Ranucci contro Giletti: “Mai detto lobby gay, il punto è Marco Mancini”. La replica riapre il caso autogrill

Ranucci risponde a Giletti dopo Lo Stato delle Cose: chat con Boccia, accuse respinte e affondo su Cerno, Mancini e il caso Renzi all’autogrill
Di Alessandra Monti
Sigfrido Ranucci
Sigfrido Ranucci

La polemica interna alla Rai si accende dopo la puntata di ieri sera di “Lo Stato delle Cose” su Rai 3, in cui Massimo Giletti ha attaccato Sigfrido Ranucci mostrando alcune chat con Maria Rosaria Boccia. Oggi il conduttore di Report risponde con un testo pubblico in cui contesta letture e ricostruzioni, respinge l’idea di aver “accusato” Giletti di appartenere a una “lobby gay” e rilancia su ciò che, a suo dire, sarebbe stato eluso in tv: il nome di Marco Mancini e il peso del cosiddetto “caso autogrill” legato all’incontro con Matteo Renzi.

La replica di Ranucci dopo Lo Stato delle Cose: “Accusa falsa”

Il passaggio che apre la controffensiva è netto: Ranucci definisce “falso” che lui abbia accusato Giletti di far parte di una lobby gay. Nella sua versione, avrebbe chiarito il senso delle chat già prima della messa in onda, ma il conduttore del programma avrebbe comunque scelto una lettura che Ranucci respinge punto per punto. Il tono è tagliente, anche perché Ranucci sostiene di avere mosso un rilievo “più grave” e rimasto sullo sfondo nel racconto televisivo.

Chat autentiche e chat contestate: l’accusa di “manipolazione” e il nome che sparisce

Nel testo pubblicato dal conduttore di Report c’è un’accusa precisa: Giletti avrebbe mostrato chat “autentiche”, dalle quali però emergerebbe un elemento che, secondo Ranucci, pesa come un macigno. Ranucci sostiene infatti che, nei giorni scorsi, sarebbero circolate chat “non autentiche” e che, in quel passaggio, sarebbe avvenuta una seconda operazione: l’eliminazione del riferimento a Marco Mancini. In questa ricostruzione, il nome dell’ex 007 non sarebbe un dettaglio laterale, bensì la chiave per capire il senso di quelle conversazioni e il contesto complessivo della vicenda.

“Il nodo è Mancini”: l’ex 007 e il caso Renzi all’autogrill tornano al centro

Ranucci insiste: Mancini sarebbe centrale anche per il precedente filone dell’inchiesta di Report sull’incontro all’autogrill con Renzi. È qui che la polemica smette di essere solo televisiva e diventa una contesa di metodo e di credibilità: chi racconta cosa, con quali fonti, e con quali omissioni. Sulla vicenda autogrill, va ricordato che la magistratura romana ha archiviato l’ipotesi di violazione del segreto di Stato contestata ai giornalisti di Report, come riportato da più testate e come lo stesso Ranucci aveva già comunicato pubblicamente.

I “dossier” e le carte dei legali: l’attacco a Cerno e il tema del contraddittorio

La replica contiene un ulteriore livello di accusa: Ranucci sostiene che Tommaso Cerno (citato come direttore che avrebbe commissionato articoli) e lo stesso Giletti avrebbero rilanciato, in forme diverse, materiale legato a Mancini o ai suoi avvocati, senza un adeguato contraddittorio. È un punto sensibile perché sposta l’attenzione dal botta e risposta personale alla qualità del racconto giornalistico: uso delle carte, ricostruzioni, verifiche, presenza di versioni alternative. Su questo, Ranucci afferma che nel racconto dell’autogrill sarebbero stati ripetuti anche errori tecnici (casello, Dpcm in vigore il 23 dicembre 2020), richiamando un’analisi critica attribuita al giornalista Giacomo Amadori.

La tutela della fonte e la linea etica: “Così si delegittima chi parla”

Il testo di Ranucci torna poi su un tema che, per Report, è identitario: la protezione delle fonti. Ranucci richiama un episodio già discusso in passato, sostenendo che Giletti avrebbe tentato di arrivare all’identità della fonte che scattò le immagini dell’incontro all’autogrill, arrivando a indicare elementi utili a riconoscerla. È un’accusa che non riguarda solo il passato: rientra nel confronto su limiti e responsabilità quando l’informazione si avvicina a persone non pubbliche.

Il contesto della “lobby gay” e la chiusura con Biagi, Zavoli, Barbato

Ranucci chiarisce anche l’origine del riferimento alla “lobby gay”, sostenendo che riguardasse Cerno e un contesto preciso, legato a un editoriale e a una sintesi social che lui definisce offensiva e misogina. La chiusura è una stilettata culturale: vengono evocati Enzo Biagi, Sergio Zavoli, Andrea Barbato, come simboli di un giornalismo che, nella visione di Ranucci, avrebbe avuto altri registri e altra sobrietà.

 
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Cronaca

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