove disponibili, sia più plausibile che il fatto integri un reato piuttosto che il contrario. È una regola che serve a evitare che il tempo cancelli anche il diritto al risarcimento delle vittime.
L’attesa che non finisce
Intanto il tempo continua a passare.
Dal 16 settembre 2018 sono trascorsi anni. I familiari di Michele Rifino continuano ad aspettare. Aspettano che qualcuno stabilisca cosa è accaduto davvero su quella strada. Aspettano che la verità giuridica riesca a raggiungere la verità dei fatti.
Il diritto misura il tempo con articoli di legge, termini processuali, scadenze.
Una madre lo misura con i giorni che passano senza suo figlio. Un padre con le stagioni che cambiano senza la sua voce.
Il tempo che resta
La prescrizione è una regola necessaria. Serve a impedire che i processi si trascinino all’infinito, che la giustizia diventi vendetta tardiva, che la memoria dei fatti svanisca. Ma quando una vita si spezza sull’asfalto, quella regola assume un significato diverso.
Perché il tempo non cancella il dolore. Non cancella le domande. Non cancella il bisogno di sapere.
Il calendario della legge continuerà a scorrere verso il 2032.
Ma per chi ha perso Michele Rifino il tempo resterà fermo per sempre a quella mattina di settembre. E la vera domanda, allora, non è quando scadrà la prescrizione.
La vera domanda è se i familiari confidano ancora che la verità arriverà prima del tempo.
Avv. Carlo Affinito
