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26 Settembre 2022

Pubblicato il

Il caso

Roma Primavalle. Disabile giù dalla finestra, la versione dell’agente: “Si è buttato”

di Enrico Salvi
“Il Messaggero” riporta la versione di Andrea, uno dei quattro agenti presenti nell’abitazione di Hasib Omerovic il 25 luglio scorso
Un appartamento in zona Primavalle, a Roma

Si infittisce il caso dell’uomo disabile precipitato dalla sua abitazione in via Gerolamo Aleandro, a Primavalle, il 25 luglio scorso. Dopo le accuse della famiglia di Hasib Omerovic, 36enne sordomuto dalla nascita, che ritengono che l’uomo sia stato spinto giù dalle forze dell’ordine accorse per una perquisizione, arriva la versione di uno dei quattro agenti della Polizia di Stato, attualmente indagati per tentato omicidio e falso in atto pubblico.

Il caso di Primavalle, l’agente: “Si è buttato”       

Come riporta Il Messaggero, uno dei quattro agenti, di nome Andrea, è convinto che l’uomo si sia buttato da solo. Convinzioni dettate anche da prove in suo possesso, “Foto e video dell’intervento che quando verranno richiesti saranno forniti e messi agli atti”. In quel materiale ci sono circa 45 minuti che potrebbero chiarire la dinamica. Racconta l’agente:  “Siamo entrati, in casa c’erano un uomo e una donna (presumibilmente la sorella di Hasib, ndr), abbiamo chiesto i documenti, la procedura era regolare e prima di intervenire abbiamo fatto un passaggio con la polizia locale per capire se queste persone fossero state già identificate ma non è risultato nulla”.

Sui motivi di quella perquisizione, l’agente spiega: “Per quel post su Facebook e per alcune segnalazioni arrivate in commissariato”. A quelle segnalazioni tuttavia non sono seguite denunce formali e questo è uno dei punti chiave della vicenda, in quanto è stato contestato l’ordine illegittimo alla vice-dirigente del commissariato Primavalle che ha autorizzato il controllo.

Il racconto della perquisizione

Stando al rapporto di servizio, all’arrivo alla porta dell’appartamento di via Gerolamo Aleandro, gli agenti bussano alla porta. Non viene esplicitato il “chi” e il “come”, ma la porta viene aperta. Entrano e come spesso accade, per precauzione, vengono abbassate le tapparelle della camera dove si trovano.

I dettagli della perquisizione non vengono chiariti dall’agente, che si è limitato a dire “Non c’è stato il tempo di identificarli”, rimandando i dettagli al materiale sopracitato. Materiale che dovrebbe spiegare cosa è successo nell’arco dei 45 minuti, dopo i quali gli agenti si trovavano nel cortile del retro palazzo ad aspettare l’autoambulanza, più volte sollecitata dalla stessa vice-dirigente del commissariato, arrivata appena appresa la notizia dell’incidente.

In quei frangenti, stando alla testimonianza di una donna che abita nel palazzo di fronte, un agente ha chiesto a una collega di chiedere alla sorella come si chiamasse l’uomo. Hasib quindi non sembra essere stato identificato al momento della perquisizione: se per la mancanza di tempo o per imperizia delle forze dell’ordine, verrà chiarito dal tutto il materiale che verrà raccolto. Attualmente, a 53 giorni dall’accaduto, Hasib è grave ma fortunatamente non in pericolo di vita.

 

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