C’era un tempo, non troppo lontano, in cui bastava un bastoncino, della carta colorata e un filo per conquistare il cielo. Gli anni ’80 e ’90 erano gli anni degli aquiloni. Nei prati, sulle spiagge, ovunque ci fosse un po’ di vento e uno spazio aperto, si poteva assistere a uno spettacolo fatto di colori, rincorse e risate. I padri, spesso con fare serio e paziente, costruivano l’aquilone con i figli. Era un rito semplice e prezioso: scegliere la forma, disegnare le code, legare con cura le stecche. Poi si correva insieme, tenendo quel filo come fosse un legame tra terra e cielo.
E quando l’aquilone finalmente prendeva il volo, salendo sempre più su, oscillando, danzando tra le correnti d’aria, sembrava che anche i pensieri si alleggerissero. I bambini lo guardavano salire, con il naso all’insù e gli occhi pieni di stupore. Ogni acrobazia era una magia, ogni virata un’esplosione di meraviglia. C’erano aquiloni grandi come vele, altri piccoli come farfalle. C’erano quelli con la forma di draghi, altri con code lunghissime che si arricciavano nel vento.
Fa malinconia pensare a quei pomeriggi che non torneranno
Oggi quei cieli sono vuoti. Raramente si vede un bambino correre in un prato con un aquilone. Raramente un padre si inginocchia sull’erba con le mani sporche di colla e la testa piena di vento. Gli smartphone hanno preso il posto del vento, i display quello del cielo. I bambini giocano in silenzio, isolati da cuffie e schermi, mentre l’aria aperta resta fuori, come un ricordo che sbiadisce.
E fa malinconia. Fa malinconia pensare a quei pomeriggi in cui il tempo sembrava sospeso, scandito solo dal fruscio dell’aquilone e dalle urla di gioia. Non torneranno, forse, quei tempi. Ma ricordarli, raccontarli, può essere un modo per tenerli vivi, almeno un po’. Perché un aquilone non vola solo con il vento: vola con il tempo, con la memoria, con il desiderio di tornare a giocare insieme sotto lo stesso cielo.
Quando bastava poco per sognare
C’erano tempi, non troppo lontani, in cui bastava un po’ di vento, un prato aperto e un aquilone per trasformare un pomeriggio qualsiasi in un piccolo evento. Nei cieli limpidi della campagna romana, tra Valmontone, Artena e le frazioni sparse tra i colli, il volo degli aquiloni era uno spettacolo comune, atteso e condiviso. Negli anni ’80 e ’90, era facile imbattersi in padri e figli nei prati del Pascolaro, dove oggi passa la via della Pace che porta all’Outlet e al Parco Giochi MagicLand. Allora c’erano solo distese verdi, un cielo largo e il tempo per correre.
Anche alla Cacciata, oggi circondata da nuove abitazioni e strade, i campi si animavano nei fine settimana. Non serviva molto: due stecche, della carta colorata, un rocchetto di filo. E poi via, una corsa controvento e lo sguardo all’insù, mentre l’aquilone cominciava a librarsi, a diventare sempre più piccolo, più alto, a danzare nel vento come una farfalla leggera.
I parchi sotto casa – quelli a Colle Belvedere, a Sant’Anna, San Giovanni, Colle Santo Giudico, Colle Maggio – si riempivano di bambini. Bastava poco per sognare. E il sogno passava anche da quel legame tra mani e cielo, tra chi guidava l’aquilone e chi lo guardava salire.
Oggi quei prati sono in parte scomparsi, costruiti, recintati, silenziosi. E soprattutto è cambiato il tempo. Non solo quello atmosferico, ma quello dell’infanzia. I ragazzi di oggi sono altrove, immersi in schermi luminosi e mondi virtuali. È raro vederli giocare all’aperto, tanto meno con un aquilone in mano. Quel filo sottile che univa due generazioni – padre e figlio, mani e vento – si è allentato, forse spezzato.
Eppure, chi ha vissuto quei pomeriggi nei prati di Valmontone o tra le colline di Artena, non li dimentica. Erano momenti semplici, fatti di vento, di colori nel cielo, di complicità. Un ricordo dolce e malinconico, come un aquilone che svanisce all’orizzonte. Chissà se un giorno tornerà quel tempo. Intanto, resta il dovere e il piacere di raccontarlo, perché anche la memoria può far volare.
